Weekly Analyses – 45/2007
Sudafrica: elezioni 2009, quali scenari? - Venezuela: il Summit dell'OPEC ed il petrolio come arma politica - Pakistan: L'ombra del generale Kiyani sul ritiro di Musharraf - Polonia:Tusk a un mese dalle elezioni - Libano: il generale Michel Suleiman verso la presidenza
Equilibri.net (03 dicembre 2007)
Sudafrica: elezioni 2009, quali scenari?
La competizione nella corsa alla presidenza dell’African National Congress (ANC) e, di fatto, del Paese, vede sempre più contrapposti il Presidente uscente Thabo Mbeki, virtualmente escluso dalla massima carica dello Stato in presenza di una Costituzione che gli preclude il suo terzo mandato, e l’ex vice-presidente Jacob Zuma, forte dell’appoggio dei sindacati ma nel recente passato al centro di diversi scandali che lo hanno costretto alle dimissioni, senza tuttavia che la sua grande popolarità all’interno e fuori del partito venisse intaccata.
Non potendo aspirare alla presidenza dello Stato, Mbeki ha recentemente manifestato la volontà di candidarsi per un terzo mandato alla guida del partito, minacciando di rompere lo storico binomio capo ANC – capo di Stato ed inasprendo i rapporti tanto con il Partito comunista sudafricano (SACP) quanto con la confederazione sindacale COSATU (Congress of South African Trade Unions), entrambi critici verso la politica neoliberista adottata a scapito della maggioranza della popolazione. Crescono invece simpatia e consensi nei confronti dell’ex membro dell’Umkhonto We Sizwe, candidato ideale della classe lavoratrice portavoce di un maggiore impegno nella lotta a povertà, disoccupazione e degrado sociale, i principali canali di accusa al modello di sviluppo economico liberale adottato dal governo Mbeki. Zuma starebbe inoltre guadagnando un sempre maggiore consenso tra le fila della classe industriale, attratta dalla sua vicinanza ai sindacati, dopo aver rassicurato il mondo imprenditoriale sudafricano di voler proseguire con la linea di politica economica adottata da Mbeki evitando in tal mondo una plausibile contrazione degli investimenti stranieri.
Forte dell’appoggio che gode all’interno dell’ANC Thabo Mbeki riuscirà verosimilmente ad ottenere la presidenza del partito, con concrete possibilità di interrompere la tradizione dell'identificazione del capo dell'ANC con il capo di Stato. Le presidenziali 2009 segneranno quindi un nuovo corso della politica interna sudafricana. Qualora Mbeki riuscisse a farsi rieleggere capo di Stato, a seguito di un eventuale emendamento costituzionale, il dissenso della COSATU potrebbe frenare la crescita economica del colosso sudafricano proprio in un decisivo momento del processo di integrazione regionale ed apertura ai mercati esteri, mentre se vincesse l’oggi favorito Zuma si aprirebbero nuovi scenari di dialettica politica inediti nella storia del Paese.
Massimo Corsini
Non potendo aspirare alla presidenza dello Stato, Mbeki ha recentemente manifestato la volontà di candidarsi per un terzo mandato alla guida del partito, minacciando di rompere lo storico binomio capo ANC – capo di Stato ed inasprendo i rapporti tanto con il Partito comunista sudafricano (SACP) quanto con la confederazione sindacale COSATU (Congress of South African Trade Unions), entrambi critici verso la politica neoliberista adottata a scapito della maggioranza della popolazione. Crescono invece simpatia e consensi nei confronti dell’ex membro dell’Umkhonto We Sizwe, candidato ideale della classe lavoratrice portavoce di un maggiore impegno nella lotta a povertà, disoccupazione e degrado sociale, i principali canali di accusa al modello di sviluppo economico liberale adottato dal governo Mbeki. Zuma starebbe inoltre guadagnando un sempre maggiore consenso tra le fila della classe industriale, attratta dalla sua vicinanza ai sindacati, dopo aver rassicurato il mondo imprenditoriale sudafricano di voler proseguire con la linea di politica economica adottata da Mbeki evitando in tal mondo una plausibile contrazione degli investimenti stranieri.
Forte dell’appoggio che gode all’interno dell’ANC Thabo Mbeki riuscirà verosimilmente ad ottenere la presidenza del partito, con concrete possibilità di interrompere la tradizione dell'identificazione del capo dell'ANC con il capo di Stato. Le presidenziali 2009 segneranno quindi un nuovo corso della politica interna sudafricana. Qualora Mbeki riuscisse a farsi rieleggere capo di Stato, a seguito di un eventuale emendamento costituzionale, il dissenso della COSATU potrebbe frenare la crescita economica del colosso sudafricano proprio in un decisivo momento del processo di integrazione regionale ed apertura ai mercati esteri, mentre se vincesse l’oggi favorito Zuma si aprirebbero nuovi scenari di dialettica politica inediti nella storia del Paese.
Massimo Corsini
Venezuela: il Summit dell'OPEC ed il petrolio come arma politica
Il 18 novembre si è concluso il Terzo Summit dei Capi di Stato dell'OPEC (Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio); sebbene il documento finale prodotto non produca cambiamenti di rilievo, l'incontro ha fornito molti spunti di riflessione, dei quali i due principali sono arrivati dal Presidente Hugo Chavez, spalleggiato dal Leader iraniano Mahmud Ahmadinejad.In primo luogo, Caracas ha suggerito un ruolo con una connotazione fortemente politica per l'Organizzazione, mettendosi in prima fila in questo e legando immediatamente il prezzo e le forniture di petrolio al contesto internazionale.Ha infatti sottolineato che, in caso di attacco da parte della Casa Bianca all'Iran, il costo al barile schizzerebbe senza esitazione a 150, o addirittura 200 Dollari; parimenti, nel caso dovessero emergere interferenze di Washington nel referendum del 2 dicembre in Venezuela per la ratifica degli emendamenti alla Costituzione, che ha avuto esito sorprendentemente negativo per il Mandatario, Chavez si è detto pronto a interrompere le forniture verso il vicino Nord Americano.
L'altro tema “di attualità” di cui gli Stati hanno discusso ma che hanno omesso di citare nella relazione conclusiva, è stata l'attuale debolezza della moneta statunitense e le eventuali misure da prendere per fronteggiare la situazione, Anche in questo caso Chavez si è mostrato risoluto, suggerendo a tutti i partecipanti di sostituire la valuta con un paniere di monete, tra cui l'Euro. Proposta che è stata accolta con scetticismo dal Segretario Generale dell'Opec, Abdalla Salem El-Badri, che ha demandato questa scelta ai singoli Governi.Se a livello concreto nulla è cambiato tra prima e dopo l'incontro, se non qualche generico impegno a garantire forniture costanti, Venezuela ed Iran, che ora possono contare anche sull'appoggio dell'Ecuador, rientrato ufficialmente nell'Organizzazione lasciata nel 1992, appaiono vieppiù determinati a legare strettamente le loro sorti all'andamento del cosiddetto “Oro Nero”.
Sebbene difficilmente questi Paesi riusciranno ad amalgamare un'Istituzione simile, composta da Paesi di ogni latitudine e con dinamiche (e relazioni diplomatiche) talmente differenti, è indubbio che il petrolio sta diventando per Caracas, Teheran e (probabilmente) Quito, un ulteriore strumento per rivendicare la propria autonomia e sovranità nazionale, nonché un altro mezzo per fronteggiare eventuali sgradite decisioni della Casa Bianca. Per comprendere però la validità di questa strategia, tuttavia, occorrerebbe una prova empirica, in quanto i legami economici con gli USA, almeno per quanto concerne il Venezuela e l'Ecuador (ancora legato al Dollaro), sono estremamente complessi e difficilmente scindibili con un “taglio netto” come quello paventato durante il Summit.
Lucia Conti
L'altro tema “di attualità” di cui gli Stati hanno discusso ma che hanno omesso di citare nella relazione conclusiva, è stata l'attuale debolezza della moneta statunitense e le eventuali misure da prendere per fronteggiare la situazione, Anche in questo caso Chavez si è mostrato risoluto, suggerendo a tutti i partecipanti di sostituire la valuta con un paniere di monete, tra cui l'Euro. Proposta che è stata accolta con scetticismo dal Segretario Generale dell'Opec, Abdalla Salem El-Badri, che ha demandato questa scelta ai singoli Governi.Se a livello concreto nulla è cambiato tra prima e dopo l'incontro, se non qualche generico impegno a garantire forniture costanti, Venezuela ed Iran, che ora possono contare anche sull'appoggio dell'Ecuador, rientrato ufficialmente nell'Organizzazione lasciata nel 1992, appaiono vieppiù determinati a legare strettamente le loro sorti all'andamento del cosiddetto “Oro Nero”.
Sebbene difficilmente questi Paesi riusciranno ad amalgamare un'Istituzione simile, composta da Paesi di ogni latitudine e con dinamiche (e relazioni diplomatiche) talmente differenti, è indubbio che il petrolio sta diventando per Caracas, Teheran e (probabilmente) Quito, un ulteriore strumento per rivendicare la propria autonomia e sovranità nazionale, nonché un altro mezzo per fronteggiare eventuali sgradite decisioni della Casa Bianca. Per comprendere però la validità di questa strategia, tuttavia, occorrerebbe una prova empirica, in quanto i legami economici con gli USA, almeno per quanto concerne il Venezuela e l'Ecuador (ancora legato al Dollaro), sono estremamente complessi e difficilmente scindibili con un “taglio netto” come quello paventato durante il Summit.
Lucia Conti
Pakistan: L'ombra del generale Kiyani sul ritiro di Musharraf
Con le sue dimissioni dall'incarico di Capo di Stato Maggiore dell'Esercito (CSME) Pervez Musharraf, che ora ricopre solo quello di Presidente della Repubblica, il 28 novembre ha aperto la strada alla promozione a CSME di Ashfaq Pervez Kiyani. Tale evento, auspicato anche da Washington, potrebbe avere conseguenze non previste dai piani di Musharraf e degli USA.
Le decisioni di Musharraf dimostrano che egli si fida del nuovo CSME. Lo ha infatti prima nominato capo del servizio segreto Inter Service Intelligence, poi suo vice CSME, già prevedendo la successione. Secondo gli osservatori si starebbe realizzando un progetto, sponsorizzato da USA e Gran Bretagna, che, a grandi linee, vede la salita al potere di un triumvirato: Musharraf presidente, Kiyani CSME e Benazir Bhutto (capo del Pakistan People's Party) premier dopo le elezioni previste per il 9 gennaio 2008.
Alcuni fattori, però, mettono in forse l'attuazione di tale piano. Innanzitutto, Kiyani ha subito compiuto un ricambio ai vertici dell'Esercito e dei servizi segreti, promuovendo persone a lui fedeli e diminuendo quindi l'influenza di Musharraf. Nel caso in cui lo ritenesse necessario, il CSME potrebbe dunque ribellarsi al Presidente contando sull'appoggio dei militari. In secondo luogo, il rientro in patria dell'ex premier in esilio Nawaz Sharif ha segnato il ritorno sulla scena politica di un candidato premier che gode di consenso presso gli ambienti islamici e le Forze Armate. Sharif rappresenta un concorrente temibile per la Bhutto.Potrebbe profilarsi all'orizzonte uno scenario sfavorevole per Washington. Kiyani, che pure ha studiato negli USA, potrebbe decidere di svincolarsi da loro. Alle prossime consultazioni potrebbe poi affermarsi Sharif il quale, pur non essendo esplicitamente anti-americano, ha rilasciato dichiarazioni che sostengono un allentamento dei legami fra i due paesi. Musharraf, che pure conserva poteri di influenza sull'esecutivo, potrebbe adattarsi alla nuova situazione e vanificare i piani di Washington.L'Esercito rimane in ogni caso il vero potere con cui i politici e gli Stati Uniti devono fare i conti. Chiunque ricoprirà l'incarico di Primo Ministro rischierà di finire schiacciato tra Presidente e CSME.
Andrea Carbonari
Le decisioni di Musharraf dimostrano che egli si fida del nuovo CSME. Lo ha infatti prima nominato capo del servizio segreto Inter Service Intelligence, poi suo vice CSME, già prevedendo la successione. Secondo gli osservatori si starebbe realizzando un progetto, sponsorizzato da USA e Gran Bretagna, che, a grandi linee, vede la salita al potere di un triumvirato: Musharraf presidente, Kiyani CSME e Benazir Bhutto (capo del Pakistan People's Party) premier dopo le elezioni previste per il 9 gennaio 2008.
Alcuni fattori, però, mettono in forse l'attuazione di tale piano. Innanzitutto, Kiyani ha subito compiuto un ricambio ai vertici dell'Esercito e dei servizi segreti, promuovendo persone a lui fedeli e diminuendo quindi l'influenza di Musharraf. Nel caso in cui lo ritenesse necessario, il CSME potrebbe dunque ribellarsi al Presidente contando sull'appoggio dei militari. In secondo luogo, il rientro in patria dell'ex premier in esilio Nawaz Sharif ha segnato il ritorno sulla scena politica di un candidato premier che gode di consenso presso gli ambienti islamici e le Forze Armate. Sharif rappresenta un concorrente temibile per la Bhutto.Potrebbe profilarsi all'orizzonte uno scenario sfavorevole per Washington. Kiyani, che pure ha studiato negli USA, potrebbe decidere di svincolarsi da loro. Alle prossime consultazioni potrebbe poi affermarsi Sharif il quale, pur non essendo esplicitamente anti-americano, ha rilasciato dichiarazioni che sostengono un allentamento dei legami fra i due paesi. Musharraf, che pure conserva poteri di influenza sull'esecutivo, potrebbe adattarsi alla nuova situazione e vanificare i piani di Washington.L'Esercito rimane in ogni caso il vero potere con cui i politici e gli Stati Uniti devono fare i conti. Chiunque ricoprirà l'incarico di Primo Ministro rischierà di finire schiacciato tra Presidente e CSME.
Andrea Carbonari
Polonia:Tusk a un mese dalle elezioni
Donald Tusk, leader del partito Piattaforma Civica e vincitore delle elezioni dello scorso 21 ottobre, ha recentemente ottenuto la fiducia della Camera bassa del parlamento polacco.Tusk, vincitore con il 41,5% dei voti, ha deciso di dare al proprio mandato un’impronta liberal-moderata, prediligendo un approccio filo-europeo e filo-tedesco. Il neo-premier intende lavorare congiuntamente con Bruxelles e Berlino per permettere alla Polonia di “ritornare” in Europa. Per tale motivo Tusk è disposto a firmare la Carta per i Diritti Umani ed il trattato per la Costituzione europea.
Per quanto riguarda Washington, Tusk ha dichiarato che il ritiro dall’Iraq avverrà entro l’autunno del 2008 ed ha rimesso in discussione il progetto statunitense di scudo antimissilistico che dovrebbe essere costruito in Polonia e Repubblica Ceca. Nel tempo si vedrà quanto tale approccio potrà influire sui rapporti tra Washington e Varsavia.Rimangono due questioni legata l’una all’altra: la Russia e il problema energetico. Tusk esibisce i segni di una possibile volontà di riavvicinamento a Mosca per risolvere il problema dell’embargo russo sui prodotti polacchi ma soprattutto per trovare una soluzione alla questione energetica. Varsavia è isolata energicamente e “soffre” dell’abbandono da parte di Germania e Russia che nel 2005 firmarono l’accordo per la costruzione di un gasdotto che rifornirà la Germania di gas russo senza passare per il territorio polacco.
Varsavia sta ora mostrando la volontà di reagire a tale situazione e ciò è dimostrato dalla recente iniziativa polo-lituana finalizzata alla creazione di una joint venture per la costruzione di un ponte energetico che collegherà i due paesi e che potrebbe coinvolgere anche la Lettonia e l’Estonia. Ciò dimostra come la Polonia cerchi sempre di sfruttare al meglio la carta della cooperazione regionale.I prossimi mesi saranno decisivi per il governo di Tusk, il quale dovrà evitare di diventare ostaggio del secondo partito della coalizione di maggioranza, il Partito dei contadini, il quale ha già dimostrato di poter imporre le proprie condizioni al neo-letto Premier.
Teresa Coratella
Per quanto riguarda Washington, Tusk ha dichiarato che il ritiro dall’Iraq avverrà entro l’autunno del 2008 ed ha rimesso in discussione il progetto statunitense di scudo antimissilistico che dovrebbe essere costruito in Polonia e Repubblica Ceca. Nel tempo si vedrà quanto tale approccio potrà influire sui rapporti tra Washington e Varsavia.Rimangono due questioni legata l’una all’altra: la Russia e il problema energetico. Tusk esibisce i segni di una possibile volontà di riavvicinamento a Mosca per risolvere il problema dell’embargo russo sui prodotti polacchi ma soprattutto per trovare una soluzione alla questione energetica. Varsavia è isolata energicamente e “soffre” dell’abbandono da parte di Germania e Russia che nel 2005 firmarono l’accordo per la costruzione di un gasdotto che rifornirà la Germania di gas russo senza passare per il territorio polacco.
Varsavia sta ora mostrando la volontà di reagire a tale situazione e ciò è dimostrato dalla recente iniziativa polo-lituana finalizzata alla creazione di una joint venture per la costruzione di un ponte energetico che collegherà i due paesi e che potrebbe coinvolgere anche la Lettonia e l’Estonia. Ciò dimostra come la Polonia cerchi sempre di sfruttare al meglio la carta della cooperazione regionale.I prossimi mesi saranno decisivi per il governo di Tusk, il quale dovrà evitare di diventare ostaggio del secondo partito della coalizione di maggioranza, il Partito dei contadini, il quale ha già dimostrato di poter imporre le proprie condizioni al neo-letto Premier.
Teresa Coratella
Libano: il generale Michel Suleiman verso la presidenza
Con un annuncio letto domenica dall’ex-presidente Amine Gemayel nell’Hotel Phoenicia di Beirut, l’Alleanza del 14 Marzo, ossia la coalizione di maggioranza nel parlamento libanese, ha dichiarato di sostenere ufficialmente la candidatura del generale Michel Suleiman, attuale capo delle Forze Armate, alla presidenza della repubblica.
Gli esponenti di maggioranza hanno fatto sapere di accettare un emendamento all’articolo 49 della costituzione, il quale richiede che un funzionario di primo livello debba dimettersi dal suo incarico almeno due anni prima di candidarsi alla presidenza della repubblica. L’emendamento spianerebbe la strada all’elezione di Suleiman, dopo che in settimana anche il generale Michel Aoun, finora candidato unico di opposizione, aveva inviato segnali di apertura, facendo sapere che avrebbe approvato la candidatura “di compromesso” di Suleiman, se questi avesse accettato di dimettersi dopo le elezioni parlamentari previste per il 2009. A favore di Suleiman giocano il basso profilo tenuto durante gli ultimi due anni e il rifiuto delle forze armate di intromettersi nelle turbolenti vicende politiche libanesi, in modo da non dare l’impressione di parteggiare per alcuna fazione. Il fatto che le forze armate si siano dimostrate, anche in occasione degli scontri del Gennaio scorso, come un’istituzione relativamente solida e al di sopra delle fratture confessionali e ideologiche, fa sì che nessuna delle fazioni coinvolte possa eccepire argomenti sostanziali contro l'elezione di Suleiman, il cui profilo lo rende il candidato "di consenso" più accettabile per entrambi gli schieramenti.
L’elezione di Suleiman alla presidenza della repubblica chiuderebbe una lunghissima vertenza che ha congelato per mesi lo scenario politico libanese in una situazione di stallo pressoché totale e la scelta di un candidato di compromesso (peraltro non inviso ai governi occidentali né alla Siria né a Hezbollah) allontanerebbe lo spettro di un conflitto interno. Rimane tuttavia problematico asserire che i problemi strutturali e i grandi nodi della politica libanese siano stati risolti con questa elezione, piuttosto che rimandati ad altra data.
Francesco Mazzucotelli
Gli esponenti di maggioranza hanno fatto sapere di accettare un emendamento all’articolo 49 della costituzione, il quale richiede che un funzionario di primo livello debba dimettersi dal suo incarico almeno due anni prima di candidarsi alla presidenza della repubblica. L’emendamento spianerebbe la strada all’elezione di Suleiman, dopo che in settimana anche il generale Michel Aoun, finora candidato unico di opposizione, aveva inviato segnali di apertura, facendo sapere che avrebbe approvato la candidatura “di compromesso” di Suleiman, se questi avesse accettato di dimettersi dopo le elezioni parlamentari previste per il 2009. A favore di Suleiman giocano il basso profilo tenuto durante gli ultimi due anni e il rifiuto delle forze armate di intromettersi nelle turbolenti vicende politiche libanesi, in modo da non dare l’impressione di parteggiare per alcuna fazione. Il fatto che le forze armate si siano dimostrate, anche in occasione degli scontri del Gennaio scorso, come un’istituzione relativamente solida e al di sopra delle fratture confessionali e ideologiche, fa sì che nessuna delle fazioni coinvolte possa eccepire argomenti sostanziali contro l'elezione di Suleiman, il cui profilo lo rende il candidato "di consenso" più accettabile per entrambi gli schieramenti.
L’elezione di Suleiman alla presidenza della repubblica chiuderebbe una lunghissima vertenza che ha congelato per mesi lo scenario politico libanese in una situazione di stallo pressoché totale e la scelta di un candidato di compromesso (peraltro non inviso ai governi occidentali né alla Siria né a Hezbollah) allontanerebbe lo spettro di un conflitto interno. Rimane tuttavia problematico asserire che i problemi strutturali e i grandi nodi della politica libanese siano stati risolti con questa elezione, piuttosto che rimandati ad altra data.
Francesco Mazzucotelli
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