Rimane forte il controllo statale sull’energia

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Negli ultimi anni in America Latina è cresciuto il ruolo che il settore energetico riveste all’interno del quadro politico e geostrategico, diventando così un comparto chiave nella gestione delle relazioni diplomatiche regionali ma anche internazionali. Nonostante questa tendenza generalizzata che attribuisce all’energia un ruolo più politico che economico, è da rilevare che non tutti i paesi del continente hanno adottato un modello gestionale omogeneo. Mentre il Venezuela e gli stati ideologicamente affini hanno rafforzato il controllo statale sulle più importanti compagnie dell’energia, altri stati come il Brasile e recentemente la Colombia si sono dimostrati più aperti nei confronti della ricezione di investimenti stranieri. Nella maggior parte dei casi però, e anche nei paesi più favorevoli alla liberalizzazione, il controllo statale sul comparto energetico rimane importante.

Nel continente latinoamericano, il settore energetico è sempre stato considerato un comparto chiave per lo sviluppo dell’economia, in grado di stimolare la crescita di alcuni paesi della regione che, come è noto, sono forniti di ingenti quantitativi di risorse naturali (petrolio, gas naturale, potenziale idrico elettrica e metalli). In generale la gestione del settore è rimasta in buona parte in mano allo stato, anche se durante gli anni novanta sono state introdotte nel mercato energetico delle riforme di aggiustamento strutturale al fine di migliorare la produttività, favorire l’efficienza e incentivare l’afflusso di investimenti stranieri (regionali e internazionali). Tali misure (principalmente privatizzazioni, riforme fiscali e liberalizzazione del commercio estero), hanno introdotto importanti cambiamenti riguardo la gestione del settore energetico nel continente, che però ha seguito due linee di sviluppo differenti. In alcuni paesi, come in Brasile, le riforme sono state attuate più gradualmente ma sempre a favore di una maggior –seppur ristretta- apertura verso l’esterno, mentre in altri stati, come in Venezuela, l’energia è diventata sempre più una risorsa strategica nelle mani dello stato, escludendo e controllando maggiormente la partecipazione estera.

Il modello venezuelano

Il continente latinoamericano si presenta dunque come fortemente disomogeneo. La stessa gestione sperimentata dal Venezuela è riscontrabile anche in Bolivia, Ecuador e per certi aspetti anche nell’Argentina dei coniugi Kirchner. Nei primi due paesi infatti, la nazionalizzazione del settore energetico ha rappresentato e tuttora rappresenta il denominatore comune; la gestione è lasciata in carico ad altre istituzioni nazionali, come il Ministero dell’Energia, ma la proprietà rimane nelle mani dello stato. In Venezuela la PDVSA (Petróleo de Venezuela Sociedad Anónima), impresa pubblica già dal 1975, con il governo Chávez ha rafforzato ulteriormente la propria posizione su tutte le attività della compagnia: esplorazione, estrazione, raffinazione e distribuzione. Nel 2003, dopo lo sciopero petrolifero, il Presidente venezuelano ha iniziato una nuova fase, basata sul pieno recupero della piena sovranità statale. La stessa sorte è toccata alla YPFB (Yacimientos Petrolíferos Fiscales Bolivarianos) nel 2006, anno in cui l’allora neo-eletto Presidente indio Evo Morales ha annunciato pubblicamente la nazionalizzazione, e un simile sviluppo è applicabile anche a Petroecuador. In Argentina invece, l’ex compagnia statale YPF (l’omologa dell’impresa presente in Bolivia, privatizzata durante il governo di Ménem negli anni novanta), è stata venduta alla multinazionale spagnola Repsol, che ha cambiato la denominazione in Repsol YPF; a questa si affianca la Enarsa (Energía Argentina Sociedad Anónima), completamente statale. Le principali conseguenze di questo tipo di gestione hanno determinato nel tempo una contrazione degli IDE (Investimenti Diretti Esteri), una riduzione della produzione che ha compromesso anche la fornitura per l’esportazione e l’aumento delle imposte e delle royalties applicate alle società straniere. In Venezuela, a seguito della scoperta della Faja del Orinoco, un considerevole giacimento di petrolio che potrebbe incrementare le risorse petrolifere venezuelane facendo del paese il secondo detentore mondiale di riserve di greggio dopo l’Arabia Saudita (in base a quanto calcolato dalla PDVSA), sono state create delle società miste, formate da imprese pubbliche nazionali e compagnie private straniere, in cui però la Repubblica Bolivariana detiene comunque la maggioranza delle quote. In Ecuador sono state aumentate le tasse sui proventi delle imprese estere originate dal petrolio, situazione che nel caso della francese Perenco, ha portato alla sottrazione del 99% dei ricavi generati dalla multinazionale europea. In Messico invece, paese ideologicamente dissimile ma strutturalmente affine al modello venezuelano in cui opera PEMEX (Petróleos Mexicanos), si sono registrati dei cali produttivi importanti (dai 3,825 milioni di barili al giorno del 2004 ai 3,157 del 2008), anche se secondo l’ultimo rapporto dell’OPEC -Organisation of the Petroleum Exporting Countries- datato marzo 2010, sembra che tale declino stia rallentando. Infine non bisogna dimenticare che in questi paesi negli ultimi anni la pratica delle nazionalizzazioni ha riguardato non solo il settore energetico ma è stata applicata più in generale a tutto il settore produttivo (dall’industria del cemento alle istituzioni finanziarie), proprio perché in Venezuela come in Bolivia la statalizzazione delle imprese straniere corrisponde più ad esigenze geostrategiche che a reali necessità economiche.

 Il modello brasiliano

Il Brasile presenta una gestione delle risorse energetiche contrapposta alla visione proposta nei paesi a stampo socialista. Recentemente al paese governato da Lula si è avvicinata anche la Colombia, in cui si possono riscontrare notevoli somiglianze con il paese lusofono. Anche in questo modello la proprietà è detenuta in larga parte dallo stato, ma senza ambizioni di esclusività. Inoltre le tasse imposte ai finanziamenti esteri sono inferiori rispetto a quanto applicato negli Stati che fanno riferimento al modello venezuelano. Nel paese di Uribe infatti, le multinazionali straniere possono beneficiare di imposte scaglionate da un minimo del 5% ad un massimo del 25% a seconda di quanto prodotto oltre a poter beneficiare di un estensione temporale dei limiti di sfruttamento, condizioni queste che hanno favorito la competitività dei contratti di estrazione e produzione colombiani e l’afflusso di 3 miliardi di dollari di IDE tra il 2007 e il 2008 proprio per il settore petrolifero. In Brasile invece, la gradualità delle riforme di liberalizzazione economica e lo sviluppo di una più che buona competenza tecnica hanno portato il paese a diventare da importatore a esportatore di petrolio nel giro di pochi anni. In generale in entrambi i paesi la liberalizzazione ha determinato un incremento del flusso degli IDE e una crescita della produzione. Questo modello, che può essere considerato come il migliore tra quelli proposti per la gestione delle risorse energetiche non è però esente da critiche. In Colombia ad esempio, nonostante la crescente apertura verso l’esterno che ha giovato al settore, la presenza delle imprese straniere rimane ancora molto limitata e formata per lo più da piccole compagnie, anche se si spera che in futuro le maggiori garanzie sugli investimenti possano far ritornare le grandi multinazionali europee e statunitensi dell’energia. In Brasile invece, si è potuto osservare un leggero cambio di rotta quando, tra agosto e settembre del 2009, il Presidente Lula ha dichiarato di voler aumentare la partecipazione statale nel progetto pre-sal, che prende il nome dallo strato della crosta terrestre situato al largo della costa brasiliana nel quale sono presenti enormi quantità di petrolio e che potrebbe, se sfruttato, aumentare considerevolmente le riserve di petrolio del paese. Nelle intenzioni di Lula, che aveva esplicitato questo progetto attraverso un disegno di legge con carattere di urgenza rigettato poi dall’opposizione, oltre a garantire un minimo del 30% di partecipazione a Petrobras, c’è la creazione dell’impresa sussidiaria denominata appunto Petrosal, che gestirà i nuovi contratti per l’esplorazione e l’estrazione del petrolio. Alcuni analisti internazionali hanno infine sottolineato come in caso di vittoria della candidata alla Presidenza Dilma Roussef è probabile che il Brasile spinga verso una maggiore presenza dello stato nella gestione delle risorse energetiche, senza però rinnegare quanto svolto finora dall’amministrazione precedente.

Conclusioni

Nonostante le palesi differenze che emergono dall’analisi dei due modelli di gestione del settore energetico, è possibile affermare che in tutto il continente latinoamericano il controllo statale sull’energia rimane ancora molto forte. Sicuramente il modello brasiliano si dimostra maggiormente aperto verso l’esterno, ma occorrerà monitorare l’evoluzione della situazione alla luce delle nuove scoperte; tuttavia è probabile che anche in caso di un aumento della presenza statale nel settore, il colosso sudamericano non sperimenterà un controllo così rigido come quello osservabile oggi in Venezuela. Oltre a ciò sarà altrettanto importante valutare in che misura gli stati latinoamericani potranno garantire i contratti di fornitura stipulati non solo con altri paesi del continente (vedasi lo scambio di gas naturale tra Argentina e Bolivia), ma anche con altre nazioni (ad esempio la Cina); da questi accordi infatti dipenderà anche la capacità dei paesi latinoamericani di acquisire una maggiore credibilità all’interno dell’arena politica mondiale; se tale ipotesi è quasi certa nel caso del Brasile, nel caso del Venezuela i dubbi rimangono, dovuti soprattutto alla difficile congiuntura economica in atto e ad un certo grado di incertezza in merito alla stabilità politica.

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