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Tanzania: lo sviluppo tra carenza energetica e questione della terra
27 Ago 2012 | Vincenzo Gallo
La Tanzania rientra nel novero delle economie africane che hanno dimostrato maggior dinamismo nell’ultimo decennio, facendo registrare tassi di crescita superiori al 7%, ma il paese continua a fronteggiare le conseguenze della carenza infrastrutturale, soprattutto sul piano energetico. Il rialzo del prezzo dell’oro, il bene rifugio per eccellenza in tempi di crisi economica e la principale risorsa destinata all’export, ha contribuito in misura non trascurabile a limitare gli effetti del rallentamento globale, ma la grande siccità che ha colpito l’Africa orientale continua a limitare la disponibilità dell’energia elettrica, gettando un’ombra sulle prospettive di crescita di breve e medio periodo. L’aumento del prezzo dell’energia nel 2012 ha già avuto ripercussioni gravi sui costi di produzione di beni e servizi, come pure sul tasso d’inflazione e sul potere d’acquisto della popolazione. Il paese, inoltre, continua ad essere sotto pressione per la corsa all’accaparramento di distese di terreno da parte di investitori internazionali che, facendo talvolta leva sulla connivenza di pubblici funzionari corrotti, sottraggono milioni di ettari alle coltivazioni di sussistenza e ad altre attività fondamentali per la sopravvivenza delle comunità locali.
Il quadro politico e economico
Il clima politico della Tanzania ha dato prova di grande stabilità e le ultime elezioni politiche presidenziali, pur con le presunte irregolarità, si sono svolte nel 2010 in assenza di particolari tensioni. Il partito del Presidente Jakaya Mrisho Kikwete, il Chama Cha Mapinduzi (CCM) ha ottenuto una vittoria travolgente, conquistando il 75% dei seggi, mentre il principale partito di opposizione, il Chama Cha Demokrasia na Maendeleo (CHADEMA), non è andato oltre il 13%. Ultimamente, però, nel paese cresce il malcontento, complice l’aumento dell’inflazione e del costo della vita per milioni di cittadini.
Il CHADEMA si è fatto portavoce delle categorie più svantaggiate e numerose manifestazioni sono state organizzate per protestare contro l’inerzia del governo. I frequenti tagli all’energia elettrica, l’aumento dei prezzi dei beni essenziali e le insistenti richieste di riforme istituzionali da parte dell’opposizione sono le principali sfide che l’esecutivo dovrà affrontare nell’immediato per evitare che l’inasprirsi delle tensioni comprometta la stabilità politica nel paese. Le prossime elezioni sono previste per il 2015 ed il CHADEMA si aspetta una serie di modifiche preliminari, in primis la legge elettorale e la costituzione di un’apposita commissione, volte a garantire l’accesso alle cariche elettive anche a soggetti estranei al partito di maggioranza.
L’economia nazionale, nonostante il notevole rallentamento del 2011 dovuto, tra gli altri fattori, al calo della produzione energetica, ha dimostrato di poter reggere il colpo e ha fatto registrare un incremento del 6,7%. I settori che hanno continuato a trainare la crescita del PIL sono stati i servizi (circa il 50% del totale), in particolare il turismo e le costruzioni, ma anche quello minerario ha dato prova di grandi capacità. Il solo export dell’oro, di cui il paese è il quarto produttore in Africa, è aumentato del 36% nel 2010, mentre le esportazioni agricole, soprattutto riso e zucchero, hanno risentito negativamente dei divieti del governo a seguito della grave siccità dello scorso anno.
Il settore agricolo In Tanzania impiega circa ottanta persone su cento, ma la produttività resta estremamente bassa e, ancora nel 2011, solo il 27% del PIL deriva da tali attività.
Molti sono i fattori che hanno provocato il rallentamento economico del biennio 2010-2011. Il paese continua a scontare gli effetti della peggiore siccità degli ultimi sessant’anni. La carenza idrica ha avuto ripercussioni pesantissime non solo sulla produzione di energia idroelettrica, ma anche sulla disponibilità di generi di prima necessità. Dalle dighe proviene oltre la metà dell’energia elettrica del paese e una tale riduzione della produzione ha avuto come conseguenza all’inizio del 2012 l’aumento del 40% delle tariffe, il razionamento della corrente e rallentamenti in tutti i settori produttivi. Si calcola che da allora siano oltre 7.000 i posti di lavoro già perduti e 20 milioni di dollari il danno alle imprese.
Tutto ciò ha avuto effetti immediati sull’impennata dell’inflazione, il cui tasso nel 2011 ha fatto registrare un aumento del 12,7%, a fronte del 7% nel 2010. Questi valori sono ben oltre la soglia del 5% stabilita come target dal governo, ma nel 2012 e 2013 si prevede di portare nuovamente il tasso al di sotto del 10%.
Anche la moneta nazionale, lo scellino della Tanzania, è stata costantemente sotto pressione e ha chiuso il 2011 con una flessione del 10%, contribuendo a rendere le importazioni di petrolio più onerose per le casse dello Stato.
Sul fronte dello sviluppo umano e della lotta alla povertà il governo, con l’aiuto di diversi attori internazionali, ha lanciato alcune iniziative per promuovere il potenziamento di attività economiche e la creazione di posti di lavoro nel settore agricolo. Il tasso di povertà nel paese ha fatto registrare un modesto calo dal 2001 al 2007 (dal 35 al 33%), ma l’implementazione del programma MKUKUTA II dovrebbe garantire una sensibile riduzione entro il 2015. Pur non potendo raggiungere il livello indicato dal Millunnium Development Goal del 19.3 sulla riduzione della povertà, si conta di arrivare al 24%. A tale scopo, la Banca Mondiale ha recentemente accordato un piano di aiuti per 100 milioni di dollari nell’ambito del International Development Association, destinato a coadiuvare gli sforzi del governo nell’attuazione del MKUKUTA II.
Secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale (FMI), l’economia della Tanzania, la seconda dell’Africa orientale dopo il Kenya, riuscirà a mantenere nel prossimo biennio tassi di crescita leggermente superiori a quelli del 2011 (intorno al 7%) e a portare il deficit al 5,5% del PIL, anche attraverso il consolidamento delle politiche monetarie e l’aumento degli investimenti esteri. Lo stesso FMI, però, avverte che l’aumento del 40% delle tariffe energetiche, che non riflette i costi di produzione, potrà costituire un ostacolo non trascurabile al raggiungimento di questi obiettivi. Del resto, i continui scioperi degli operatori del settore energia e carburanti hanno già provocato la paralisi in diverse attività economiche nel paese.
Dopo solo un mese dall’introduzione delle nuove tariffe energetiche da parte del Tanzania Electric Supply Company (TANESCO) il potere di acquisto di molte categorie ha subito un drastico ridimensionamento. Il prezzo del KWH da 195 scellini ha toccato quota 273 e lo stesso aumento esorbitante per le tasche dei cittadini ha riguardato tutti i beni essenziali. Allo stato attuale, ad esempio, il riso costa 2500 scellini (da 1800), mentre l’acqua minerale ha subito un rincaro di oltre il 50%. Le autorità e i cittadini non potendo far fronte al fabbisogno di energia elettrica sono costretti a reperire i costosissimi generatori di correnti alimentati a carburante, mentre la TANESCO prospetta la possibilità di elevare ulteriormente le tariffe. La proposta del rialzo del 150% del costo dell’energia da parte di quest’ultima è stata bloccata solo grazie al diniego del Energy and Water Utilities Authority a febbraio 2012.
Land grabbing: opportunità di sviluppo o razzia di risorse?
Lo sviluppo economico ha costituito, almeno nei paesi industrializzati, una grande opportunità per elevare gli standard di vita della popolazione. In molte realtà africane, però, sembra che le categorie più svantaggiate debbano continuare a pagare da sole il prezzo del progresso, mentre le elite nazionali intascano i dividendi dello sfruttamento delle risorse. Ciò emerge con chiarezza dal rapporto del International Land Coalition (ILC) pubblicato a dicembre 2011. In questo documento sono state evidenziate, oltre l’entità del fenomeno del land grabbing a livello globale, le modalità, spesso cruente, con cui ogni anno milioni di ettari di terreno vengono sottratti alla disponibilità delle comunità locali. Secondo il ILC, quasi quattro ettari su cinque (78%) dei terreni interessati sono destinati alle coltivazioni per la produzione di biocarburanti.
In Tanzania, come altri paesi africani in cui la povertà e le colture di sussistenza interessano una percentuale elevata della popolazione, il fenomeno del land grabbing ha acquisito contorni drammatici ed è sempre più spesso causa di manifestazioni popolari. La società civile comincia a protestare contro l’assoluta mancanza di trasparenza (o corruzione) che caratterizza gli accordi con cui il governo stipula i contratti di affitto dei terreni. In questi negoziati le comunità solo raramente sono interpellate e sempre più spesso subiscono trasferimenti forzati verso località indicate dal governo.
Negli ultimi mesi si è assistito ad una serie di iniziative organizzate da gruppi ambientalisti e della società civile volte a portare all’attenzione dell’opinione pubblica mondiale i presunti abusi perpetrati ai danni dei 160.000 rifugiati burundesi in Tanzania. Queste persone hanno dovuto abbandonare i campi in cui erano ospitati per far posto alle piantagioni della statunitense AgriSol Energy. Secondo il rapporto del Iowa Citizens for Community Improvement (CCI), sono oltre 800.000 gli acri di terreno che l’AgriSol Energy avrebbe ottenuto in affitto pagando un canone di circa 25 centesimi di dollaro cadauno. Il progetto è stato approvato, stando alle dichiarazioni del governo, nell’ambito delle iniziative denominate Kilimo Kwanza (Agriculture First) lanciate nel 2009 per promuovere lo sviluppo del settore agricolo mediante investimenti pubblici e privati. Finora, però, gli unici a beneficiarne sono stati i proprietari dell’AgriSol Energy che, secondo il CCI, incamerano ogni anno 300 milioni di dollari a fronte di un investimento di soli 100 in dieci anni.
Intanto, si fanno sempre più insistenti le voci circa il coinvolgimento di funzionari pubblici corrotti nella conclusione di trattative aventi ad oggetto la concessione di terreni agli “investitori” stranieri. La questione è stata sottoposta al vaglio dell'organo legislativo. All’inizio di luglio 2012, infatti, il Parlamento nazionale ha presentato una mozione per chiedere chiarimenti al governo circa le modalità con cui si sono raggiunti tali accordi e, se necessario, indagare per accertare i casi di corruzione.
Conclusioni
L’economia della Tanzania cresce a ritmi sostenuti e le istituzioni finanziarie internazionali scommettono sul miglioramento dei conti pubblici nei prossimi anni. Nonostante l’inflazione e la cronica carenza energetica, il FMI si dice convinto che il debito pubblico sia sostenibile ed il sistema paese continuerà ad attirare investimenti esteri. In un quadro di lungo periodo, però, tutto questo non basta. Il governo dovrà far fronte con maggiore incisività ai problemi che da anni attanagliano il paese, in primis la lotta alla povertà e la carenza infrastrutturale. Non deve, inoltre, essere sottovalutata la portata del fenomeno del cosiddetto land grabbing non solo in termini economici, ma anche per le possibili ricadute in termini di stabilità interna. Come ha evidenziato il Parlamento della Tanzania, in Kenya e Zimbabwe questo fenomeno ha già scatenato rivolte e provocato spargimenti di sangue.
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