Ruanda: la crisi nella RDC e le pressioni internazionali

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A seguito della recente recrudescenza dell'insicurezza nell'est della RDC e del relativo rapporto ONU sul coinvolgimento del Ruanda nella ribellione anti-governativa dell'M23, aumentano le pressioni internazionali sul governo di Kigali per allentare la morsa sulle ricche regioni orientali del vicino congolese. E' una vera svolta nelle relazioni diplomatiche tra i generosi donatori occidentali ed il piccolo ma strategico paese centrafricano? 

Premessa

Dal 1994, ovvero da quando Paul Kagame guida con mano ferma il piccolo Stato centrafricano, raramente il Ruanda si era trovato di fronte ad una situazione così critica e complessa, almeno in apparenza, sul piano delle relazioni economico-diplomatiche.
Le recenti prese di posizione di diversi governi occidentali, europei e statunitense in particolare, sembrano, infatti, aver incrinato la solidissima rete di sostegno diplomatico e finanziario di cui il regime di Kigali gode sin dalla fine della guerra civile che seguì il genocidio del 1994.

Resta da vedere se tali segnali siano destinati a sfociare in un sostanziale mutamento delle relazioni internazionali tra il Ruanda ed i suoi principali sostenitori occidentali.
Per ora si possono soltanto percepire gli elementi suscettibili di produrre un reale mutamento ed è opportuno, pertanto, tentare di delineare le cause di tale possibile evoluzione e comprendere le  poste in gioco legate alla complessa vicenda.

Una crescita economica largamente dipendente dai donatori occidentali

Il dato di partenza per comprendere l'attuale situazione è il sostanzioso appoggio di cui il governo del FPR (Fronte Patriottico Ruandese) gode sin dall'ascesa al potere, nel 1994, soprattutto da parte di Regno Unito e Stati Uniti d'America; appoggio che, attualmente, si traduce in quasi il 50% del bilancio annuale dello Stato. Aiuti che, indubbiamente, Kigali è riuscita a tradurre in una rapida e costante crescita economica che ha reso il paese delle mille colline una delle economie più dinamiche dell'intero continente.

Uno sviluppo economico, tuttavia, declinato in forme più simili al gigante cinese che non ai paesi occidentali, con un governo autoritario e centralizzato ed una gestione fortemente restrittiva delle libertà civili e politiche.

Elementi che, pur presenti tra le condizioni poste dai donatori internazionali per i generosi aiuti concesso, non hanno, tuttavia, mai condotto all'interruzione del costante flusso di aiuti dai paesi occidentali. Né tale sostegno è stato, sinora, inficiato dalle reiterate accuse a Kigali in merito alla sua condotta nelle zone orientali della Repubblica Democratica del Congo, dove sin dal 1996, le truppe ruandesi hanno assunto un ruolo chiave nella I e II guerra della RDC e nella successiva prolungata, e tuttora perdurante, fase di instabilità. La presenza militare ruandese, infatti, ufficialmente cessata nel 2002 con gli accordi di Pretoria, in realtà non è mai venuta meno, alimentando le attività della sterminata galassia di gruppi e gruppuscoli ribelli attivi nelle zone di confine tra i due stati, in particolare nei due Kivu.

I rilievi contenuti nel rapporto del gruppo di esperti ONU, in merito alle attività del gruppo ribelle M23 ed al sostegno a tale gruppo di cui è accusato il regime di Kigali, sembrano, in altri termini, soltanto l'ennesimo paragrafo già scritto nel libro infinito del conflitto est-congolese.

Una nuova strategia occidentale?

Eppure qualcosa sembra mutare nello scacchiere internazionale e nella strategia occidentale rispetto al Ruanda e, più in generale, rispetto all'intera regione dei grandi laghi.           

Sin dallo scorso mese di giugno è apparso chiaro come il fronte del sostegno a Kagame negli U.S.A. non fosse più compatto come negli ultimi 18 anni, durante i quali un consenso bipartisan aveva garantito costantemente il sostegno a Kigali, nonostante i cambi di direzione politica a Washington.

A seguito, infatti, della polemica concernente l'allegato al rapporto del gruppo di esperti ONU sulle recenti ribellioni nell'est della RDC, allegato che contiene accuse esplicite al Ruanda di sostenere i gruppi ribelli, ed il gruppo M23 in particolare, gli U.S.A. hanno deciso, infine, di dare il proprio assenso alla pubblicazione dello stesso, seppur soltanto a condizione che il governo ruandese fosse posto in condizione di replicare alle accuse ivi contenute.

Ciò, per un paese il quale non ha mai avuto troppi problemi ad utilizzare, anche con estrema disinvoltura, il proprio diritto di veto in Consiglio di sicurezza ONU e, più in generale, per un paese che, in ripetute occasioni, si è sottratto all'assunzione di obblighi in sedi multilaterali, per preservare la propria autonomia di azione sul piano globale, appare un cambiamento piuttosto significativo.

Se, infatti, sul piano degli aiuti internazionali, gli U.S.A. si sono limitati, per ora, a sospendere l'erogazione di 200.000 dollari, destinati all'addestramento di militari ruandesi, nondimeno, sul piano politico-diplomatico, la svolta, o meglio, il principio di svolta appare significativo. In passato, infatti, le minacce di sospensione degli aiuti provenienti dalle precedenti amministrazioni U.S.A. non si erano poi tradotte in nulla di concreto.          

La materia del contendere, peraltro, è ancora sub-iudice, visto che dopo le reazioni ruandesi trasmesse alle Nazioni Unite, si attende, per il prossimo mese di novembre, il rapporto finale ONU sulla questione.

Nelle more, alcuni altri paesi hanno sospeso i loro aiuti al Ruanda, per ammontari molto più significativi dell'aiuto sospeso dal Dipartimento di Stato U.S.A. e, sebbene altri importanti donatori, quali il Belgio, l'Unione Europea e la Banca Mondiale abbiano sinora mantenuto i loro programmi di aiuto, i segnali di un potenziale cambiamento non mancano.

Le ragioni dell'apparente svolta e le prospettive nel breve-medio termine 

Ma se dalla mera analisi dei fatti si passa all'individuazione delle possibili cause di tale evoluzione,  il puzzle si presenta piuttosto enigmatico. Le recenti accuse al Ruanda, infatti, appaiono ben poca cosa rispetto al complesso dei rilievi sulla condotta tenuta dal governo di Kigali sin dalla fine ufficiale del conflitto nella RDC; rilievi contenuti in svariati rapporti pubblicati dalle Nazioni Unite, oltre che da organizzazioni per la tutela dei diritti umani, Human Rights Watch in primis.

In altri termini, analizzando gli ultimi fatti alla luce dell'ultimo ventennio di storia della regione dei grandi laghi e del ruolo delle potenze occidentali nell'area, appare chiaro come le recenti evoluzioni delle diplomazie mondiali rispetto a Kigali non siano legate a mutamenti significativi nella politica del regime di Kagame, né sul piano interno, né sul piano internazionale. Si assiste, quindi, ad un improvviso risveglio, dove le tanto decantate virtù del Ruanda di Kagame vengono bruscamente poste in secondo piano rispetto ai crimini imputati al regime di Kigali.

E' difficile trovare un solo chiaro motivo dell'apparente cambiamento nella politica statunitense ed europea rispetto al prediletto allievo africano. Possiamo però provare ad individuare alcuni elementi che sembrano contribuire a tale evoluzione. Per quanto concerne gli U.S.A., il paese è in piena campagna elettorale ed Obama potrebbe avere interesse ad enfatizzare il suo presunto nuovo corso nella politica africana, mettendo, almeno sul piano simbolico e mediatico, l'alleato ruandese di fronte alla proprie responsabilità internazionali. Non va dimenticato, inoltre, che il Ruanda  aspira  a ricoprire, dal prossimo mese di gennaio, il ruolo di membro non permanente, per il termine di due anni, nel Consiglio di Sicurezza dell'ONU i cui membri non permanenti, è opportuno ricordarlo, vengono eletti dall'Assemblea generale; le pressioni internazionali potrebbero, quindi, rammentare a Kagame come, anche sul piano politico-diplomatico, è necessario uno sforzo per mantenere e rafforzare il supporto dei sinora fedeli alleati occidentali.

Più in generale, può esservi l'inquietudine destata da un possibile conflitto che, ora localizzato, potrebbe ancora una volta estendersi ai paesi vicini e magari assumere un carattere macro-regionale o addirittura continentale; il che, nell'attuale fluida configurazione del continente, soprattutto nel suo quadrante settentrionale e nord-occidentale, potrebbe condurre a conseguenze imprevedibili, come già la crisi nel nord del Mali ha mostrato in maniera evidente; ciò detto, l'attuale situazione ed un'attenta analisi delle strategie dei paesi già coinvolti nella seconda guerra del Congo, meglio nota come Guerra mondiale africana, fa apparire improbabile che possa scatenarsi un seguito di quell'immane conflitto, sebbene gli stessi leader della regione non sembrano escludere del tutto il timore di una escalation in tal senso, come dimostra la visita nei giorni scorsi del presidente ugandese Museveni a Luanda, per dissuadere l'Angola dall'intervenire nell'est della RDC per aiutare Kinshasa a debellare il gruppo ribelle M23.

Conclusioni

In ultima analisi, l'atteggiamento occidentale sembra, più probabilmente, volto a rendere più compatibile, almeno sul piano mediatico, la condotta del Ruanda, che sembra destinato a restare un solido alleato dei paesi occidentali. D'altronde, un irrigidimento ulteriore da parte dei donatori occidentali avrebbe come conseguenza immediata un'ulteriore perdita di influenza nella regione per gli stessi, come è già emerso dai contatti intercorsi tra Kigali e Pechino, in merito ad un possibile accresciuto ruolo cinese nel finanziare il budget ruandese.

In altri termini, se inquadriamo la questione nel più ampio scacchiere geopolitico mondiale, appare fortemente improbabile che l'attuale irrigidimento occidentale possa tradursi nel totale abbandono del fedele alleato ruandese.

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