MAURIZIO MOLINARI*
Corrispondente del quotidiano "La Stampa" a Washington
A cura di Simone Comi
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Eric
Cantor, Rappresentante Repubblicano della Virginia, sembra essere
diventato in breve tempo una delle figure più interessanti sulla
scena politica interna statunitense, tanto venir descritto come uno dei
leaders del futuro Grand Old Party. Ci sono altre figure che potrebbero
guidare i Repubblicani verso il rinnovamento di un Partito che per
molti versi sembra essere incapace di aprire un nuovo corso?
“Il partito repubblicano e’ in fase di trasformazione. Avviene sempre dentro il partito sconfitto alle presidenziali. Chi perde deve porre le basi per una nuova coalizione di elettori al fine di poter sperare in un riscatto nelle urne. Il primo tassello di questa ricostruizione lo ha messo Bush nell’ultima conferenza stampa da presidente quando, dopo l’elezione di Obama, ha fatto mea culpa per “non aver ascoltato chi mi suggeri’ dopo la rielezione nel 2004 di dedicarmi alla riforma dell’immigrazione”. E’ stata infatti la carenza di attenzione per le minoranza, la fuga di voti ispanici e di conseguenza il crollo del voto cattolico che ha fatto perdere ai repubblicani Stati decisi nell’Ovest, come il Colorado e il New Mexico, e nel Sud, a cominciare dalla Florida. Non e’ dunque un caso che i repubblicani hanno scelto come nuovo presidente del partito l’afroamericano Michael Steele, che come prima cosa ha subito detto di voler dare piu’ attenzione alle minoranze. Se vogliamo dunque chiederci chi possono essere i nuovi leader del partito, in chiave nazionale, dobbiamo partire dall’interrogativo su chi e’ piu’ vicino a questi temi. Eric Cantor, combattivo deputato della Virginia, certamente e’ fra questi ma altrettanto vale per il governatore del Texas, Rick Perry, e quello della Florida Charlie Chris. Siamo comunque solo all’inizio del percorso. In questa fase i nomi contano meno della strategia politica. Di certo fra quattro anni sentiremo comunque ancora parlare di Sarah Palin e Mike Huckabee perche’ interpreti della base conservatrice, per la quale cio’ che conta e’ il valore della fede e l’opposizione all’aborto”. La riforma della sanità sembra essere una delle priorità della nuova amministrazione Democratica e la Segretaria alla Salute Kathleen Sebelius pare essere decisa a lanciare in tempi brevi un programma di rinnovamento profondo del Sistema Sanitario Nazionale. La battaglia per la riforma della Sanità vedrà il coinvolgimento di alcune delle più potenti lobby, riuscirà Barack Obama a portare a compimento il progetto presentato in campagna elettorale o le pressioni politiche sul Congresso potrebbero portare a ridimensionamenti importanti? “La maggiore difficolta’ di Obama su questo fronte sono i limiti di bilancio. L’indebitamento pubblico si e’ impennato a causa degli aiuti versati al settore finanziario per scongiurare il tracollo dell’intero sistema economica e il recente passo del presidente, che ha chiesto a tutti i ministri di tagliare i rispettivi bilanci per un totale di 100 milioni di dollari, lascia intendere che la Casa Bianca vuole frenare la spesa pubblica. Non a caso Obama ha gia’ fatto sapere che “molte delle grandi riforme” di cui ha parlato in campagna elettorale “potrebbero dover aspettare”. La riforma della sanita’ resta un timone delle innovazione che la Casa Bianca vuole apportare all’America ma sui tempi e sulle misure che adottera’ in questo momento prevale la prudenza. L’imperativo e’ risollevare l’economia, far ripartire la crescita”. Il probabile riavvicinamento a Cuba e la politica della “mano tesa” che Barack Obama ha promosso al Summit delle Americhe di Trindad e Tobago indicano la reale volontà della Casa Bianca di impostare relazioni paritarie con l’America del Sud oppure gli Stati Uniti continueranno a considerare il resto del continente “il giardino” della Casa Bianca? “Obama tende la mano a Raul Castro come fa con l’Iran, la Nord Corea e la Siria perche’ la sua idea di leadership americana e’ quella di una nazione capace di far trovare al mondo le risposte giuste ai problemi collettivi e impellenti. E’ una scelta strategica. Cio’ non significa che l’America si stia arrendendo ai propri nemici, come lasciano intendere gli attacchi contro Al Qaeda in Pakistan, o rinunci a difendere i diritti alle liberta’, come evidenziano le posizioni di Obama a favore della liberazione dei detenuti politici all’Avana. Ma Obama e’ un leader pragmatico, non ideologico. E’ convinto che la maniera piu’ facile per favorire innovazioni e riforme nelle nazioni in mano ai dittatori sia il dialogo, l’apertura e i negoziati. Proprio come fecero gli Usa con l’Urss per mezzo secolo, riuscendo a vincere la Guerra Fredda senza sparare un singolo colpo”. |
* Maurizio Molinari è dal gennaio 2001 il corrispondente del quotidiano "La Stampa" dagli Stati Uniti.
Ha intervistato fra gli altri George W. Bush, Laura Bush, Ban Ki-moon, Kofi Annan, Condoleezza Rice, Paul Wolfowitz, Madeleine Albright, Henry Kissinger, il re saudita Abdullah quando era principe ereditario, Muammar Gheddafi, Tareq Aziz, Ali Akbar Velaiaty, Kamal Karrazi, Nateq Nouri, Benjamin Nethanyahu, Shimon Peres, Elie Wiesel, Yasser Arafat, Abdullah Ocalan, Javier Solana, Hugo Chavez, Rodrigo Rato e Atal Bihari Vajpayee.
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