Medio Oriente: Obama e gli USA dal post-atlantismo al “pivot to Asia”

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L’8 settembre scorso, in un comizio elettorale tenuto nella città di Virginia Beach, il candidato repubblicano alla Casa Bianca, Mitt Romney, ha duramente criticato la politica estera dell’amministrazione Obama, affermando che qualora fosse stato al posto dell’attuale Presidente avrebbe avuto una posizione più dura nei confronti dell’Iran e della possibilità che Teheran si doti di un’arma nucleare. Nei giorni seguenti, la replica non si è fatta attendere: Obama ha infatti affermato che qualora il candidato repubblicano avesse intenzione di cominciare una nuova guerra nella regione mediorientale, allora dovrebbe solo farsi avanti e dichiararlo apertamente. La querelle tra i due contendenti alla Casa Bianca è proseguita nei giorni scorsi tra attacchi e accuse reciproche, che hanno dimostrato due differenti visioni del mondo esistenti in questo momento in America, difficilmente conciliabili in un periodo così intenso come quello della competizione elettorale per la più importante carica del Paese. Ma, soprattutto, tale polemica ha introdotto un tema nuovo all’interno della competizione, sul quale molti non avrebbero scommesso, ma che sembra iniziare a svolgere un ruolo cruciale per le sorti elettorali. Vale a dire quello della politica estera.

A differenza di quanto comunemente creduto, il ruolo e lo spazio che stanno avendo le tematiche riguardanti la posizione degli Stati Uniti nei confronti del mondo stanno iniziando a svelare punti di forza e di debolezza dei candidati che risulteranno forse decisivi in un’elezione che non sembra avere un vincitore certo, almeno per il momento. E, molto più importante, tale controversia sembra sovvertire una costante delle competizioni elettorali americane (e non solo) per la quale le elezioni si vincono principalmente su tematiche di politica interna. Il famoso motto “It’s the economy, stupid”, con il quale Bill Clinton ha costruito le sue fortune presidenziali, e che segna inesorabilmente le sorti elettorali dei candidati, risulta essere sempre importante. Ma, forse per l’impossibilità di un rapido recupero economico americano, in un mondo ormai globalizzato e strettamente interconnesso, e forse per convenienza, entrambe le parti stanno puntando con decisione verso i temi esteri, offrendo visioni e scenari per una nuova politica americana. In particolar modo per quella regione del mondo che a noi più interessa, vale a dire il Medio Oriente e il Nord Africa.

Le critiche di Romney e del suo staff hanno naturalmente interessato diverse parti del globo, ma si sono incentrate soprattutto sul Medio Oriente, con attacchi mirati sull’Iran, appunto, sulla Siria e sulla questione palestinese, arrivando ad accusare l’amministrazione Obama di non aver offerto adeguato sostegno a Israele e di aver perfino sottovalutato la Primavera araba che ha causato la caduta di regimi amici e in un certo senso collegati al sistema economico, politico e difensivo americano. Al di là della polemica elettorale, appare interessante esaminare attentamente i rapporti tra l’amministrazione Obama e il Medio Oriente, cercando, per quanto possibile e nei limiti delle esigenze di spazio, di offrire una prospettiva storica nella quale inquadrare la politica estera degli USA in questa regione del mondo e valutare in tal modo la fondatezza delle accuse di Romney.

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