Medio Oriente: i salafiti e Hamas, lotta per il controllo di Gaza

InsightsInsights

I gruppi salafiti emergono dalla cronaca recente nella loro forma più violenta. Ma le radici di questo movimento vengono da lontano e affondano in principi molto diversi. Nella particolare situazione della Striscia di Gaza, hanno trovato terreno fertile, abbracciando, in alcuni casi, la filosofia jihadista. E dopo un primo periodo di convivenza è cominciato il duro scontro con Hamas.

La sera del 14 aprile scorso il pacifista Vittorio Arrigoni è stato sequestrato e ucciso a Gaza City. A rivendicare l’azione, una cellula di estremisti salafiti che chiedeva ad Hamas il rilascio di alcuni detenuti.

Le origini

Questa corrente fondamentalista oggi si trova un po’ in tutto il mondo islamico, dalla Tunisia al Pakistan. Le sue radici affondano nella scuola di pensiero hanbalita, una delle quattro grandi scuole giuridiche dell’islam sunnita, fondata dall’imam Ahmed ibn Hanbal nel IX secolo. In seguito furono due i grandi teologi del salafismo: Ibn Tamiyya nel XIII secolo e Muhammad ibn Abd al-Wahhab nel XIII secolo. L’accezione moderna del termine fa riferimento a una corrente riformista sviluppatasi nell’Egitto coloniale tra il XIX e il XX secolo. Lo scopo era spronare il mondo musulmano a reagire alla dominazione occidentale, attraverso il ritorno a un islam puro e incorrotto. La parola salafita deriva dall’arabo salaf che significa “antenato”. E proprio gli antenati, in primis i quattro califfi Rashidun (“ben guidati”) successori di Maometto, dovevano essere l’esempio da seguire con una rigida e rigorosa interpretazione delle scritture. La radicale riforma dei costumi si sarebbe potuta tradurre anche in una riforma politica.

Il pensiero salafita ha attraversato gli anni, mantenendo il suo carattere tradizionalista. Oggi la maggioranza dei seguaci è lontana dalla politica e si occupa di attività missionarie di proselitismo e conversione attraverso la da’wa, la “chiamata”. Ma una parte di attivisti, seppur minoritaria, ha interpretato il ritorno all’islam puritano come guerra ai musulmani ritenuti non abbastanza rigorosi nell’applicazione dei precetti islamici da un lato e, dall’altro, contro i non musulmani. Così è iniziato il jihad (o meglio il cosiddetto “piccolo jihad”, dal momento che jihad originariamente significa “sforzo” sulla via dell’applicazione dei principi islamici), la “guerra santa” contro i kuffar, gli infedeli, con lo scopo di creare uno Stato islamico quanto più esteso possibile, ricalcando il modello degli antichi califfati. È qui che il credo salafita sposa anche la violenza, avvicinandosi ai principi e alla guerra globale promossa da al Qaeda. Questa diramazione mescola l’ideologia salafita ai principi jihadisti più radicali e ha preso corpo soprattutto a opera degli jihadisti afgani che si opponevano all’invasione russa negli anni Ottanta.

Lo sviluppo nei Territori Palestinesi

Il salafismo inizia a diffondersi nella società palestinese nei primi anni ’70, a ridosso della Guerra dei Sei Giorni (1967) e, in seguito, con la rivoluzione islamica in Iran (1979). Il veicolo principale furono gli studenti palestinesi tornati in patria dopo gli studi religiosi presso le università saudite. L’attenzione si concentrò subito sulla causa palestinese: lo stesso Hamas ha radici anche nel pensiero salafita. La fazione jihadista invece si sviluppa nei Territori solo negli ultimi anni e particolarmente dopo il ritiro delle truppe israeliane dalla Striscia di Gaza nel 2005. Hamas affrontò una crisi interna che vide il movimento spaccarsi e i membri più estremisti, contrari alla partecipazione alle elezioni, slegarsi per formare movimenti più radicali. Gli estremisti approfittarono del vuoto di potere che si creò a causa delle lotte intestine tra Fatah e Hamas che seguirono le elezioni del 2006 e precedettero la presa di potere nella Striscia da parte del movimento radicale islamico nel 2007.

La particolare situazione politica e sociale dei Territori Palestinesi ha sicuramente favorito lo sviluppo dell’islamismo radicale e del salafismo jihadista. Secondo un sondaggio condotto nel 2004 dal Center for Strategic Studies della Jordan University nella West Bank e a Gaza, il 70% dei palestinesi intervistati considera al Qaeda un “movimento di resistenza” mentre solo il 7% lo classifica come “terrorista”. Lo stesso sondaggio ha proposto di indicare da un elenco di eventi quali fossero considerati “atti terroristici”. Solo il 22% del campione ha definito tale l’attacco alle Torri Gemelle.

La stessa sorprendente e inaspettata vittoria di Hamas nelle elezioni del 2006 si può considerare il frutto di questa particolare situazione ed esprime la reazione della popolazione a una corrotta e inefficiente classe politica. Per lo stesso motivo, una parte minoritaria di palestinesi, delusi dalle scelte governative di Hamas, si è avvicinata all’islamismo radicale più intransigente e, in alcuni casi, violento. A questo si aggiunge la tensione sociale provocata dall’occupazione israeliana e dall’embargo imposto nella Striscia di Gaza. Il fenomeno è attenuato nella West Bank dove Fatah esercita un maggiore controllo, appoggiato anche dalla comunità internazionale. A conferma di questa differenza, da una ricerca sviluppata dalla Fafo, ong norvegese, emerge che il 79% degli abitanti di Gaza intervistati appoggia le azioni di al Qaeda in Occidente, percentuale che scende al 57% nella West Bank. Va però sottolineato come si tratti di una ricerca condotta nel 2005 e dunque non direttamente ricollegabile agli eventi degli ultimi anni.

Salafiti vs Hamas

Pur essendo entrambi dei movimenti islamici radicali, vi sono nette differenze tra Hamas e gli estremisti salafiti, da un punto di vista ideologico e politico. Inizialmente Hamas tollerò la presenza di gruppi salafiti jihadisti nella Striscia, soprattutto perché essi appoggiavano la lotta contro Israele. Dopo le elezioni del 2006, queste fazioni compirono azioni, come rapimenti di giornalisti occidentali, che Hamas non condivideva. Il protrarsi di queste azioni, e le motivazioni esplicitate dagli estremisti molto vicine a quelle di al Qaeda, sembrarono un vero e proprio atto di sfida nei confronti di Hamas. Il movimento reagì arrestando alcuni dei capi e degli affiliati.

Le fazioni jihadiste, per quanto non molto potenti militarmente e non sufficientemente organizzate, rappresentavano una spina nel fianco per il governo di Hamas, una minaccia al già difficile controllo di Gaza. Tra il 2006 e il 2007, si intensificarono gli attentati degli jihadisti all’interno nella Striscia: bombe piazzate dentro internet cafè, negozi di musica e parrucchieri, simboli della “corruzione” occidentale.
Pur non avendo legami diretti, i gruppi salafiti jihadisti si sono allineati ad al Qaeda, con cui condividono il modus operandi, l’ideologia e le critiche verso Hamas. Il punto di rottura arriva con la partecipazione del movimento palestinese alle elezioni del 2006: «Hamas ha perso la sua religione», dichiara Osama bin Laden. Il contrasto riguarda quattro punti fondamentali:

1-    nella prospettiva di un Islam fondamentalista, Dio è il solo e unico che ha il potere di governare e di emanare leggi; ogni forma di democrazia (elezioni comprese), che prevede l’intervento dell’uomo e la partecipazione di più soggetti, è considerata apostasia;
2-    al Qaeda critica il rifiuto di Hamas di portare avanti un jihad globale e di focalizzarsi solo sul conflitto israelo-palestinese; secondo i qaedisti Hamas ha fallito la lotta contro Israele, accettando la tregua;
3-    secondo al Qaeda, il governo di Hamas ha introdotto la shari’a, la legge islamica, a Gaza in modo troppo morbido;
4-    nell’ottica di una lotta senza confini, il pensiero qaedista ammette l’uccisione “accidentale” di altri musulmani nel nome di un obiettivo più grande. Inoltre, il jihad di al Qaeda è una guerra di aggressione mentre per Hamas è una difesa contro l’oppressione e l’occupazione del nemico.

Il parziale fallimento della strada percorsa da Hamas ha trasformato queste differenze nelle cause dell’insuccesso: il salafismo jihadista è diventato un’alternativa per portare avanti la causa palestinese, seppur nell’ambito di una guerra globale. Militanti di Hamas e, in qualche caso, di Fatah hanno scelto di abbracciare la filosofia salafita jihadista. A ingrossare le fila di questi gruppi sarebbero poi arrivati combattenti stranieri, soprattutto egiziani, entrati a Gaza dal valico di Rafah. Oltre a portare avanti attacchi interni, le diverse fazioni si sono rese responsabili di molti dei razzi lanciati dalla Striscia verso il sud di Israele e hanno lavorato, separatamente o insieme, alla progettazione di grandi attentati per avere risalto sulla scena mondiale, finanziati soprattutto da entità estremiste del mondo arabo.

Il supporto alla causa locale (quella palestinese) è diventata difesa dell’Islam a livello globale. Per questo alcuni analisti hanno coniato l’espressione “islamismo glocale” per indicare questa sorta di globalizzazione della religione.
Nonostante i gruppi salafiti jihadisti siano apparsi a Gaza solo negli ultimi anni, affermazioni circa la presenza di infiltrazioni qaediste nella Striscia, sia da parte dell’Autorità Palestinese sia di Israele, risalgono alla fine del 2002. Alcuni politici israeliani, attribuendole ad Hamas, hanno parlato spesso di “Hamastan”, coniugando nel suffisso persiano –stan sia il fondamentalismo dell’Afghanistan sia i criticati supposti legami di Hamas con l’Iran.

Chi sono e quanti sono nella Striscia

Il numero di militanti in questi gruppi è piuttosto difficile da stimare, soprattutto perché Hamas vieta la diffusione di dati, forse per paura che Gaza appaia come una sorta di incubatrice di al Qaeda. Le stime effettuate variano di diversi ordini di grandezza: Hamas parla di qualche dozzina di attivisti, lo Shin Bet, i servizi segreti interni di Israele, di circa 500, fonti vicine a Fatah della al-Azhar University di Gaza li quantificano in 4000-5000 membri fino ai numeri ben più grossi (50 mila unità) di alcuni analisti israeliani. A causa della mancanza di dati ufficiali, le varie fonti forniscono numeri che esprimono il loro interesse a sotto o sovra stimare il fenomeno.

Uno dei primi gruppi a comparire a Gaza è Jaysh al Islam (l’Esercito dell’Islam) nel 2006. Il leader, Mumtaz Dughmush, proviene da uno dei clan della criminalità organizzata più potenti della Striscia, arricchitasi con il contrabbando, ed è un ex membro dell’Autorità Palestinese. Nel giugno 2006, alcuni membri del clan collaborano con Hamas al rapimento del caporale israeliano Gilad Shalit e, poco dopo, dichiarano la creazione del nuovo gruppo. L’iniziale collaborazione con Hamas inizia a incrinarsi l’anno successivo quando Jaysh al Islam rapisce il giornalista della BBC Alan Johnston. Dopo quattro mesi di detenzione, e diversi video in cui il giornalista appariva con indosso una cintura esplosiva, un’operazione militare di Hamas arresta alcuni militanti del gruppo e libera Johnston. Nel 2008 la rottura tra i due movimenti è definitiva. Il gruppo oggi esiste ancora, anche se conta pochi membri tenuti sotto controllo da Hamas.

Un altro gruppo storico, Jund Ansar Allah (i Soldati di Dio), si è ormai quasi estinto ma nell’agosto 2009 è stato protagonista di un duro scontro con Hamas. Il leader spirituale era lo sceicco Abd-al Latif Musa, direttore di una delle più antiche istituzioni salafite della Palestina. Il comando militare era invece affidato a Khalid Banat, medico palestinese vissuto in Siria e tornato in patria per addestrare i militanti delle brigate al Qassam, braccio armato di Hamas, e passato poi al salafismo jihadista. L’11 agosto del 2009 nella piccola moschea Ibn Taymiyya di Rafah, Musa, sfidando apertamente Hamas, dichiarò l’istituzione di un Emirato islamico a Gaza. Hamas intervenne militarmente e la battaglia, in cui morirono 28 persone e 120 rimasero ferite, durò fino al giorno dopo. Banat, rifiutando di arrendersi, fece esplodere la cintura esplosiva che indossava uccidendo anche lo sceicco Musa.

Tra i gruppi oggi più attivi, anche se poco numeroso, c’è Tawhid wa al-Jihad (Monoteismo e Jihad) che ha rivendicato l’uccisione di Arrigoni. Il leader della fazione, Abu al Walid al Maqdisi, è evaso dalla prigione centrale di Gaza quando fu distrutta dai bombardamenti israeliani durante l’operazione “Piombo Fuso”. Dopo notizie che lo davano in fuga in Egitto, a marzo di quest’anno è stato catturato da Hamas. In seguito all’arresto, Tawhid wa al-Jihad promise ritorsioni.

Conclusioni

Nonostante l’azione di Hamas ne abbia ridotto sia il numero sia le capacità militari e organizzative, le fazioni salafite jihadiste rimangono potenzialmente pericolose. E capaci di portare a termine attacchi improvvisi e dall’esito imprevedibile, seppur circoscritti. «Per condurre offensive con conseguenze potenziali enormi per Gaza, non servono centinaia di uomini. Ne bastano dieci», ha detto Ashraf Juma’, leader di Fatah a Rafah. E nella peculiare situazione della Striscia, i giovani palestinesi che sentono di non aver nulla da perdere potrebbero essere attratti da soluzioni violente.

A questo scenario si aggiunge però l’accordo firmato da Hamas e Fatah lo scorso 4 maggio al Cairo. Dopo quattro anni di ostilità, i due movimenti si trovano a dover ripensare completamente le proprie strategie. Da un lato Hamas deve sempre più fronteggiare il contrasto tra il suo lato radicale e il più recente ruolo politico. Dall’altro Fatah deve convincersi, e convincere il mondo occidentale, che Hamas sta diventando un interlocutore credibile. È prematuro dire se e come avrà successo questo accordo (intese passate si sono poi tradotte in un nulla di fatto) anche se le elezioni fissate per il 4 maggio 2012 fanno ben sperare. Altro fattore da non sottovalutare è la riapertura permanente del valico di Rafah tra Gaza ed Egitto, decisa dal ministro degli Esteri del Cairo. Significherebbe alleggerire il blocco alla Striscia, permettendo la circolazione libera di merci e persone. Una grande svolta per i palestinesi di Gaza ma, a meno di efficienti controlli, anche un potenziale varco d’accesso per nuovi militanti jihadisti.

Copyright Equilibri

ISSN: 2038-999X 

I contenuti prodotti da Equilibri.net non sono riproducibili né per intero né in alcuna loro parte. In caso di utilizzo commerciale è necessario richiedere l'autorizzazione scritta a Equilibri.net. Gli articoli pubblicati potrebbero non riflettere l'opinione dei gestori del sito. Registrazione al Tribunale di Firenze del 19 gennaio 2004, n° 5320.

CheckpointCheckpoints
22 jul 2014 | Ian Black
Hamas must ease Gaza's blockade and free prisoners as deaths rise, while Israel must improve security to justify its own
15 dec 2013 | Emanuele Schibotto
Mentre nelle pianure europee si costruisce sempre meno, nei deserti arabi il valore dei mega-progetti in corso di
14 sep 2013 | Ana Marie Cox
When one story dominates the news cycle for days on end, it's not just tedious; we're also less well-informed on
InsightsInsights
23 ago 2014 | Valentina Gadotti
(Istanbul) - Lo scorso 26 giugno, il Parlamento di Ankara ha ratificato l'accordo di riammissione tra Turchia e
16 jun 2014 | Francesco Pongiluppi - Maddalena Portigliatti
(Sharjah, UAE) - Sharjah is one of the seven emirates of the United Arab Emirates (UAE). Since 1972,
10 abr 2014 | Raffaele Petroni
Le relazioni pubbliche, in tempo di negoziati, svolgono un ruolo cruciale per spostare a proprio favore la bilancia del consenso
FocusFocus & Research
28 jul 2014 | Raffaele Petroni
Il lancio di missili da parte di Hamas contro lo Stato d'Israele e l'operazione militare israeliana “Margine Protettivo”
05 jul 2014 | Raffaele Petroni
(Gerusalemme) - Il ritrovamento dei corpi di tre adolescenti israeliani ha aperto la porta a nuovi potenziali scenari
24 dec 2013 | Maria Gloria Polimeno
In the aftermath of the coup d’etát, the Sinai as unstable area since the 70’s, has collapsed into