Somalia: governo di transizione, si conclude la fase transitoria?

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A distanza di un anno dalla riconquista di Mogadiscio da parte delle truppe dell’Unione Africana (UA) e del governo transitorio (Transitional Federal Government o TFG), la capitale somala si avvia ad una lenta normalizzazione. La scadenza del mandato del TFG e dell’intera fase transitoria nel paese erano previste per il venti agosto di quest’anno, data entro la quale la road map avrebbe dovuto essere completata con la formazione dell’organo legislativo e l’elezione presidenziale. Tuttavia, diversi ostacoli si frappongono al consolidamento delle nuove istituzioni statuali somale.

A distanza di un anno dalla riconquista di Mogadiscio da parte delle truppe dell’Unione Africana (UA) e del governo transitorio (Transitional Federal Government o TFG), la capitale somala si avvia ad una lenta normalizzazione. La scadenza del mandato del TFG e dell’intera fase transitoria nel paese erano previste per il venti agosto di quest’anno, data entro la quale la road map avrebbe dovuto essere completata con la formazione dell’organo legislativo e l’elezione presidenziale. Ancora un volta, però, l'insediamento del nuovo Capo dello Stato dovrà attendere. Lo stesso Parlamento, in cui avrebbero dovuto essere presenti 275 membri, conta poco più di 200 parlamentari. Una lista di oltre 70 candidati, infatti, è stata respinta dal Technical Selection Committee, l'organo deputato a vagliare le proposte di designazione dei membri del Parlamento, per le insistenti accuse di corruzione e intimidazioni che hanno caratterizzato le consultazioni degli ultimi mesi. Vista la perdurante instabilità nel paese, il compito di formare l’esecutivo è stato affidato ad un organo costituito da rappresentanti dei diversi clan ed in questa fase si sono registrate numerose irregolarità, come il tentativo di cedere i seggi dietro compenso o nominare persone non in possesso dei requisiti previsti.  

Molti analisti si dicono scettici circa le possibilità che il futuro governo  possa realmente segnare una svolta rispetto al TFG, il cui operato è stato spesso connotato da appropriazioni illegali, modalità clientelari  e sostegno a individui di dubbia integrità, ivi compresi alcuni pirati. La Banca Mondiale, infatti, in un rapporto pubblicato a maggio di quest’anno ha denunciato che il 68% delle entrate e dei fondi erogati a favore del TFG  non è conteggiato nel bilancio pubblico.

Eppure, nel paese, ed in particolare nella capitale, qualcosa comincia a cambiare. Negli ultimi mesi si è assistito all’aumento costante delle forze militari impegnate contro i miliziani di Al-Shabaab, mentre il consenso popolare a favore di questi ultimi, complice la cattiva gestione dell’emergenza siccità, si va sempre più erodendo. Nairobi ed Addis Abeba, inoltre, hanno contribuito in misura notevole al potenziamento dei contingenti. La presenza massiccia di uomini e mezzi della coalizione che lotta contro le milizie ribelli ha permesso di recuperare il controllo di molti territori nel paese ed il raggiungimento di buoni livelli di sicurezza nella capitale, condizioni necessarie all’implementazione della road map.

Al-Shabaab, però, resiste. Sono ancora molti a credere che, nonostante le ingenti perdite, questi gruppi continueranno a costituire una seria minaccia per la sicurezza del paese e a ostacolare con tutti i mezzi a disposizione il processo democratico. Vaste aree del paese sono tuttora controllate dai miliziani e si calcola che questi possano contare su oltre 10.000 uomini, oltre all’appoggio di una fitta rete di affiliazioni jihadiste nei paesi vicini.

La situazione interna e le previsioni della road map

La necessità di ripristinare la sicurezza interna in Somalia ha acquisito ormai da tempo una valenza che va ben oltre l’agenda politica nazionale. La sostanziale debolezza del governo transitorio di Mogadiscio ha di fatto consegnato il paese nelle mani di Al-Shabaab, con grave pregiudizio per la stabilità regionale. Al-Qaeda ha consolidato le proprie ramificazioni in Somalia, come pure le basi di addestramento. Si sono inoltre moltiplicati gli attacchi terroristici ad opera di kamikaze, specie in territorio keniano. 

Per molti paesi industrializzati, inoltre, crescono i timori per la pirateria nelle acque somale, con tutte le conseguenze economiche che ne derivano. La situazione interna della Somalia, quindi, è stata  affrontata con un nuovo approccio e uno sforzo congiunto da parte della comunità internazionale. Nell’ultimo anno si sono svolte numerose conferenze durante le quali i principali attori nazionali, regionali e internazionali si sono confrontati per stabilire le modalità e tempi per l’implementazione della road map ed accelerare il superamento della fase transitoria. Nazioni Unite, UA, Unione Europea e diversi governi occidentali, tra cui Gran Bretagna e Stati Uniti, hanno sostenuto una serie di iniziative per coadiuvare il lavoro del TFG e favorire il completamento di questo percorso.

Secondo questi ambiziosi programmi, il governo transitorio somalo avrebbe dovuto ultimare le riforme istituzionali entro il 20 agosto 2012 in vista di elezioni democratiche. Il percorso prevedeva l’adozione di una costituzione federale entro luglio, la riforma del Parlamento e l’indizione delle elezioni presidenziali e  politiche, oltre al disarmo e la smobilitazione delle milizie.

La situazione in Somalia rientra tra le priorità di politica estera di diversi paesi occidentali. La Gran Bretagna di David Cameron ha più volte sottolineato la necessità di intensificare gli sforzi internazionali per contrastare la minaccia del terrorismo e della pirateria. Si teme, infatti, che la concentrazione sempre più massiccia di affiliati di Al-Qaeda in territorio somalo possa servire come base logistica per l’attuazione dei piani dell’organizzazione in diversi paesi della regione, complice soprattutto la porosità dei confini della Somalia.

Già a febbraio di quest’anno Londra ha colto l’occasione per organizzare una conferenza a cui hanno partecipato i rappresentanti del TFG e dei principali attori regionali. Si è discusso di importanti questioni che attengono alla sicurezza interna e al contrasto alla pirateria, ma anche di sviluppo e assistenza. Al centro dell’attenzione vi era la situazione umanitaria. La Somalia è stato il paese più gravemente colpito dalla siccità del 2011 nel Corno d’Africa con un milione di persone sfollate, gran parte delle quali ancora rifugiate nei campi di accoglienza in Kenya e Etiopia. Nonostante le piogge invernali siano state le più abbondanti da tre anni, l’intervento umanitario continuerà ad essere indispensabile a causa della persistente insicurezza alimentare.

I progressi della transizione continuano

Anche se non sono mancati i ritardi e alcune fasi di stallo, il processo di riforme nell’impianto istituzionale della Somalia ha fatto registrare significativi progressi man mano che si avvicinava la scadenza prevista dalla road map. La conferenza di Londra, a cui è seguita quella di Istambul, è stata la testimonianza più evidente dell’incessante supporto che la comunità internazionale ha destinato al paese, anche attraverso la facilitazione di accordi con paesi vicini in seno all’UA. A giugno, infatti, è stato siglato un importante Memorandum ad Addis Abeba tra il governo del Kenya e l’organizzazione regionale per l’inserimento delle truppe di Nairobi nel contingente dell’African Union Mission in Somalia (AMISOM). In base a questo documento l’intervento dei militari keniani si inserirà nel contesto delle operazione per il mantenimento della pace sotto il comando AMISOM. Questa novità, seppur importante, potrebbe non essere sufficiente a fugare i dubbi di quanti hanno visto con sospetto l’entrata delle truppe di Nairobi in territorio somalo nell’autunno del 2011.

Sul piano istituzionale i progressi ottenuti fanno ben sperare nell’imminente adozione di un testo costituzionale definitivo. Alla fine di luglio l’Assemblea Costituente, formata da 825 membri designati tra i capi locali sotto l’osservazione delle Nazioni Unite, ha iniziato i propri lavori per la stesura di una prima bozza di Costituzione. Tra le principali previsioni contenute nel testo vi è il riconoscimento formale dei principi generali della Sharia (la legge islamica), la divisione federale dello Stato, il pluralismo politico e la presenza delle donne nelle istituzioni nazionali.  Nella nuova Costituzione, inoltre, si è affermata con forza  l’uguaglianza di tutti i cittadini dinanzi alla legge, senza pregiudizio alcuno basato su credo religioso, sesso, status sociale ed economico. Non mancano i punti controversi, primo fra tutti il mancato riconoscimento dell’autonomia del Somaliland, la regione somala dichiaratasi indipendente nel 1991 e che rifiuta di partecipare alle consultazioni in corso.

La reazione di Al-Shabaab non si è fatta attendere. Il primo agosto, infatti, due kamikaze si sono fatti esplodere in prossimità della sede dell’Assemblea Costituente, fortunatamente senza provocare vittime. 

Per contro, il Rappresentante Speciale del Presidente della Commissione dell’UA, l’ambasciatore Boubacar Diarra, si è detto soddisfatto per l’adozione del testo costituzionale, ritenuto una precondizione essenziale per la rifondazione delle istituzioni su base democratica ed il ristabilimento delle autorità nazionali.

Pochi giorni dopo, il Rappresentante Speciale dell’ONU per la Somalia, Augustine Mahiga, in occasione di un meeting svoltosi a Nairobi, ha divulgato in un comunicato stampa la dichiarazione dei firmatari della road map in cui questi ultimi hanno ribadito il formale impegno a completare i rimanenti passaggi istituzionali  entro la scadenza prevista per il 20 agosto. All’ordine del giorno vi erano importanti questioni, tra cui le modalità di selezione dei 275 membri del Parlamento, l’integrità e protezione della Technical Selection Committee e le procedure per l’elezione dello Speaker, Deputy Speaker e del Presidente dell’organo legislativo. Particolare attenzione è stata dedicata alla necessità di porre in essere misure per far cessare le pratiche illegali che hanno caratterizzato alcune fasi della formazione del Parlamento, tra cui intimidazioni e corruzione, e si è ribadito l’impegno dell’AMISOM a garantire la protezione dei membri del Technical Selection Committee.

Ad un anno esatto dalla cacciata dei miliziani di Al-Shabaab dalla capitale si può affermare che la sicurezza di Mogadiscio sia stata ripristinata, a tutto vantaggio della prosecuzione delle attività economiche. Negli ultimi mesi, infatti, si è assistito al boom delle costruzioni per la crescente domanda di abitazioni e locali commerciali. I mercati hanno ripreso a funzionare regolarmente, cosi come molte scuole e ospedali. Aumentano i territori sottratti al controllo dei miliziani estremisti. Le truppe del TFG e AMISOM hanno riconquistato molte aree strategiche, come la città di Afgoye, Balaad e Baidoa e alcune aree di Gedo, Middle e Lower Juba.

I successi militari della coalizione e la perdita di numerose roccaforti da parte degli Al-Shabaab, tuttavia, non rappresentano la capitolazione dei gruppi ribelli ed il superamento della minaccia alla sicurezza interna. Le Nazioni Unite ed i vertici militari dell’AMISOM, infatti,  ritengono questa la principale sfida da affrontare, visto che ancora oggi circa il 60% del territori nella parte centrale e meridionale del paese resta nelle loro mani. I 17.000 uomini dell’AMISOM non sono in grado di assicurare il controllo dell’intero paese, mentre continuano a registrarsi numerosi attacchi e operazioni di guerriglia. E’ stata accertata la presenza di nuove basi di addestramento nelle zone montagnose del nord Puntland e, stando ad un rapporto delle Nazioni Unite, i miliziani estremisti hanno rafforzato i contatti con diversi gruppi jihadisti in Kenya, Tanzania e Yemen.

Conclusioni

Il 2012 si  rivelerà un anno decisivo per il futuro del popolo somalo e di tutto il paese che da più di vent’anni attendono la formazione di un governo in grado di esercitare la sovranità ed il controllo sul territorio. Gli sforzi profusi in questa direzione non sono da sottovalutare, come pure i risultati conseguiti finora. La comunità internazionale, pur avendo escluso l’adozione di misure coercitive e l’intervento militare diretto, sembra aver giocato un ruolo non trascurabile nell’assistere il TFG a superare la fase transitoria.

Ora la sfida principale è la creazione di solide basi istituzionali per coadiuvare il percorso  democratico e capitalizzare i risultati militari finora conseguiti. Infine, la costruzione della coscienza nazionale, tra gli elementi indispensabili per assicurare la condivisione delle scelte politiche, richiederà un impegno di lungo periodo e, soprattutto, il superamento degli interessi particolari e clanici a favore di quelli della comunità nazionale.

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