Sudafrica: le proteste nel settore minerario minacciano la crescita economica

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A distanza di più di un mese dall’uccisione dei 34 operai della miniera diplatino di Marikana ad opera delle forze di sicurezza sudafricane le tensioni nel paese non accennano a placarsi e, anzi, aumentano i timori che si possa innescare un meccanismo irreversibile di “contagio” delle rivendicazioni ad altri comparti dell’economia del paese. Nell’ultimo mese il numero delle manifestazioni, seguite da scioperi selvaggi e scontri con la polizia, è aumentato in maniera preoccupante, gettando un’ombra non solo sulla redditività del settore minerario che da solo conta per più del 6% del PIL, ma anche sulle prospettive di crescita economica del Sudafrica. 

Le rivendicazioni salariali delle migliaia di minatori sono state, in alcuni casi, accolte con robusti adeguamenti da parte delle imprese operanti nel settore. La solabritannica Lonmin, concessionaria delle miniere di Marikana in cui si produce il 12% del platino mondiale, ha  accordato aumenti dell’11-22%sui salari con punte molto più alte per alcune categorie di lavoratori. Tuttavia, molte altre imprese, temendo gravi ripercussioni sulla propria competitività, passano alla controffensiva con la sospensione della produzione ed il licenziamento di migliaia di operai. La Anglo American Platinum, la più grande al mondo, ha già annunciato all’inizio di ottobre che 12.000 lavoratori perderanno il posto di lavoro a seguito degli scioperi che hanno paralizzato le attività della compagnia.Intanto, la tensione sale e continua il braccio di ferro tra sindacati, associazioni e comitati per la tutela dei lavoratori da un lato e compagnie produttrici e governo dall’altro.

Da Marikana la protesta si allarga

La determinazione dei minatori sudafricani era apparsa  evidente già all’inizio di agosto di quest’anno, ma nulla lasciava presagire il precipitare degli eventi e l’uso scriteriato della forza da parte della polizia. Il massacro del 16 agosto di 34 persone a Marikana ha suscitato indignazione nell’opinione pubblica e contribuito ad inasprire le relazioni industriali e sindacali nel paese. La logica conseguenza è stata l’allargamento della protesta e la radicalizzazione delle posizioni. Da allora si sono susseguite numerose iniziative, tra cui manifestazioni e scioperi, che hanno inferto un duro colpo al settore minerario sudafricano in termini di produttività e mancati introiti.

All’inizio di settembre le strade vicino alla miniera di Marikana sono state invase da una folla di 3.000 minatori in sciopero sorvegliate dalla polizia pronta ad intervenire con mezzi blindati, fucili d’assalto e gas lacrimogeni.  Si trattava del più grande spiegamento di forze dal 16 agosto.Sui cartelli dei dimostranti si leggeva “wewant 12,500 or nothing else”, più del triplo rispetto ai 400 rand dell’attuale salario. Dopo sei settimane di sciopero ininterrotto solo il 4% del personale della Lonmin era in servizio, mentre la folla minacciava di provocare la chiusura degli impianti.

Il sottosuolo sudafricano vanta l’80% delle riserve mondiali di platino e garantisce al paese il quarto posto nella classifica dei produttori di oro. Il settore minerario contribuisce per il 6-8% del PIL del paese e già dopo poche settimane di agitazioni si cominciava a parlare di ingenti perdite. La sola Impala Platinum, la seconda azienda a livello mondiale nel settore, ha dichiarato di aver registrato mancati introiti per 286 milioni di dollari a seguito dell’astensione dal lavoro di migliaia di lavoratori e di aver ricevuto richieste di aumenti salariali dal Association of Mineworkers and Construction Union (AMCU). Marikana e altri siti come Karee (100 Km da Johannesgurg) sono stati chiusi, mentre il prezzo del platino è aumentato in due settimane di oltre il 10%.

A farne le spese non è stato solo il titolo della Lonmin, il cui valore alla borsa di Londra si è deprezzato di quasi il 25%, ma anche la popolarità del presidente sudafricano Jacob Zuma che a dicembre potrebbe non essere riconfermato alla guida del partito di maggioranza, l’African National Congress (ANC).  I fatti di Marikana e l’inerzia nel gestire le rivendicazioni dell’intera categoria hanno aggravato la posizione del governo e si aggiungono alleaccuse di aver fallito nell’intento di ridurre le gravi disuguaglianze sociali nel paese dopo l’Apartheid.

Molti analisti finanziari, tra cui quelli di Citigroup e della ReserveBank, hanno espresso serie preoccupazioni circa le ricadute economiche dell’ondata di proteste. Le prospettive di crescita del PIL sono già state riviste al ribasso e si calcola che le agitazioni nel settore minerario dovrebbero incidere per oltre mezzo punto percentuale rispetto dalla previsione del 2,9%. Nell’agenda politica del paese, inoltre, è sempre più ricorrente il termine nazionalizzazione. Secondo il Wall Street Journal, molti investitori internazionali sono stati allertati da questa prospettiva e dalle possibili espropriazioni di beni stranieri che potrebbero scaturirne.

Il settore minierario nel complesso da lavoro a 500.000 persone nel paese e riveste un’importanza cruciale anche per quanto riguarda la tenuta sociale. Il Sudafrica, considerato tra i paesi con le più gravi ineguaglianze a livello mondiale,  è già alle prese con un tasso di disoccupazione vicino al 25% e si teme che le agitazioni nel settore minerario possano ulteriormente aggravare la situazione. La sola Anglo American Platinum ha annunciato di aver sospeso le attività per 26.000 dipendenti impiegati in uno dei siti della c.d Platinum Belt di Rustenburg.Alla fine di settembre le proteste avevano ormai coinvolto anche le miniere d’oro. La Anglo Gold Ashanti, la terza azienda produttrice al mondo, ha sospeso le attività a causa degli scioperi  a cui hanno aderito gran parte dei suoi 35.000 lavoratori.

Nel caos che ha travolto uno dei settori chiave dell’economia e dell’export sudafricano non sono mancati gli spiragli per le trattative e alcuni negoziati hanno sortito risultati incoraggianti, almeno per gli operai.  A metà settembre, infatti, la Lonmin, al termine di sei lunghe settimane di scioperi e oltre 40 vittime dovute agli scontri, ha siglato un accordo con le rappresentanze dei dipendenti. I lavoratori si vedranno riconoscere aumenti salariali dall’undici al ventidue per cento, mentre alcune categorie, come gli operatori delle trivelle, otterranno aumenti ancora più sostanziosi, molto vicini ai 12.500 rand richiesti (circa 1500 dollari USA).     

Molti altri operatori nel settore minierario non hanno mancato di esprimere i loro timori circa la possibilità che tali concessioni alle maestranze inneschino una spirale di ulteriori rivendicazioni. L’apprensione è generata soprattutto dalla convinzione che l’accordo della Lonmin crei un pericoloso precedente e che decine di migliaia di lavoratori di altre aziende seguano quest’esempio per ottenere aumenti e migliori condizioni di lavoro, con grave pregiudizio per la competitività delle aziende stesse.

Il protrarsi delle agitazioni non ha mancato di impensierire il governo e non solo per le ricadute in termini di consensi elettorali. Il presidente Zuma ha comunicato che il solo settore del platino ha subito perdite di 4,5 miliardi di rand a causa dell’interruzione delle attività, sottraendo risorse considerevoli al paese. La crisi, inoltre, ha messo in evidenza l’incapacità del governo di collocarsi a pieno titolo nella trattativa. L’unico accordo concluso finora ha visto la partecipazione delle sole aziende e di rappresentanti dei lavoratori riunitisi in comitati, nonché il Consiglio delle Chiese Sudafricane e altri attori della società civile. Al tavolo delle trattative non sedevano né il governo, né i due principali sindacati. La marginalizzazione di questi due attori non è stata casuale e le proteste hanno, in una certa misura, inteso evidenziare la connivenza tra loro, anziché il necessario antagonismo ai fini della tutela dei lavoratori.

A rendere il quadro più fosco, si aggiungono i timori che le iniziative dei minatori possano essere presto imitate dai lavoratori di altri settori in crisi come quello manifatturiero, già pesantemente penalizzato dalla recessione dei paesi dell’Unione Europea e dalla conseguente forte flessione della domanda.

Economia e stato sociale

Il Sudafrica è la prima economia del continente con un PIL pari a 563 miliardi di dollari nel 2011 e un reddito pro-capite di 11.000. Se si osserva la composizione del reddito nazionale si evince che oltre il 60% della ricchezza del paese proviene dal settore sei servizi, mentre dall’agricoltura solo il 2,5%. Lo stesso discorso vale per la forza lavoro, impiegata per il 65% nel terziario. Le prospettive di crescita economica indicano un incremento del 3% per il 2012, ma questo tasso è da riformulare alla luce delle inevitabili ripercussioni delle proteste che hanno sconvolto il settore minerario.

Pur essendo il paese più ricco in Africa, il Sudafrica è alle prese con la cronica disoccupazione che, nonostante le apposite misure governative, anche nel 2011 ha fatto registrare un tasso del 23,9%.  Dalla fine del 2008 all’inizio del 2010 sono stati perduti oltre un milione di posti di lavoro. Il New GrowthPath (NGP), un piano decennale disegnato dal governo per creare 5 milioni di posti di lavoro, finora è riuscito a farne recuperare solo 365.000, mentre è salito a 15 milioni il numero di sudafricani che beneficiano di programmi assistenziali sotto forma di sussidi e agevolazioni. La lotta alla povertà è un’ altra importante priorità dell’agenda politica del paese e nel biennio 2010-2011 il governo ha dovuto destinare a tali interventi il 3,5% del PIL. Istruzione, sanità e edilizia residenziale sono stati i settori che hanno assorbito la maggior parte del budget dedicato alla spesa sociale.

Conclusioni

Il protrarsi delle agitazioni rischia di provocare un drastico rallentamento della principale economia africana.  Migliaia di posti di lavoro sono a rischio, mentre gli investitori temono perdite di competitività e di introiti a seguito degli aumenti salariali. Tutto ciò si aggiunge alla già preoccupante situazione occupazionale  e le rivendicazioni sociali delle categorie più svantaggiate. Nonostante gli interventi del governo abbiano fatto registrare significativi progressi in termini di sviluppo umano (riduzione della povertà, istruzione gratuita, ecc.) il Sudafrica non è riuscito a sradicare le profonde disuguaglianze che caratterizzano da decenni la sua società. Zuma ne è pienamente consapevole e la sua battaglia politica dovrà giocarsi proprio su questo campo.

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