Turchia: Ankara sceglie i Curdi ma senza la Siria (seconda parte)

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Mentre le schermaglie militari tra Damasco ed Ankara preoccupano le cancellerie di tutto il mondo, lo stallo politico sulla questione siriana riduce costantemente il raggio d’azione della Turchia nei confronti della questione curda, la cui risoluzione diventa impellente.  Alla luce dei ripetuti attacchi del PKK in territorio turco e del rinnovato protagonismo dei curdi siriani il problema potrebbe diventare in breve un affare transnazionale. L’atteggiamento di Washington nei confronti della questione.

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La crescente importanza del fattore KRG nella crisi siriana

Nell’ultimo periodo, le tensioni all’interno delle regioni curde in Siria sono in aumento dopo che il regime siriano, messo sotto pressione da Ankara, ha intensificato il proprio sostegno al PKK e alla sua ramificazione politica nel paese arabo. Nello stesso tempo, anche gli attacchi del partito del lavoratori curdi contro la Turchia si sono ampliati, con l’esercito turco che ha più volte pesantemente bombardato le postazioni della milizia penetrando all’interno del territorio iracheno. Incursioni che, nonostante siano state fortemente criticate da Baghdad, non hanno suscitato quasi mai più di una protesta formale da parte di Erbil,  inducendo Ankara a considerare sempre di più il KRG come partner nella lotta contro il PKK, al contrario dei miliziani curdi presenti in Siria.

La posizione dei curdi iracheni è infatti un pezzo fondamentale dell’ ambiguo e complesso puzzle venutosi a creare dopo la destabilizzazione del regime siriano poiché , secondo molti esperti, il KRG e probabilmente la maggior parte dei curdi iracheni nel loro complesso sono fermamente contrari sia al regime degli Assad che ai suoi alleati curdi del PYD, anche se formalmente appoggiano la propaggine del PKK presente in Siria. 

Situazione, quest’ultima, dettata soprattutto dall’indecisione di Ankara su come procedere al riguardo. Il governo turco, infatti, che supporta l'opposizione siriana e agisce amichevolmente verso il KRG, non ha ancora deciso le priorità riguardo la propria questione curda e, molti analisti, sottolineano come il fattore della minoranza di etnia curda all’interno della Turchia sia strettamente correlato al riavvicinamento con l’autorità regionale irachena. Un eventuale cambiamento di rotta da parte di Ankara nei confronti dello spinoso tema potrebbe, infatti, facilitare una maggiore presa di posizione del KRG nelle politiche di contrasto ai gruppi curdi favorevoli al regime di Damasco, ed impedire così la creazione di un'altra enclave curda in Siria.

Le cose ,in effetti, sembrano andare verso questa direzione con il governo del premier turco Erdogan che continua a ripensare da una parte il proprio approccio nei confronti dei quindici milioni di cittadini turchi di etnia curda, sia pure in maniera graduale e in modo non uniforme, mentre dall’altra inasprisce ulteriormente l’atteggiamento verso il Partito dei lavoratori del Kurdistan. Tale atteggiamento però non è esente da rischi.

Il PKK è  una parte fondamentale della struttura politica del Kurdistan iracheno nonché ormai un attore di primo rilievo nella lotta per l’indipendenza curda in Siria e, il consolidamento politico del Partito Democratico dell'Unione(PYD) e la sua dominazione della politica curda in Siria, potrebbero  determinare non solo un raffreddamento nei rapporti con il governo regionale curdo in Iraq ed una nuova fiammata nazionalistica da parte dei curdi presenti in Turchia, ma anche l'emergere in Siria di una zona sotto lo stretto controllo del PKK. 

Damasco sembra essere propensa a voler giocare la carta dei curdi ed inserire le milizie fedeli come parte in causa nella guerra civile e, anche se i curdi siriani sono stati fino ad ora immuni da raduni di massa in favore del regime, il PYD, stretto alleato del PKK, secondo il Washington Institute ha negli ultimi tempi intensificato le intimidazioni nei confronti degli attivisti anti-Assad o di altri avversari del regime nelle zone sotto il suo controllo, e gli sconfinamenti di miliziani del PYD attraverso il confine iracheno per combattere la Turchia sembrano essere diventati la norma.

Gli equilibri dell’area passano anche dall’Iran

In risposta agli eventi, per la Turchia, gli strumenti efficaci a disposizione per far fronte a questi scenari sono ormai limitati. Il premier turco attualmente non possiede a livello internazionale  nessuna sponda  politica in grado di poter rilanciare efficacemente la propria agenda nei confronti della questione.

L’Iran, che come Ankara non è immune da rivendicazioni nazionalistiche da parte dei curdi, è diventato ormai un partner inaffidabile nel gestire la questione curda in Siria a causa del suo stretto legame con il regime. L’atteggiamento degli Ayatollah nei confronti dei curdi è infatti fortemente influenzato dagli sviluppi interni in Sira ed Iraq e, in particolare, la politica estera dell'Iran verso il Kurdistan iracheno è una funzione della sua più ampia strategia regionale nei confronti di Baghdad e Damasco.

La priorità principale della nazione sciita nei confronti dei due alleati è infatti l’integrità delle due nazioni arabe e, finché i confini territoriali dell’Iraq e della Siria non sono messi in discussione e la loro coesione interna non è minacciata dalle richieste dei politici curdi, Teheran può permettersi di mantenere rapporti cordiali con  il KRG e in maniera strumentale ai propri obiettivi, con il PYD. Tuttavia, se l’integrità dell'Iraq o della Siria dovesse essere messa in discussione, le prospettive dell'Iran verso il Consiglio regionale curdo potrebbero cambiare drasticamente, al fine di ridurre al minimo gli eventuali effetti negativi sugli interessi nazionali e regionali degli ayatollah.

Il regime iraniano è, in effetti,  sempre più allarmato dalla politiche di soft power portate avanti da Ankara nei confronti dei curdi iracheni e considerate come una chiara manifestazione dell’ ingerenza della Turchia negli affari interni dell'Iraq. Nello stesso tempo, Teheran è profondamente preoccupata anche delle politiche di Ankara in Siria, e del loro impatto sulle equazioni geopolitiche della regione.

L'Iran, inoltre, è il secondo maggiore esportatore nel Kurdistan e gli scambi tra i due attori internazionali sono in crescita nonostante la nazione sciita sia un partner più obbligato che voluto per il KRG. La politica curda delle  “frontiere aperte” fino ad oggi è stata infatti fondamentale nel tranquillizzare l'Iran e, nel 2008, la rimozione dal proprio territorio delle basi militari dei gruppi estremisti islamici come Ansar al-Islam propaggine del movimento nazionalista curdo del PJAK in Iran, hanno permesso che le relazioni politiche e commerciali tra Teheran e il KRG rimanessero in gran parte inalterate nonostante il fortissimo contraccolpo della crisi siriana e della eccessiva prossimità politica con la Turchia.

Tuttavia, se la situazione in Siria dovesse intrecciarsi con la questione curda, in breve si potrebbe delineare un nuovo ri-equilibrio nelle relazioni tra Iran e Turchia, e tra quest’ ultima e i curdi iracheni. Come sottolineato dall’analista turco Markar Esayan infatti , avviare un'operazione contro il regime siriano comporterebbe per la Turchia un probabile coinvolgimento dell’Iran a sostegno della lotta armata del PKK, ed un necessario raffreddamento dei rapporti con Barzani, obbligato ad un nuovo riposizionamento tra i potenti vicini.

Le reazioni di Washington?

Gli Stati Uniti ,fino ad ora, anche se sostengono il governo regionale del Kurdistan iracheno, si sono astenuti dal prendere posizioni definitive riguardo la questione curda in Siria, ponendosi fin da subito in una posizione fortemente contraddittoria.
Questo è dovuto in particolar modo a tre motivazioni; la prima è la crescente importanza sia strategica che economica della regione del Kurdistan, che ha obbligato gli Stati Uniti a riconsiderare le proprie opzioni nei confronti del KRG in una situazione fluida ed in cui Washington non sembra possedere una strategia chiara. In secondo luogo, il sostegno degli Stati Uniti all'autonomia curda in Iraq è stato il risultato dei loro ripetuti fallimenti nell'insediare un governo amico a Baghdad, ed è del tutto contingente alla prima motivazione.  

Last but not least, l’incombente minaccia di una implosione e disgregazione della Siria nel caso di una violenta destituzione del regime alawita; Washington non ha  nessun interesse a dar vita ad un ministato curdo nel paese, soprattutto alla luce delle tensioni che ne deriverebbero nelle  relazioni con la Turchia, alleato chiave nella regione. Oltretutto, il coinvolgimento militare americano in Siria deteriorerebbe ulteriormente le relazioni tra gli Stati Uniti e la Russia, strettissimo alleato di Damasco.

Il ritiro delle truppe americane dall’Iraq nel 2011, ha avuto come paradossale conseguenza la rinnovata centralità strategica della regione del Kurdistan iracheno, soprattutto alla luce della sempre più grave contrapposizione tra Stati Uniti ed Iran riguardo la questione nucleare,  aumentando l’importanza di Erbil  agli occhi non solo di Ankara, ma anche di Washington.  Allo stesso modo, il deterioramento delle relazioni tra Ankara e il governo sciita di Baghdad appoggiato dall’Iran si sono aggravati a seguito del ritiro americano, trasformando i curdi iracheni in una sponda essenziale per le politiche della Turchia e degli Stati Uniti nella regione. 

Ma c’è un ulteriore elemento da analizzare; sconcertata per la progressiva erosione dell’autorità di Baghdad, Washington cerca in maniera discreta di mettere un freno sulla eccessiva convergenza di interessi del Kurdistan con la Turchia. Nel maggio del 2012,  Washington ha condannato la fortissima convergenza di Ankara ed Erbil riguardo un ambizioso progetto di sviluppo energetico nella regione che non considerava Baghdad.  E anche quando è sorta la prospettiva di un confronto militare tra il governo centrale di Maliki e quello regionale del Kurdistan nel mese di luglio, la Casa Bianca ha cercato di temperare ciò che temeva potesse diventare un disastroso confronto per l’integrità del paese.

Nei confronti della questione siriana la comunità internazionale fino ad oggi è sempre più impelagata tra veti incrociati di Russia e Cina all’Onu, l’indecisione europea, e lo stand-off della politica americana alla vigilia delle elezioni presidenziali. Per Washington tuttavia, il fattore curdo potrebbe infine rivelarsi una carta fondamentale per il ri-assetto degli equilibri geostrategici dell’area nel caso iracheno, è una opzione vincente per la caduta della famiglia degli Assad nel caso siriano.(continua)

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ISSN: 2038-999X 

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