Turchia: Ankara sceglie i curdi ma senza la Siria (terza parte)

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Nelle fasi iniziali delle rivolta molti curdi siriani avevano aderito alla rivolta popolare contro il regime di Bashar al-Assad nell’ambito di una maggiore democratizzazione del sistema. In seguito, l’evoluzione in chiave confessionale degli scontri, e la forte presenza di potenze straniere a sostegno delle parti in conflitto hanno modificato la sostanza delle sollevazioni popolari, comportando un ripensamento strategico per la comunità. Oggi, le politiche seguite dai partiti curdi siriani, e dall’Unione Democratica curda (PYD) in particolare, indicano una sempre più evidente rottura con i ribelli sunniti del Free Syrian Army. Situazione che favorirebbe il regime di Damasco, e che sottolinea una stretta comunanza di interessi con la controparte curda.

Questo articolo costituisce la terza parte di un approfondimento, le cui prime due parti sono consultabili qui e qui

I rapporti tra ribelli sunniti e curdi siriani sono sempre più tesi. Dopo aver conquistato negli ultimi mesi diversi avamposti governativi lungo gli ottocento chilometri di confine con la Turchia, i ribelli dell’FSA starebbero ora avanzando all’interno dell’area sotto la giurisdizione curda, causando forti tensioni con la popolazione locale. Ad avvallare questa tesi è il quotidiano turco hurriyetdailynews.com, che riporta violenti scontri al confine turco-siriano tra centinaia di combattenti fedeli al PYD e miliziani del Fronte jihadista di Al-Nusra.

Appena un mese fa, per la prima volta dall'inizio del conflitto, fonti ufficiali citate da Observer France 24 riferivano di combattimenti tra i ribelli dell'Esercito siriano libero (FSA) e gli attivisti dell’Unione Democratica curda, ad Achrafieh, sobborgo a nord di Aleppo, dove alcuni gruppi armati dell’FSA avevano tentato di cacciare fuori dalla cittadina le milizie curde, accusate di aver stipulato un accordo segreto con gli Assad. Per lo stesso motivo, ulteriori schermaglie erano state registrate a Sere Kanie, dove i militanti del Jabhat al-Nusra e Ghuraba al-Sham attaccavano un posto di blocco presidiato dai comitati di difesa popolari, provocando un vero e proprio conflitto a fuoco tra le due fazioni.

Le accuse dell’opposizione sunnita non sono del tutto infondate; esse sono il frutto delle mosse strategiche portate avanti dal regime di Damasco al fine di frammentare l’opposizione, ma anche dell’ambiguità con cui la comunità curda si è posta nei confronti dei ribelli sostenuti da Ankara. Dal mese di luglio, l'esercito siriano si è progressivamente attestato fuori dalle città a maggioranza curde come Derik, Ayn al-Arab, e Afrin, lasciandole al controllo del PYD e stipulando un tacito accordo di non aggressione con quest’ultimo. Non solo. Dall'inizio delle proteste l’establishment alawita ha concesso la cittadinanza siriana a centinaia di migliaia di curdi, permettendo una semi-indipendenza di tipo linguistico e culturale nelle zone sotto il loro controllo. In cambio, l’Unione Democratica curda si sarebbe impegnata a non sostenere la rivolta e ad impedire all’FSA, considerato una creazione di Ankara, di entrare nelle aree a maggioranza curda.

La strategia di Damasco

In realtà, la prossimità del regime con la comunità curda non è una novità. L’evoluzione del rapporto tra le due entità si è sviluppato di pari passo con la crescente volontà di Bashar al-Assad nel voler “utilizzare” la comunità curda siriana in chiave anti-turca, comportando un ulteriore punto di rottura tra i curdi e l’opposizione siriana sunnita, che vede in Ankara uno dei punti di riferimento nella regione.  Le autorità damascene stanno chiaramente cercando di tenere sotto controllo il PYD, a causa delle fatali conseguenze che potrebbero innescarsi in seguito ad una partecipazione diretta dei curdi alle ostilità contro il regime. Tuttavia, anche se Bashar al-Assad è un alleato storico del PKK, che a sua volta influenza la propria propaggine in Siria, utilizzare i curdi come uno strumento di opposizione alla Turchia fornendo loro supporto logistico e militare, potrebbe rivelarsi un boomerang politico.

Attualmente, tutti i leader dell’Unione Democratica curda hanno gli occhi puntati sul futuro della famiglia alawita e, in particolare, la sensazione è quella che vogliano approfittare dell’anarchia all’interno del paese per acquisire maggiore autonomia e far valere il loro potere sulle regioni a maggioranza curda, prendendo spunto dal modus operandi dei curdi iracheni subito dopo l’invasione statunitense del 2003. In questo modo, sperano anche di essere in grado di costringere i futuri politici siriani a tenere conto delle loro richieste.

PYD: problema o soluzione?

Per riuscire a tessere una trama esaustiva del complesso puzzle siriano bisogna tuttavia spostarsi verso Est, tra le montagne sotto la giurisdizione del KRG iracheno e del PKK.

Il presidente del governo curdo in Iraq, Masoud Barzani, ha più volte messo in guardia i curdi siriani dal pericolo di una frammentazione interna, esortandoli a mantenere l'unità ed evitare tensioni tra fazioni rivali. L’antagonismo a cui allude Barzani riguarda i due schieramenti principali in Siria: da una parte la già citata Unione Democratica curda (PYD) dall’altra il Consiglio nazionale curdo (KNC), la cui rivalità rischia di far precipitare la comunità in uno scontro intestino.

All'inizio di quest'anno, il presidente dell’autorità regionale curda in Iraq (KRG) aveva portato il KNC e il PYD nel Kurdistan iracheno, dove in un clima di consenso generale avevano formato un Consiglio congiunto per creare un fronte unito degli interessi curdi in Siria. Da allora, tuttavia, gli eventi sono precipitati e l’evoluzione degli equilibri sul campo di battaglia sono stati maggiormente favorevoli all’Unione Democratica curda (PYD), che ha sviluppato una più forte presenza militare nel Kurdistan siriano, ed una maggiore presa sulla popolazione. 

La sintonia del PYD con i guerriglieri separatisti del PKK, e la forte presenza militare del gruppo nel nord-est della Siria, hanno però fatto suonare l’allarme rosso non solo ad Ankara, ma anche ad Erbil, che adesso comincia a considerare entrambi i partiti come un pericolo per la propria legittimazione internazionale nei confronti della Turchia, nel frattempo divenuta più morbida sul fronte politico e già indispensabile a livello economico.

Inoltre, secondo la Reuters, membri del Consiglio nazionale curdo (KNC) hanno recentemente accusato le milizie del PYD di aver rapito un’dirigente del loro Politburo, facendo precipitare la situazione ed obbligando Barzani ad esortare i partiti curdi siriani a cooperare e a concentrarsi solo sugli interessi del popolo curdo.

I curdi siriani tra Erbil e Damasco

La politica del KRG iracheno sembrerebbe essere in una posizione equidistante tra i due gruppi ma, in realtà, le cose non stanno esattamente così; il KNC è stato creato dall’unione di piccoli partiti curdi siriani che operano sotto l’ala protettiva del governo regionale curdo del  nord Iraq e la loro leadership, sicuramente molto più malleabile di quella del PYD, è unanimemente accettata dalla comunità internazionale. L’Unione Democratica curda (PYD), al contrario, viene percepita dalla Turchia e dall’Occidente come eccessivamente legata al Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK), con quest’ultimo considerato a sua volta un gruppo terroristico.

Il Dipartimento di Stato americano ha recentemente avvertito i partiti curdi in Siria a non allinearsi alle politiche del Partito dei lavoratori del Kurdistan in modo che “non possa aprirsi nessun nuovo fronte contro la Turchia nella regione” ed evidenziando palesemente le preoccupazioni statunitensi al riguardo.

Per di più, le due componenti sono fortemente divise anche su quale forma di governo adottare nel caso di un estromissione degli Assad dal potere: il KNC è maggiormente propenso verso la creazione di un sistema federale di stampo iracheno che sia legato in maniera parziale ad un eventuale governo centrale siriano ; l’Unione Democratica curda è determinata nell’ istituire una nuova forma di auto-governo dal basso gestita nell’ambito di uno stato centralizzato, come recentemente dichiarato da  Asya Abdullah, una dei leader del movimento.

In entrambi i casi risulta profetico il messaggio che Abdullah Ocalan, leader storico del PKK, avrebbe inviato dal carcere ai curdi siriani, come riportato dal Financial Times: “non dovete stare con Bashar al-Assad, né fare parte dell’opposizione sunnita. Voi dovete essere il terzo potere in Siria”.

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