Weekly Analyses – 19/2008
Zimbabwe: al via i preparativi per il ballottaggio - Messico: l’escalation della violenza - Unione Europea: le difficoltà del Nabucco - Libano: dopo gli scontri, riprende in Qatar un difficile dialogo - Myanmar: la giunta invita il Segretario Generale dell'ONU
Equilibri.net (19 maggio 2008)
Zimbabwe: al via i preparativi per il ballottaggio
Dopo aver annunciato una proroga al termine di scadenza per le consultazioni del ballottaggio tra il Presidente uscente Mugabe e l’oppositore Tsvangirai, fonti governative rendono noto che il voto definitivo per le presidenziali si terrà il 27 giugno. Nel frattempo, come sottolineato dalle Nazioni Unite, i gravi atti di repressione e violazione dei diritti umani registrati a danno dell’opposizione e dei suoi sostenitori, parte di una sistematica opera di intimidazione condotta dallo ZANU-PF, indicano il perdurare di una situazione di crisi non solo politica, ma anche economica, sociale ed umanitaria ormai fuori controllo, dalla quale appare difficile uscire in assenza di un intervento risolutivo almeno regionale (potrebbe giocare in questo senso un ruolo chiave la Comunità per lo sviluppo dell’Africa meridionale).
Secondo i dati forniti dalla Commissione elettorale dello Zimbabwe (ZEC), le votazioni del 29 marzo hanno visto l’affermazione di Tsvangirai con il 47,9% dei voti, mentre Mugabe si sarebbe fermato a quota 43,2%. Le elezioni parlamentari del 29 marzo hanno inoltre segnato la vittoria del Movimento per il cambiamento democratico (MDC), che avrebbe conquistato 105 seggi contro i 94 del partito di governo. Annunciata la sua ufficiale candidatura al voto di ballottaggio, dopo un lungo periodo di incertezza, Tsvangirai ha lasciato il Paese alla ricerca di un più incisivo sostegno della comunità internazionale e dei Paesi dell’Africa australe, direttamente coinvolti dalla crisi economica e dal flusso migratorio in uscita dallo Zimbabwe.
La reale dimensione della crisi traspare dalle dichiarazioni della commissione di osservazione inviata dall’Unione Africana (UA), su richiesta del Presidente sudafricano Thabo Mbeki, impegnato nella mediazione tra Mugabe ed opposizione, che ha confermato le denunce dell’MDC e messo in risalto i pericoli di un ballottaggio che potrebbe provocare maggiori tensioni. In assenza di un concreto dialogo tra le parti in contrapposizione, e sfumata l’ipotesi di un governo di transizione misto guidato da una coalizione MDC-ZANU moderato, è possibile ora solo aspettare l’esito del vicino ballottaggio, dove dovrebbe essere questa volta consentito l’ingresso di osservatori internazionali indipendenti.
Massimo Corsini
Secondo i dati forniti dalla Commissione elettorale dello Zimbabwe (ZEC), le votazioni del 29 marzo hanno visto l’affermazione di Tsvangirai con il 47,9% dei voti, mentre Mugabe si sarebbe fermato a quota 43,2%. Le elezioni parlamentari del 29 marzo hanno inoltre segnato la vittoria del Movimento per il cambiamento democratico (MDC), che avrebbe conquistato 105 seggi contro i 94 del partito di governo. Annunciata la sua ufficiale candidatura al voto di ballottaggio, dopo un lungo periodo di incertezza, Tsvangirai ha lasciato il Paese alla ricerca di un più incisivo sostegno della comunità internazionale e dei Paesi dell’Africa australe, direttamente coinvolti dalla crisi economica e dal flusso migratorio in uscita dallo Zimbabwe.
La reale dimensione della crisi traspare dalle dichiarazioni della commissione di osservazione inviata dall’Unione Africana (UA), su richiesta del Presidente sudafricano Thabo Mbeki, impegnato nella mediazione tra Mugabe ed opposizione, che ha confermato le denunce dell’MDC e messo in risalto i pericoli di un ballottaggio che potrebbe provocare maggiori tensioni. In assenza di un concreto dialogo tra le parti in contrapposizione, e sfumata l’ipotesi di un governo di transizione misto guidato da una coalizione MDC-ZANU moderato, è possibile ora solo aspettare l’esito del vicino ballottaggio, dove dovrebbe essere questa volta consentito l’ingresso di osservatori internazionali indipendenti.
Massimo Corsini
Messico: l’escalation della violenza
Ad un anno e mezzo dalla sua elezione a presidente, Felipe Calderon deve affrontare il momento probabilmente più critico del suo mandato. Lo stallo della riforma energetica (Cfr. Messico: si apre il dibattito nazionale sulla riforma energetica) è fonte di forti tensioni con l’opposizione, il consenso popolare è in calo e, nonostante l’impegno governativo e delle forze di polizia, il paese è sconvolto dall’ondata di violenza causata dai vari cartelli della droga.
Negli ultimi anni i gruppi narcotrafficanti sono riusciti a prendere possesso di alcune aree del paese, approfittando della debole presenza statale. I tentativi governativi di riacquistare il controllo dispiegando nelle zone interessate un numero sempre maggiore di truppe (27.000 dal 2007) sta per ora avendo, come principale conseguenza, una vera escalation della violenza. Quest’anno sono già circa 1.100 le vittime provocate dagli scontri tra i diversi gruppi in concorrenza fra loro e dalla derivante risposta repressiva statale. Ad oggi il potere di cartelli come quello di Joaquin "Shorty" Guzman, nello stato di Sinaloa, o di Arellano Felix a Tijuana, non è stato scalfito in modo sostanziale, permettendo così loro di continuare a lottare per assicurarsi il monopolio dei traffici indirizzati verso il mercato statunitense. Gli effetti negativi si concretizzano anche in ambito economico in quanto la violenza criminale e il rischio di essere oggetti di estorsioni, prassi comune per il finanziamento dei gruppi narcotrafficanti, stanno portando alla chiusura di molte attività nel nord del paese. La criticità della situazione si va infatti ad intensificare lungo il confine con gli USA, luogo di 362 assalti agli ufficiali di frontiera solo nei primi quattro mesi del 2008 e principale passaggio delle sostanze stupefacenti in arrivo dai diversi paesi caraibica.
L’amministrazione Bush appare fermamente decisa nel combattere i cartelli della droga che stanno insanguinando la regione: dal 2001 il contingente degli agenti di confine è stato aumentato da 9.000 a 14.000 unità e l’iniziativa “Merida” proposta ad ottobre dal Presidente, dovrebbe dotare i paesi interessati dei mezzi tecnici (elicotteri, armi, formazione alle forze di polizia) per contrastare i vari gruppi all’interno per un totale di 1.4 miliardi USD. In particolare il sostegno previsto per il Messico in seguito al voto della Camera dei Rappresentanti, è stato ridotto a 400 milioni dai 500 inizialmente previsti.
Alberto Grossetti
Negli ultimi anni i gruppi narcotrafficanti sono riusciti a prendere possesso di alcune aree del paese, approfittando della debole presenza statale. I tentativi governativi di riacquistare il controllo dispiegando nelle zone interessate un numero sempre maggiore di truppe (27.000 dal 2007) sta per ora avendo, come principale conseguenza, una vera escalation della violenza. Quest’anno sono già circa 1.100 le vittime provocate dagli scontri tra i diversi gruppi in concorrenza fra loro e dalla derivante risposta repressiva statale. Ad oggi il potere di cartelli come quello di Joaquin "Shorty" Guzman, nello stato di Sinaloa, o di Arellano Felix a Tijuana, non è stato scalfito in modo sostanziale, permettendo così loro di continuare a lottare per assicurarsi il monopolio dei traffici indirizzati verso il mercato statunitense. Gli effetti negativi si concretizzano anche in ambito economico in quanto la violenza criminale e il rischio di essere oggetti di estorsioni, prassi comune per il finanziamento dei gruppi narcotrafficanti, stanno portando alla chiusura di molte attività nel nord del paese. La criticità della situazione si va infatti ad intensificare lungo il confine con gli USA, luogo di 362 assalti agli ufficiali di frontiera solo nei primi quattro mesi del 2008 e principale passaggio delle sostanze stupefacenti in arrivo dai diversi paesi caraibica.
L’amministrazione Bush appare fermamente decisa nel combattere i cartelli della droga che stanno insanguinando la regione: dal 2001 il contingente degli agenti di confine è stato aumentato da 9.000 a 14.000 unità e l’iniziativa “Merida” proposta ad ottobre dal Presidente, dovrebbe dotare i paesi interessati dei mezzi tecnici (elicotteri, armi, formazione alle forze di polizia) per contrastare i vari gruppi all’interno per un totale di 1.4 miliardi USD. In particolare il sostegno previsto per il Messico in seguito al voto della Camera dei Rappresentanti, è stato ridotto a 400 milioni dai 500 inizialmente previsti.
Alberto Grossetti
Myanmar: la giunta invita il Segretario Generale dell'ONU
La giunta militare che governa il Myanmar ha invitato il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, a recarsi in visita nel paese per discutere riguardo alla disastrosa situazione in cui versa dopo il passaggio del ciclone Nargis. La visita avrà luogo entro questa settimana, nonostante le recenti tensioni tra Ban Ki-moon e il leader della giunta, il generale Than Shwe, il quale si era rifiutato di rispondere alle telefonate e alle lettere del Segretario Generale che, all'indomani del disastro, chiedeva il via libera all'ingresso dei team di soccorso dell'ONU. Ban arriverà a Yangon mercoledì e successivamente dovrebbe visitare l'area del delta dell'Irrawaddi, la più colpita dal ciclone.
Motivo di questa recente apertura della giunta è la necessità di ottenere al più presto nuovi aiuti per i milioni di sopravvissuti, senza però correre i presunti rischi alla sicurezza rappresentati, ad esempio, dall'ingresso di personale straniero (in particolare occidentale) o dall'impiego di sistemi di raccolta informazioni e comunicazione da parte dei team di soccorso. È evidente che la giunta teme che le operazioni di soccorso possano essere sfruttate da paesi stranieri come copertura per operazioni di intelligence o per altre attività ostili (propaganda contro il governo, organizzazione di ribellioni ecc.).
La principale speranza per uno sblocco della situazione è riposta sul meeting di oggi dell'ASEAN (Association of South East Asia Nations) con il quale l'organizzazione, di cui fa parte anche il Myanmar, sta cercando di trovare un accordo per l'avvio di una missione di soccorso in collaborazione con le Nazioni Unite. L'occasione è di quelle da non perdere per il governo del Myanmar, visto che la crisi umanitaria si sta rapidamente trasformando in crisi politica, con i paesi dell'Unione Europea che hanno già avvisato la giunta che il blocco degli aiuti internazionali potrebbe essere considerato come un crimine contro l'umanità. Secondo i dati forniti da Pyinmana sarebbero 78.000 le vittime accertate, alle quali si devono aggiungere 56.000 dispersi e 19.000 feriti. Le persone che necessitano immediati soccorsi sarebbero circa 2,5 milioni.
Desk Asia e Pacifico
Motivo di questa recente apertura della giunta è la necessità di ottenere al più presto nuovi aiuti per i milioni di sopravvissuti, senza però correre i presunti rischi alla sicurezza rappresentati, ad esempio, dall'ingresso di personale straniero (in particolare occidentale) o dall'impiego di sistemi di raccolta informazioni e comunicazione da parte dei team di soccorso. È evidente che la giunta teme che le operazioni di soccorso possano essere sfruttate da paesi stranieri come copertura per operazioni di intelligence o per altre attività ostili (propaganda contro il governo, organizzazione di ribellioni ecc.).
La principale speranza per uno sblocco della situazione è riposta sul meeting di oggi dell'ASEAN (Association of South East Asia Nations) con il quale l'organizzazione, di cui fa parte anche il Myanmar, sta cercando di trovare un accordo per l'avvio di una missione di soccorso in collaborazione con le Nazioni Unite. L'occasione è di quelle da non perdere per il governo del Myanmar, visto che la crisi umanitaria si sta rapidamente trasformando in crisi politica, con i paesi dell'Unione Europea che hanno già avvisato la giunta che il blocco degli aiuti internazionali potrebbe essere considerato come un crimine contro l'umanità. Secondo i dati forniti da Pyinmana sarebbero 78.000 le vittime accertate, alle quali si devono aggiungere 56.000 dispersi e 19.000 feriti. Le persone che necessitano immediati soccorsi sarebbero circa 2,5 milioni.
Desk Asia e Pacifico
Unione Europea: le difficoltà del Nabucco
Benita Ferrero-Waldner, responsabile delle relazioni estere della Commissione Europea, ha incontrato lo scorso 5 maggio i responsabili energetici della Turchia e di alcuni paesi mediorientali al fine di discutere sulla possibilità che questi ultimi forniscano la materia prima per il funzionamento del nuovo gasdotto Nabucco. L’infrastruttura dovrebbe entrare in funzione nel 2010, anche se la data più probabile per la sua inaugurazione sembra essere il 2012. Il gasdotto fungerà da collegamento tra la Turchia e l’Austria. Scopo principale della sua costruzione è garantire la diversificazione energetica in Europa allentando, seppur in maniera limitata, la dipendenza di Bruxelles dal gas russo. I giacimenti del Mar Caspio dovrebbero, quindi, garantire la diversificazione energetica in Europa. In realtà, però, il progetto presenta ancora una serie di incognite. A tutt’oggi non si conosce, infatti, la reale capacità produttiva dell’Azerbaijan e i 10 miliardi di metri cubi garantiti dal Turkmenistan difficilmente potranno garantire il funzionamento di lungo periodo del gasdotto.
Del progetto dovrebbe essere parte integrante anche l’Iraq che ha già garantito una fornitura annuale pari a 5 miliardi di metri cubi, ma la situazione interna del paese rende difficile organizzare un piano di lungo periodo. Un altro possibile partner del Nabucco potrebbe essere l’Iran, ma come per l’Iraq, è al momento difficile poter contare appieno sull’appoggio degli Ayatollah al progetto, per non parlare delle riserve americane su un partenariato energetico euro-iraniano.
Oltre ai problemi legati all’individuazione del gas necessario al suo pieno funzionamento il Nabucco deve anche far fronte alla concorrenza di un altro progetto sponsorizzato da Mosca, il South Stream che collegherà il Mar Nero al Mediterraneo e che a differenza del progetto di Bruxelles non deve far fronte a problemi di approvvigionamento vista l’enorme disponibilità energetica russa. Se nel lungo periodo, anche a fronte di una crescente domanda europea, i due gasdotti potrebbero essere entrambi vantaggiosi e garantire un ritorno economico, nel breve periodo la presenza di South Stream rischia di penalizzare fortemente il Nabucco. Il nuovo progetto di Bruxelles rappresenta sì un passo in avanti nella diversificazione energetica ma non è ancora sufficiente a garantire un’indipendenza significativa dalle forniture russe. Un’alternativa potrebbe essere rappresentata dagli idrocarburi algerini che però non sembrano essere in grado di sostituirsi a quelli russi. Il futuro energetico dell’UE dipenderà molto probabilmente anche dall’evoluzione dei rapporti con l’Iran e dalla stabilità della situazione irachena ma sembra destinato almeno nel breve–medio periodo ad essere legato a doppio filo alla Russia e alla compagnia di bandiera Gazprom.
Felice Di Leo
Del progetto dovrebbe essere parte integrante anche l’Iraq che ha già garantito una fornitura annuale pari a 5 miliardi di metri cubi, ma la situazione interna del paese rende difficile organizzare un piano di lungo periodo. Un altro possibile partner del Nabucco potrebbe essere l’Iran, ma come per l’Iraq, è al momento difficile poter contare appieno sull’appoggio degli Ayatollah al progetto, per non parlare delle riserve americane su un partenariato energetico euro-iraniano.
Oltre ai problemi legati all’individuazione del gas necessario al suo pieno funzionamento il Nabucco deve anche far fronte alla concorrenza di un altro progetto sponsorizzato da Mosca, il South Stream che collegherà il Mar Nero al Mediterraneo e che a differenza del progetto di Bruxelles non deve far fronte a problemi di approvvigionamento vista l’enorme disponibilità energetica russa. Se nel lungo periodo, anche a fronte di una crescente domanda europea, i due gasdotti potrebbero essere entrambi vantaggiosi e garantire un ritorno economico, nel breve periodo la presenza di South Stream rischia di penalizzare fortemente il Nabucco. Il nuovo progetto di Bruxelles rappresenta sì un passo in avanti nella diversificazione energetica ma non è ancora sufficiente a garantire un’indipendenza significativa dalle forniture russe. Un’alternativa potrebbe essere rappresentata dagli idrocarburi algerini che però non sembrano essere in grado di sostituirsi a quelli russi. Il futuro energetico dell’UE dipenderà molto probabilmente anche dall’evoluzione dei rapporti con l’Iran e dalla stabilità della situazione irachena ma sembra destinato almeno nel breve–medio periodo ad essere legato a doppio filo alla Russia e alla compagnia di bandiera Gazprom.
Felice Di Leo
Libano: dopo gli scontri, riprende in Qatar un difficile dialogo
Si è aperto questo fine settimana a Doha un nuovo capitolo del “dialogo nazionale libanese”. Sotto l’egida della Lega Araba, e in particolare della diplomazia qatariota, gli esponenti di punta delle principali formazioni politiche libanesi cercano di raggiungere un difficile compromesso, dopo i sanguinosi scontri della settimana passata che hanno causato oltre sessanta morti.
Sul tavolo della discussione permangono i grandi nodi su cui, da più di un anno, si è avviluppata la contrapposizione tra gruppi di maggioranza e opposizione: l’elezione di un nuovo presidente della repubblica, una nuova legge elettorale in vista delle elezioni legislative del 2009, la formazione di una governo di unità nazionale e il destino del dispositivo armato di Hezbollah. Per quanto rimanga un certo consenso sulla scelta di Michel Suleiman per la presidenza della repubblica, l’opposizione domanda una soluzione contestuale degli altri tre argomenti, forte dei nuovi rapporti di forza che si sono instaurati sul terreno durante lo scorso fine settimana, quando effettivi di Hezbollah, Amal e del Partito Siriano Nazionalista Sociale hanno assunto di fatto il controllo di Beirut Ovest, prima di ritirarsi e lasciare il controllo del territorio alle truppe dell’esercito.
Con la riapertura dell’aeroporto di Beirut, giovedì scorso, la situazione in Libano sembra tornata ad un’apparente normalità, anche se alquanto precaria. Le fazioni che appoggiano il governo di Fouad Siniora, sostenute dagli Stati Uniti, appaiono disposte ad alcune concessioni, ma l’esito del “dialogo nazionale” appare incerto, anche in considerazione dell’atteggiamento intransigente mostrato dalla amministrazione Bush, come suggeriscono gli interventi del presidente americano contro Hezbollah di fronte alla Knesset e al vertice di Sharm el Sheikh. Le fragili speranze di una soluzione pacifica al conflitto interno libanese rimangono legate al vertice di Doha, che rappresenta, per il momento, un successo della diplomazia qatariota nello scenario regionale.
Francesco Mazzucotelli (da Beirut)
Sul tavolo della discussione permangono i grandi nodi su cui, da più di un anno, si è avviluppata la contrapposizione tra gruppi di maggioranza e opposizione: l’elezione di un nuovo presidente della repubblica, una nuova legge elettorale in vista delle elezioni legislative del 2009, la formazione di una governo di unità nazionale e il destino del dispositivo armato di Hezbollah. Per quanto rimanga un certo consenso sulla scelta di Michel Suleiman per la presidenza della repubblica, l’opposizione domanda una soluzione contestuale degli altri tre argomenti, forte dei nuovi rapporti di forza che si sono instaurati sul terreno durante lo scorso fine settimana, quando effettivi di Hezbollah, Amal e del Partito Siriano Nazionalista Sociale hanno assunto di fatto il controllo di Beirut Ovest, prima di ritirarsi e lasciare il controllo del territorio alle truppe dell’esercito.
Con la riapertura dell’aeroporto di Beirut, giovedì scorso, la situazione in Libano sembra tornata ad un’apparente normalità, anche se alquanto precaria. Le fazioni che appoggiano il governo di Fouad Siniora, sostenute dagli Stati Uniti, appaiono disposte ad alcune concessioni, ma l’esito del “dialogo nazionale” appare incerto, anche in considerazione dell’atteggiamento intransigente mostrato dalla amministrazione Bush, come suggeriscono gli interventi del presidente americano contro Hezbollah di fronte alla Knesset e al vertice di Sharm el Sheikh. Le fragili speranze di una soluzione pacifica al conflitto interno libanese rimangono legate al vertice di Doha, che rappresenta, per il momento, un successo della diplomazia qatariota nello scenario regionale.
Francesco Mazzucotelli (da Beirut)
I contenuti prodotti da Equilibri.net non sono riproducibili né per intero né in alcuna loro parte. In caso di utilizzo commerciale è necessario richiedere l'autorizzazione scritta a Equilibri.net. Gli articoli pubblicati potrebbero non riflettere l'opinione dei gestori del sito. Registrazione al Tribunale di Firenze del 19 gennaio 2004, n° 5320



