Sudan- Sud Sudan: i nuovi accordi non risolvono le questioni di confine

InsightsInsights

I recenti round di negoziati svoltisi ad Addis Abeba a fine settembre tra le delegazioni di Khartoum e Juba hanno costituito una preziosa occasione per consolidare i progressi dell’accordo di agosto sulla spartizione delle rendite petrolifere tra i due paesi, ma in questa sede è emerso con chiarezza la scarsa propensione da parte dei rispettivi leader ad accettare compromessi riguardo alla demarcazione dei confini. Ancora una volta, infatti, si è persa l’opportunità per segnare una svolta definitiva sulla spinosa questione delle frontiere e lo status dei territori di Abyei, Southern Kordofan e Blue Nile, in cui continuano a registrarsi scontri armati.

Un successo solo parziale

Dopo diversi giorni di negoziati il presidente sudanese Omar Al-Bashir e la sua controparte Salva Kiir hanno formalizzato il loro impegno con la firma di importanti accordi, in primis la sigla del patto di agosto sulla ripartizione dei proventi petroliferi, grazie al quale si conta di riavviare in tempi brevi la produzione di greggio dopo lo stop imposto da Juba a gennaio di quest’anno. Oltre alle questioni economiche,  il confronto tra le due delegazioni ha favorito il raggiungimento di altri importanti accordi, tra la costituzione di una zona demilitarizzata lungo i 1.800 km di frontiere comuni.

Le truppe dei rispettivi paesi dovranno mantenersi a 10 km di distanza dal confine allo scopo di ostacolare i tentativi di Khartoum e Juba di appoggiare i gruppi ribelli impegnati in Sudan e nei territori contesi del Southern Kordofan e Blue Nile.   Si è discusso, inoltre, di problematiche relative  alla cittadinanza e alla libertà di movimento dei cittadini dei due paesi. Le due parti si sono accordate su norme che regolano la libertà di transito, residenza, lavoro e proprietà dei cittadini sudanesi e sud sudanesi nei rispettivi stati.

I negoziati di Addis Abeba sono stati avviati il 23 settembre, appena un giorno dopo la scadenza del termine imposto dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU per la soluzione, pena l’adozione di sanzioni, delle questioni all’origine degli scontri di confine tra i due eserciti. Il presidente sud sudanese, Salva Kiir, a proposito del mancato accordo sullo status dei territori di confine, ha dichiarato la propria disponibilità ad accogliere la soluzione suggerita dai mediatori dell’Unione Africana (UA) circa l’indizione del referendum nella regione di Abyei. Questa  proposta, però, ha visto la ferma opposizione del presidente Al Bashir. Quest’ultimo ha sempre subordinato la conclusione di qualsiasi accordo al ristabilimento delle necessarie condizioni di sicurezza in questi territori, ma si è detto pronto ad avviare un nuovo round di negoziati.

Il petrolio e i territori di confine al centro del processo negoziale

Se dalla sigla del Comprehensive Peace Agreement (CPA) del 2005 tra il governo sudanese ed il Sudanese People’s Liberation Army/Movement (SPLA) i rapporti tra i due rivali sono stati connotati da una certa stabilità, è dall’indipendenza del Sud Sudan che si sono registrati preoccupanti segnali che a più riprese hanno innalzato il livello di tensione ed i timori di un nuovo conflitto.

La separazione dei due Stati ha determinato conseguenze economiche devastanti per Khartoum a causa della perdita di circa il 75% dei proventi petroliferi, mentre una quota non trascurabile delle riserve attualmente disponibili è a rischio perché è localizzata nelle regioni di confine. Una volta divisi, i due Sudan si sono trovati ad essere più rivali che mai. Le gravi tensioni e i ripetuti  scontri armati per il controllo di aree strategiche hanno allertato la comunità internazionale e da allora si sono moltiplicati gli sforzi per portare le parti al tavolo delle trattative.

L’accordo del 4 agosto per la ripartizione dei proventi petroliferi è parte del processo negoziale tuttora in corso e che finora non ha sortito alcun risultato concreto per quanto riguarda le questioni territoriali irrisolte. Dall’inizio dell’anno Khartoum e Juba sono state sottoposte alla pressione costante dei principali attori internazionali e regionali a causa del rapido susseguirsi degli eventi e del deteriorarsi delle relazioni tra i due stati. Ognuna delle antiche dispute costituivano un motivo sufficiente a scatenare lo scontro militare. Tra le fasi più critiche rientra senza dubbio la decisione di Salva Kiir  a gennaio di sospendere la produzione petrolifera come contromisura alla presunta estorsione commessa dal Sudan sulle tariffe di transito del greggio nei propri oleodotti. Khartoum, infatti, nell’impossibilità di recuperare i proventi perduti con la separazione dei due stati e in assenza di accordi sulla spartizione delle risorse petrolifere, aveva confiscato partite di petrolio per un valore di 815 milioni di dollari.

L’esosità delle richieste sudanesi, cioè 36 dollari per ogni barile in transito, ha contribuito ad esacerbare l’ostilità tra le parti, mentre il blocco della produzione ha avuto immediate ripercussioni sull’economia di entrambi i paesi, già fortemente indebitati e quasi totalmente dipendenti dal petrolio. L’accordo del 4 agosto, oltre a testimoniare la reciproca volontà di restaurare il dialogo, ha rappresentato un punto di equilibrio tra le aspettative delle parti. Se da un lato Juba si è vista accordare una tariffa di transito di soli 9,48 dollari al barile, dall’altro ha dovuto riconoscere a Khartoum una sorta di contributo di 3 miliardi di dollari per la riduzione del debito estero di quest’ultima, oltre ad assicurare assistenza finanziaria per tre anni. 

L’ambizione di entrambi i paesi di acquisire il controllo dei ricchi giacimenti di petrolio situati nelle regioni del Blue Nile, Southern Kordofan e Abyei rappresenta ancora un motivo di forte tensione. I due eserciti non si sono mai ritirati dalle aree di confine e dall’inizio dell’anno si sono registrati numerosi scontri armati. Sia iI Sudan, sia il Sud Sudan hanno intrapreso azioni offensive, puntualmente smentite o giustificate come reazione a presunti attacchi del nemico.

L’occupazione delle istallazioni petrolifere sudanesi di Heglig ad opera delle forze armate di Juba ad aprile ne è un chiaro esempio. Khartoum non ha esitato a ricorrere ai raid aerei per fronteggiare la minaccia e scongiurare il rischio di perdere il controllo di un’area da cui provengono 115.000 barili di petrolio al giorno. Solo la ferma condanna dell’UA e l’intimazione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU  a cessare immediatamente le ostilità hanno evitato il protrarsi degli scontri.

Le tensioni politiche e le ripercussioni economiche.

L’economia del più giovane stato africano dipende per il 98% dalle entrate petrolifere. La decisione di Juba di sospendere l’estrazione del greggio ha inevitabilmente avuto gravi ripercussioni sulle finanze dello stato. Il braccio di ferro con Khartoum ha innescato una serie di conseguenze monetarie e finanziarie che hanno messo a dura prova il paese e la popolazione. La brusca interruzione degli scambi commerciali ha determinato la mancanza di valuta pregiata nel paese e la rapidissima svalutazione della moneta nazionale.

La Banca Centrale ha rinunciato a sostenere il pound del Sud Sudan (SSP) per non compromettere le riserve monetarie, con la conseguenza che un dollaro statunitense veniva scambiato a 5,5 SSP a fronte di un tasso ufficiale di 3 SSP.  Questi fattori hanno reso le importazioni sempre più onerose ed il tasso di inflazione ha continuato a crescere. Le previsioni dell’Ufficio delle Statistiche parlano di un aumento dell’80% entro la fine dell’anno, mentre la spesa pubblica non accenna a diminuire. Le sole forze armate, con un organico stimato in 200.000 unità, assorbono una quota considerevole del budget statale.

Nonostante il raggiungimento dell’accordo sulla spartizione dei proventi petroliferi, il ripristino della capacità produttiva di 350.000 barili al giorno non sarà immediato. Secondo le previsioni più ottimistiche, entro la fine dell’anno si dovrebbe raggiungere quota non superiore a 180.000 barili al giorno. Tuttavia, molti rappresentanti del governo ostentano sicurezza circa le possibilità del Sud Sudan di recuperare in tempi brevi. 

Secondo il Vice-Ministro delle Finanze, Marial Awuou Yol, infatti, il paese può contare su solide riserve monetarie (stimate in circa 300 milioni di dollari USA) e sugli effetti positivi del rafforzamento del sistema tributario, senza contare le prospettive di crescita economica trainate dallo sfruttamento del petrolio e dagli ingenti investimenti esteri che queste risorse sono in grado di attrarre. Il Ministro delle Finanze Kosti Manibe,inoltre, ha confermato l’esistenza del progetto per la costruzione del “super porto” keniano di Lamu , grazie al quale il paese si affrancherà nel giro di pochi anni dalla dipendenza da Khartoum per il trasporto e la commercializzare del petrolio. Una volta a regime questo progetto, dal costo stimato di 3 miliardi di dollari USA, permetterà di collocare da 700.000 ad un milione di barili al giorno.    

Intanto, il Sudan continua a scontare gli effetti del pesante indebitamento estero che, secondo i dati dal Fondo Monetario Internazionale, dai 39,5 miliardi di dollari del 2010 raggiungerà quota 45,7 entro il 2013. Il Ministro degli Esteri sudanese, Ali Karti, a tal proposito ha rinnovato l’appello alla comunità internazionale affinché rispetti gli impegni assunti in occasione della firma del CPA del 2005 circa gli interventi per la riduzione del debito di Khartoum.    

Conclusioni

I due Sudan si sono divisi da più di un anno e molte restano le questioni irrisolte. Nonostante molti dei punti controversi fossero già stati indicati nel CPA del 2005, a distanza di sette anni le zone di confine sono ancora un campo di battaglia. La questione di Abyei, per la quale il CPA aveva previsto l’indizione di un referendum per stabilire a quali dei due stati dovesse essere accorpata, è stata ancora rinviata e, vista l’importanza strategica, nessuno dei due sembra intenzionato a cedere.

Oggi più che mai, nonostante il conflitto ed i frequenti scontri, i due Sudan condividono un destino comune. Seppur separati politicamente e geograficamente, i due paesi sono sempre più “costretti” a collaborare per trovare una via d’uscita dalla difficile congiuntura economica ed evitare di implodere al loro interno. Il petrolio sarà una forte attrattiva per gli investimenti esteri, ma la stabilizzazione delle aree a rischio rappresenta la condizione necessaria per favorirne l’afflusso.

Copyright Equilibri

ISSN: 2038-999X 

I contenuti prodotti da Equilibri.net non sono riproducibili né per intero né in alcuna loro parte. In caso di utilizzo commerciale è necessario richiedere l'autorizzazione scritta a Equilibri.net. Gli articoli pubblicati potrebbero non riflettere l'opinione dei gestori del sito. Registrazione al Tribunale di Firenze del 19 gennaio 2004, n° 5320.

CheckpointCheckpoints
04 May 2014 | David Smith
A multimillion-rand homestead in one of the country's poorest areas has become a symbol to critics of the ANC's decline.
08 Dec 2013 | Emanuele Schibotto
Non solo emblema della lotta contro l'apartheid, non solo esempio di moralità e senso delle istituzioni. Nelson Mandela
19 Feb 2012 | Jay Rayner
More than 2.6 million children worldwide die each year from undernourishment. As a campaign to cut child mortality is
InsightsInsights
11 Jun 2014 | Vincenza Lofino
Winston Churchill once stated that "Uganda is the pearl of Africa" in reference to the country's striking natural
01 Jun 2014 | Vincenzo Gallo
L’economia mozambicana continua la sua corsa trainata dallo sfruttamento delle risorse energetiche e minerarie i cui introiti hanno
25 Apr 2014 | Vincenzo Gallo
Il Ciad è ormai da oltre un decennio, grazie anche ai programmi della Banca Mondiale e ai flussi
FocusFocus & Research
29 Marzo 2013 | Elena Butti
The aim of this research paper is to investigate the situation of governance in Kenya. First, a brief background on
25 Marzo 2012 | Silvio Favari
La prima sentenza pronunciata dalla Corte Penale internazionale, lo scorso 14 marzo, offre lo spunto per sottolineare elementi di forza
18 Dec 2011 | Vincenzo Gallo
L’Uganda ha sperimentato un ventennio di stabilità politica e istituzionale che ha permesso al paese di raggiungere significativi risultati sul