Palestina: tra Hamas e Fatah si allontanano le possibilità d’intesa

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In Medioriente la questione palestinese tiene banco ormai da diversi decenni. La divisione interna ai territori induce a pensare che i colloqui di pace con Israele saranno ancora ritardati, poiché Hamas e fath non trovano la quadratura del cerchio per presentarsi al tavolo con una comunione d’intenti. Inoltre, la spaccatura diminuisce le possibilità di riconoscimento internazionale dello stato palestinese. Lo scenario di una Palestina perennemente divisa appare quanto mai probabile

La divisione della Palestina operata sul finire della Seconda Guerra Mondiale è all’origine di un conflitto che perdura ormai da quasi sette decenni. L’arco di tempo trascorso ha generato divisioni anche internamente ai territori occupati dalle forze palestinesi. La Striscia di Gaza e la Cisgiordania rimangono gli unici lembi di terra nei quali la dignità di stato sovrano non è riconosciuta.

L’incrinatura odierna non è più con Israele bensì tra Hamas e al-Fatah, le due principali forze politiche palestinesi. L’una, Hamas, controlla Gaza dopo le elezioni del 2006, mentre al-Fatah attraverso l’Autorità Nazionale Palestinese controlla la Cisgiordania.

L’ostacolo tra i due partiti politici è la questione dei confini. Per Fatah la priorità assoluta è vedere riconosciuto uno stato palestinese e per questo sarebbe disposto ad accettarlo anche nei territori attualmente controllati dai palestinesi; Hamas vorrebbe lo stato palestinese all’interno di tutti i territori occupati da Israele. Una divergenza sostanziale che ha portato al fallimento della richiesta, avanzata dall’ANP, di riconoscimento della Palestina come stato sovrano presso le Nazioni Unite. Un’istanza a lungo ricercata e su cui Mahmud Abbas, leader dell’ANP, ha investito molta della sua credibilità politica.

La tensione nei rapporti tra Hams e Fatah è viva nonostante i vari tentativi di riconciliazione che non hanno generato risultati concreti e rischiano di allontanare ancora la riapertura dei negoziati con Israele. Le forze politiche palestinesi sono chiamate oggi a elaborare nuove strategie per il superamento della condizione attuale. Un lavoro faticoso ma che non presenta alternativa alcuna e al quale nessuno può sottrarsi se davvero la Palestina vuol uscire dal ghetto in cui è terminata. E’ pertanto importate comprendere cosa sta accadendo tra Hamas e Fatah e quali prospettive si stagliano all’orizzonte: da queste dipenderanno i futuri equilibri mediorientali.

Hamas e al-Fatah: origine di una divisione

L’intricata condizione palestinese è il frutto di una profonda faglia che attraversa il confine tra le due maggiori forze politiche: Fatah e Hamas. Essi vivono una fase di tensione seguita alla guerra civile del 2006, esplosa dopo la vittoria di Hamas alle elezioni legislative dello stesso anno nelle quali sconfisse Fatah.

Alla base del dissenso ci sono differenze ideologiche. Fatah, partito nato nel 1959 per opera di Yasser Arafat, ha professato per la prima fase della sua esistenza una liberazione completa della Palestina essendo una delle principali forze a sostegno dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina guidata per molti anni dallo stesso Yasser Arafat.  Il retroterra culturale risiedeva in un accentuato nazionalismo basato sulla necessità di liberazione del popolo. Gli arabi palestinesi, infatti, lamentavano l’impossibilità di autodeterminarsi in un periodo in cui gli imperi coloniali crollavano o erano già crollati. L’insuccesso della guerra a Israele scattata il giorno dopo la proclamazione dell’indipendenza dello stato ebraico, accentuò le rivendicazioni nazionaliste nocciolo della dottrina di Fatah.

Il contesto in cui vede la luce Hamas è molto diverso. Negli anni Ottanta, all’epoca della Prima Intifada, l’Islamismo comincia a diffondersi. I Fratelli Musulmani egiziani erano un esempio per molti giovani credenti con la volontà di impegnarsi in politica guardando all’Islam come riferimento. Il movimento sunnita di Hamas nasce ufficialmente nel 1987 come sintesi dell’attivismo islamico che già dal 1967 aveva iniziato a colpire con azioni terroristiche obiettivi sensibili. In un primo momento, durante il periodo della guerra dei Sei Giorni, a Gaza venne creata una frazione della Fratellanza Musulmana che aveva come leader Sheikh Ahmed Yassin, precursore del movimento Hamas.

Venti anni più tardi, dopo un incidente d’auto attribuito ai servizi segreti israeliani che uccise diversi palestinesi, venne lanciata la Prima Intifada, un movimento di rivolta civile e militare contro l’occupazione illegittima, secondo i manifestanti, ad opera di Israele. Il lungo periodo di scontri che ne seguì portò Yassin e altri esponenti dell’Islamismo palestinese a fondare un movimento di resistenza armato chiamato Hamas, con lo scopo dichiarato di eliminare lo stato d’Israele.

Anche se non formalmente l’eliminazione dello stato d’Israele è stato uno dei punti chiave dell’azione di Fatah durante i suoi primi anni. Successivamente, vista la superiorità dello stato ebraico sul piano militare il partito maggioritario dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina ha modificato i suoi piani privilegiando, specialmente dopo la morte di Arafat, il negoziato. Quest’ultimo cambio di prospettiva ha coinvolto anche Hamas a partire dalla seconda metà degli anni Novanta, quando cioè il PM israeliano Yitzhak Rabin ha iniziato un intenso dialogo con Hamas in quanto parte in causa non associata all’OLP considerato l’unico interlocutore possibile.

Gli anni Novanta per Fatah testimoniano un maggior avvicinamento alla soluzione di compromesso con Israele. Con gli accordi di Oslo viene creata l’Autorità Nazionale Palestinese, un corpo amministrativo provvisorio nato per conferire uno status paritario alla controparte palestinese nei colloqui con Israele. Finché è rimasto in vita, fino al 2004, Yasser Arafat è stato il leader indiscusso dell’Autorità Nazionale Palestinese. Hamas al contrario non ha mai fatto parte né dell’OLP né dell’ANP.
Ad un prima analisi appare chiaro come le due fazioni presenti oggi nei territori palestinesi, nonostante diverse similitudini, non abbiano mai condiviso un percorso comune. L’unità in Palestina era garantita dalle maggioranze che Fatah deteneva sia a Gaza che in Cisgiordania controllando le due ali della Palestina con un comando centralizzato. Dopo la morte di Arafat, tuttavia, molte cose iniziarono a cambiare.

Le elezioni del 2005 videro crescere e vincere in molte municipalità di Gaza Hamas, presentatosi alle elezioni come alternativa a Fatah. Molto probabilmente  arrivando sul finire dell’ondata di sommovimenti popolari e militari risoltesi in una serie di attacchi terroristici (come la bomba nel ristorante Sbarro, a Gerusalemme nel 2001 ad opera di milizie islamiste molto vicine ad Hamas) noti con il nome di Seconda Intifada, che videro Hamas avere un ruolo di primo piano incontrando così i desiderata della popolazione ferita dagli accordi di Oslo dai quali si aspettava concessioni maggiori, furono l’inizio di una grande crescita. Alle successive elezioni legislative del 2006, Hamas ottenne la maggioranza dei seggi al Parlamento palestinese 76 su 132 mentre Fatah soltanto 43.

Lo spartiacque per comprendere l’attuale situazione di stallo sono proprio le elezioni legislative del 2006. Avendo riportato un grande successo alle presidenziali del 2005 e riuscendo a strappare la maggioranza dei seggi in Parlamento a Fatah, Hamas è diventata la maggiore forza politica nei territori palestinesi controllando soprattutto la Striscia di Gaza. La contestazione di Fatah portò alla creazione di due entità distinte una a Gaza controllata da Hamas e l’altra a Ramallah.Tale suddivisione fu l’origine di una guerra fratricida per il controllo della Striscia che vide trionfare nettamente Hamas su Fatah.

Una riconciliazione possibile?

Le due forze politiche palestinesi sono le sole a poter incidere sullo sviluppo dei loro territori. Il consenso popolare di cui godono è ampio e Fatah è accreditato come interlocutore internazionale. D’altro canto, senza una forma di unità interna che tenga insieme le diverse anime sociali, politiche e amministrative in seno all’Autorità Nazionale Palestinese, la creazione di uno stato indipendente, sovrano e economicamente all’avanguardia potrebbe non vedere mai la luce.

I negoziati tra le due parti interessate vanno avanti senza sosta pur senza raggiungere risultati significativi. Sono, piuttosto, le dinamiche interne all’una e all’altra parte a condizionare quanto sta accadendo nel loro complicato rapporto. L’annuncio trapelato il 25 Settembre 2012 che Khaled Mishaal, capo in esilio di Hamas,  non sarà disponibile per un’eventuale rielezione al vertice di Hamas potrebbe avere un effetto deleterio sul prosieguo dei colloqui di riconciliazione. Durante il suo mandato lo stesso Mishaal si è più volte scontrato con l’ala conservatrice di Hamas che tentava di impedire un riavvicinamento con Fatah, passo necessario per giungere ad una riunificazione.

Il condizionamento della scelta di Mishaal sul buon esito dei colloqui è evidente: seppur la strategia di Hamas prevedeva una riconciliazione con Fatah per poi prendere il sopravvento e governare anche la Cisgiordania attraverso libere elezioni, il pericolo che l’oltranzismo si faccia strada nel movimento islamico sembra far decelerare l’incedere dei colloqui. Tutto sommato, una buona notizia sembra essere la candidatura di Ismail Haniyeh, primo ministro di Gaza. Per quanto concerne Fatah, ai timori di Abbas di dover cedere il controllo della Cisgiordania, fosse anche per volontà del popolo palestinese, si aggiungono quelli per un’interruzione totale dei negoziati.

Fatah avrebbe da perdere da entrambe gli scenari, ma è preferibile ottenere la riconciliazione anche a costi elevati per poter giocare la carta del supporto internazionale nell’eventuale campagna elettorale. Tuttavia, le linee di un accordo per giungere ad elezioni, che richiederebbero il superamento delle divisioni, non sembrano essere chiare. Al momento non c’è una parte con una posizione contrattuale più forte dell’altra, poiché l’aggressione subita da Hamas in Gaza con la guerra civile del 2006 legittima il governo eletto nella Striscia.

In termini diplomatici ciò vuol dire che all’unità potrebbe anche essere sacrificata una grande parte dell’attuale potere di Hamas. Eventualità che non appare oggi così irrealistica. Ma un accordo sembra quanto mai necessario poiché la distanza geografica tra le due entità è diventata nel tempo una distanza politica difficile da colmare. Dopo la guerra civile la tensione è rimasta alta e per alcuni analisti lo scontro nato nel 2006 non sarebbe ancora terminato. Fintanto che permane una netta distinzione tra Gaza e la Cisgiordania l’animosità rimane elevata e le possibilità di ricondurre tutti sotto un’unica autorità scemano al pari delle rivendicazioni per il riconoscimento della Palestina.
Di sicuro un punto d’incontro tra le due fazioni è l’avversione per lo stato d’Israele.

Le roboanti accuse lanciate da Mahmud Abbas, leader di Fatah e della Autorità Palestinese, durante il suo intervento all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (cui l’Autorità Palestinese partecipa come osservatore) il 27 Settembre 2012, troveranno d’accordo anche i leader di Hamas. Molto probabilmente, questo passo azzardato di Abbas avrà come risvolto quello di aumentare la pressione su Hamas, poiché anche l’ostacolo maggiore (cioè la non sufficiente durezza verso Israele) all’accordo decade. Ma le astuzie della ragione di hegeliana memoria riescono sempre a mettersi di traverso. La notizia trapelata il 30 Settembre 2012 di un coinvolgimento di Fatah nell’uccisione di un leader di Hamas a Dubai nel 2010, se confermata metterebbe a rischio eventuali accordi. Inoltre, la preoccupazione in seno a Fatah che Hamas potrebbe minacciare il corretto svolgimento delle elezioni in Cisgiordania sembra sintetizzare la situazione di stallo attuale.

Nonostante una dialettica aspra e il disaccordo questioni fondamentali come i confini e i rapporti con Israele, il fallimento del voto alle Nazioni Unite per il riconoscimento della Palestina aveva portato ad una intensificazione dei colloqui ora arenatisi. Possibilità concrete di riconciliazione sembrano non esserci, anche per la complessità del quadro regionale. L’ascesa di Hamas è il risultato di una serie di relazioni instaurate dal movimento. Il Qatar è una fonte rilevante di sovvenzioni che ne hanno permesso lo sviluppo dell’ala militare. I legami con Doha si sono rafforzati nell’ultimo periodo a causa della crisi siriana. Khaled Meshaal ha trasferito nei mesi scorsi il quartier generale di Damasco a Doha a simboleggiare una comunanza di intenti con la corona qatarina.

Chiaramente il richiamo alla visione sunnita dell’Islam funge da catalizzatore e cementa in modo quasi automatico relazioni nell’area mediorientale. Altra grande fonte di supporto per Hamas è la Turchia. Se il Qatar fornisce ad Hamas i fondi necessari per mantenersi in vita, la Turchia offre un’altrettanto necessaria copertura politica. In seguito alla vicenda della Mavi Marmara tale connubio si è indirizzato all’indebolimento di Israele.

Al contrario l’ANP gode di qualche simpatia in occidente, poiché Abbas sembra essere un interlocutore gestibile per mantenere intatti i bisogni di sicurezza di Israele.  Il peso del posizionamento internazionale dei due partiti è rilevante per la definizione dell’attuale situazione, caratterizzata anche da un acceso dibattito su quale debba essere la configurazione del futuro stato. L’una vorrebbe uno stato nei confini del 1967 (Hamas), mentre l’altra si contenterebbe dell’attuale estensione geografica (Fatah).

Uno stato palestinese nei confini attuali, come vorrebbe Abbas, sarebbe praticabile nonché auspicabile, ma la precondizione è il ricongiungimento con Hamas.   A tale scopo dall’inizio del 2012 si sono susseguiti diversi accordi di riconciliazione. Il 9 febbraio 2012, Mahmud Abbas e Ismail Haniye, attuale primo ministro della Striscia di Gaza, si sono incontrati per definire le linee generali di un accordo lontano dall’essere definitivo. In una prima versione era previsto che Hamas continuasse la lotta armata e si rifiutasse di riconoscere Israele. Su questi due punti in particolare il dialogo si è interrotto, ripreso il maggio scorso a Doha. Con i buoni uffici del governo del Qatar sia Hamas che Fatah hanno firmato un’intesa parziale, perfezionata a Il Cairo il 20 Maggio 2012.

L’accordo prevede il ricongiungimento dei due corpi amministrativi di Gaza e Cisgiordania sotto l’egida dell’Autorità Nazionale Palestinese e che Abbas sia il capo di un governo di unità nazionale transitorio in grado di portare a nuove elezioni. Per fare ciò, Hamas si è impegnata a favorire la registrazione di nuovi votanti nella Striscia senza interferire con l’autorità centrale. A prima vista l’accordo potrebbe sembrare un passo avanti positivo.

In parte lo è stato poiché Ramallah ha da subito iniziato le procedure di registrazione dei nuovi votanti esercitando di nuovo la propria autorità su Gaza. Ciò fin quando Hamas, lo scorso mese di Giugno,  ha bloccato il procedimento di registrazione sotterrando di fatto ogni possibilità  di celebrazione di nuove elezioni.

Un punto nodale nella strategia di Hamas è stato il richiamo a libere elezioni per eleggere l’Assemblea Parlamentare dell’ANP e il suo presidente. Il sovvertimento dell’esito elettorale del 2006 ha permesso ad Hamas di instaurarsi nella Striscia di Gaza e sa bene che con nuove elezioni unitarie c’è il rischio di perdere la porzione di potere accumulata nel tempo. Per cui, la celebrazione di nuove elezioni per quanto stabilita nell’ultimo accordo di maggio rimane altamente improbabile fintantoché la fazione che controlla la Striscia viene meno ai suoi obblighi.

La diplomazia di Abbas sembrava aver messo a segno un colpo importante lo scorso maggio. Purtroppo, la volontà di mantenere lo status quo sovrasta i tentativi di riconciliazione. E’ quindi plausibile che l’accordo di maggio abbia sancito un riavvicinamento che non prevede alcuna pace.

Scenari futuri

La possibilità di formazione di uno stato palestinese appare molto ardua. La Primavera Araba sarebbe potuta essere un’occasione importante per vedere riconosciute le legittime aspirazioni di indipendenza, perché sulla scorta dei sommovimenti maghrebini e mediorientali, l’Autorità Nazionale Palestinese ha presentato la propria richiesta alle Nazioni Unite caduta poi nel vuoto. L’avvitamento delle rivoluzioni arabe, però, apre molti interrogativi su quale forma avrebbe preso uno stato palestinese nato sulla scorta di proteste non propriamente tendenti all’instaurazione di democrazie compiute. Dopo l’accordo di maggio gli ostacoli all’unità parevano rimossi ma non è stato così. E’ lecito chiedersi, dunque: quali scenari si aprono ora per la Palestina? Alle condizioni attuali sono possibili due direzioni principali.

La scelta compiuta da Hamas di bloccare l’entrata in vigore dell’accordo di maggio è sintomatica della volontà di mantenere il potere a Gaza il più a lungo possibile avvalorando l’ipotesi che i vertici del partito ritengano impossibile una soluzione ispirata a un modello per così dire “federale”. Ciò significa che la strutturazione politico-amministrativa palestinese dovrebbe prevedere due distinte entità capaci anche di collaborare ma senza rapporti di dipendenza l’una dall’altra. L’ipotesi di una divisione protratta nel lungo periodo è una scelta coraggiosa, in quanto i suoi costi sono superiori ai benefici che ne deriverebbero.

Il mantenimento dello status quo, infatti, consentirebbe il consolidamento di Hamas come forza di governo avendo dall’altro lato la capacità di alimentare una politica ostile di Fatah. Se così fosse la Striscia di Gaza rimarrebbe isolata dai colloqui internazionali e un rilancio dei negoziati con Israele vedrebbe Gaza esclusa. Israele non riconosce Hamas come interlocutore affidabile rifiutandosi di intavolare trattative con l’organizzazione che esso ritiene essere di stampo terroristico.

Tale visione indebolisce Hamas sul piano internazionale, nonostante il supporto di Qatar e Turchia, rischiando di far ricadere su Gaza le conseguenze di decisioni prese da altri. Oltre ai costi politici vanno considerati anche i costi umani di uno scenario simile. Il blocco marittimo imposto da Israele su Gaza peggiora la condizione degli abitanti della Striscia. Le ragioni di sicurezza che stanno dietro il blocco marittimo di Israele non consentiranno una rapida riapertura del blocco fintantoché gli antagonisti di Hamas avranno il controllo della Striscia. Sul fronte Cisgiordano, invece, la perdurante spaccatura delegittimerebbe il lavoro diplomatico di Abbas alla ricerca di una via non violenta per soddisfare le aspirazioni del proprio popolo. In un quadro così complesso, infatti, la credibilità di una proposta di accordo con Israele verrebbe vanificata dal quasi certo rifiuto di Hamas.

La comunanza di obiettivi potrebbe, però, condurre allo scenario opposto: la ritrovata unità e il riconoscimento dell’ ANP come unico corpo governativo. I vari tentativi effettuati sin ora sono la prova che nell’interesse del popolo palestinese un accordo è possibile.

Il prezzo da pagare sarebbe altissimo nel breve periodo, soprattutto per Hamas, anche se ciò potrebbe rappresentare la svolta per la Palestina. Fatah dovrebbe sforzarsi di proporre un accordo che non preveda alcuna egemonia e che tenti di rispettare il risultato elettorale del 2006, conferendo a Hamas la possibilità di vedersi garantita una rappresentanza proporzionale al voto popolare espresso nel 2006 in seno all’Autorità Nazionale Palestinese. Uno sforzo non da poco, visto che significherebbe consegnare anche la Cisgiordania nelle mani di Ismail Haniye.

Attualmente l’accordo di maggio rappresenta una solida base da cui partire per cercare un compromesso su ciò che ancora divide i due movimenti (come la questione dei confini e i rapporti con Israele) poiché esso non è entrato in vigore. Sul tavolo andrà messo anche la possibilità di celebrare nuove elezioni consentendo la registrazione dei nuovi votanti a Gaza. Nuove elezioni dovrebbero consentire alla rinnovata classe dirigente palestinese di emergere e gettare le basi per una costruzione socio-politica in grado di poter essere accreditata a livello internazionale. Vale a dire che le sfide che attendono la Palestina nel prossimo sono epocali. Le forze al suo interno devono decidere se compiere passi decisivi per la creazione di un vero stato oppure continuare a lottare aspettando che Israele scompaia dalle cartine geografiche.

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