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Turchia-Siria: climax di tensione al confine
17 Nov 2012 | Isadora Bilancino
Nell’ultimo mese il conflitto siriano ha causato vittime anche in Turchia, la quale ha risposto sparando colpi verso il confine siriano. I due paesi, che negli ultimi dieci anni avevano vissuto da fedeli alleati, sono sull’orlo del conflitto. Considerata la situazione nel Medio Oriente, l’esplosione di un conflitto sirio-turco potrebbe essere deleterio, ma fortunatamente anche improbabile.
Il conflitto siriano tra ribelli e forze dell’ordine dello stato è ancora intenso e sembra lontano da arrivare ad una fine. La comunità internazionale continua a guardare ogni giorno immagini di fumo e distruzione nelle città siriane. Le persone scomparse in Siria ammontano a 28,000, i rifugiati in territorio turco a più di 145,000. Al contrario di quanto è successo in Libia, ancora nessun intervento diretto da potenze esterne è stato ipotizzato. Il conflitto iniziato ormai quasi un anno fa continua a dilaniare il paese ed ha ultimamente causato qualche vittima anche oltre il confine siriano, colpendo due città del sud della Turchia.
Il primo ministro turco Recep Tayyip Erdoğan aveva, all’inizio delle rivolte, cercato il dialogo con il presidente siriano Bashar Hafez al-Assad, invitandolo a concedere le riforme democratiche che potessero placare il tumulto. La Turchia, che stava portando avanti con orgoglio una nuova strategia di politica estera basata sul motto “zero problemi con i vicini”, ha visto uno dei suoi più fedeli alleati degli ultimi anni voltargli le spalle e accusarla di voler influenzare la politica interna. A seguito di questo colpo all’onore, la Turchia ha deciso di ospitare gli oppositori siriani in esilio. Poco dopo, a settembre, il premier turco ha interrotto il dialogo con il regime siriano.
Adesso che il conflitto si fa sempre più minaccioso, “dobbiamo prepararci ad ogni eventualità, anche quella di una guerra”, ha dichiarato Erdoğan. Nell’ultimo mese, due sono stati i colpi di mortai siriani che hanno colpito la Turchia, causando cinque vittime civili. La Turchia ha risposto sparando contro alcuni obiettivi sul confine siriano e approvando una mozione in parlamento che autorizza le forze militari turche ad intervenire oltre confine. Il premier Erdoğan e il ministro degli esteri Ahmet Davutoğlu hanno precisato che la Turchia non ha intenzione di entrare in guerra con la Siria, ma che è pronta a reagire a qualsiasi tipo di provocazione per la difesa del proprio paese.
Il pericolo di un’espansione del conflitto
Una guerra tra Siria e Turchia porterebbe conseguenze negative per entrambi i paesi, anzitutto per ragioni economiche. I due paesi, dopo la crisi degli anni ’90 causata da tensioni per le risorse acquifere e per terrorismo curdo, sono strettamente interdipendenti dal punto di vista economico, hanno aperto i loro confini reciprocamente e avevano stabilito una solida alleanza in termini di politica estera.
In realtà, nessuna delle due parti è pronta ad una guerra. L’esercito siriano, già in difficoltà a causa degli scontri con l’esercito dei ribelli, non ha le forze necessarie per combattere l’esercito turco, che dal canto suo è impegnato nello scontro con i ribelli curdi del PKK, che durante gli ultimi mesi si era fatto più intenso. La popolazione turca ha sofferto molto ultimamente per l’aumentare delle vittime causate dalla lotta contro il terrorismo curdo e si è dimostrata fortemente contraria ad una guerra con il paese vicino.
Infine, uno scontro tra i due paesi potrebbe molto facilmente espandersi nella regione, dove già le tensioni settarie sono forti. I curdi troverebbero lo spazio per rivendicare la loro indipendenza.
L’appello del ministro degli esteri Davutoğlu alla comunità internazionale è stato di mettere da parte posizioni e agire al più presto per evitare una crisi umanitaria. Sia il ministro degli esteri che il primo ministro hanno fortemente criticato l’ONU per l’incapacità di intervenire, menzionando il conflitto in Bosnia degli anni ’90, dove l’impotenza dell’organizzazione internazionale ha consentito massacri, per le quali le scuse di oggi contano poco. I due leader turchi hanno chiaramente invitato l’ONU di evitare gli errori del passato e prendere decisioni sul momento, invece di chiedere scusa nei decenni che seguono.
Cina, Russia e Iran
Se il conflitto in Siria si è protratto per quasi un anno è anche grazie al supporto di Cina, Russia e Iran per il regime di Al-Assad. La Cina e la Russia si sono opposte categoricamente all’opzione di un intervento da parte della comunità internazionale, con l’accusa all’Occidente di seguire soltanto i suoi interessi geopolitici e la sua sete di egemonia. Dal canto suo la Russia, sostenendo Al Assad, cerca di tutelare la sua base militare a Tartus su territorio siriano e mantenere lo status quo nella sua alleanza con la Siria, la quale costituisce un importante mercato per vendita di armi.
Questa presa di posizione rischia di minare anche i rapporti tra questi stati e la Turchia. Nel mese di Ottobre, un aereo di linea proveniente dalla Russia è stato obbligato ad atterrare ad Ankara mentre sorvolava sulla Turchia, perché sospettato di portare armamenti diretti in Siria. La Russia ha accusato la Turchia di mentire, pur riconoscendo la legittimità delle sue azioni, secondo il trattato di Chicago. A seguito di questo incidente, il presidente russo Vladimir Putin ha posposto la sua visita in Turchia.
L’Iran, che fino allo scorso mese era rimasto sulla sua linea di appoggio per l’attuale regime in Siria, ha accettato ad Ottobre, a seguito dell’incontro tra il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad e il primo ministro Erdoğan, di sostenere la nuova missione di pace delle Nazioni Unite e della Lega Araba, guidato da Lakhdar Brahimi. Proprio questa decisione è quella che potrà cambiare le sorti del conflitto. Infatti, a seguito dell’incontro di Al Assad con Brahimi, il presidente ha accettato di stabilire una tregua durante la celebrazione islamica dell’Eid Mubarak.
Conclusione
Difficile prevedere quali saranno le sorti della Siria, dalle quali chiaramente dipendono i futuri equilibri nel Medio Oriente. Lentamente, il regime sembra tornare ad una linea di dialogo, pur sempre rifiutando influenze esterne sulla sovranità nazionale e definendo la situazione come una crisi. L’apertura dell’Iran verso il dialogo con le potenze dell’Ovest e la Turchia lascia uno spiraglio di speranza per riuscire ad affievolire l’intensità del conflitto. Senza l’appoggio incondizionato di uno dei suoi alleati, Al Assad potrebbe essere più incline a cedere.
L’altra opzione per mettere fine agli scontri sarebbe l’arresa del fronte di opposizione, la quale potrebbe prendere atto del fatto che non riceverà un appoggio militare dall’esterno e che non è capace indipendentemente di sconfiggere il regime. Sfortunatamente chi paga le conseguenze di questo braccio di ferro è un popolo ormai dilaniato dalle violenze e in piena crisi umanitaria. Le grandi potenze dovrebbero a questo punto cercare di concentrarsi ad aiutare la Turchia a gestire l’afflusso di rifugiati e fornire ai siriani supporto.
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