Marocco – Tunisia - Egitto: la transizione amara di chi ha fatto le rivolte

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Liberali, progressisti, riformatori, modernisti, laici: queste sono solo alcune delle tante etichette attribuite ai movimenti che hanno innescato le rivolte nelle piazze arabe di Tunisi, Il Cairo, Rabat. In un mondo ormai post-ideologico, sorprende che la questione definitoria si riveli un’ineludibile priorità d’analisi. E invece essa diviene essenziale, paradossalmente, per provare a comprendere le cause che hanno portato questi movimenti e partiti a raccogliere così pochi voti nelle recenti consultazioni elettorali. E interrogarsi su quale ruolo gli animatori delle piazze nordafricane possano giocare ora, nella decisiva fase di ricostruzione socio-politica dei loro paesi, resa ancora più ardua ma necessaria da una crisi economico-occupazionale fortissima. In una scena pubblica “saturata” dagli islamisti, dai militari (nel caso egiziano), dalla monarchia (è l’esempio marocchino), l’effettiva trasformazione delle rivolte in rivoluzioni sistemiche -o in genuini processi di autoriforma- potrebbe dipendere soprattutto da una variabile. La capacità di coping –gestione attiva della crisi- ovvero dall’abilità di chi ha alimentato le sollevazioni di produrre e incanalare risorse politiche in un processo di transizione ancora in salita.

Dentro la sconfitta: decostruire e ricomporre

In Tunisia e in Egitto, il carattere popolare, fluido, dinamico e non-strutturato delle proteste è riuscito a far implodere sistemi politici indeboliti perché disfunzionali e corrotti; in Marocco, le manifestazioni hanno indotto il re Mohammed VI a pianificare d’urgenza un percorso di revisione costituzionale, nonché ad anticipare di un anno le elezioni legislative. Tuttavia, i suddetti punti di forza dei movimenti, così efficaci nella fase di scardinamento dell’esistente, si sono trasformati in punti di debolezza nel successivo periodo di competizione per la costruzione. Infatti, la mancanza di una forma-partito definita e il conseguente deficit di radicamento territoriale hanno indebolito la forza propulsiva di questi gruppi, impedendo loro di proporsi come forze di governo identificabili e solide, soprattutto se paragonati alle formazioni islamiste già abituate al gioco politico, nonostante operassero in condizioni di illegalità durante i regimi (come Ennahda in Tunisia e i Fratelli Musulmani in Egitto). In più i non-islamisti, bloccati da liti e particolarismi, non sono riusciti a dar vita a coalizioni compatte e rappresentative, disperdendosi in numerosissime liste dal bacino elettorale davvero ridotto. La frammentazione ha dunque prevalso sull’individuazione di una piattaforma d’azione comune, forse incoraggiata anche da leggi elettorali di tipo proporzionale. E dalla tendenza, rintracciabile in tutti i sistemi che tornano ad aprirsi dopo lunghe esperienze autoritarie, alla moltiplicazione degli attori partitici.

D’altra parte, occorre riflettere sul fatto che sono intercorsi solo pochi mesi fra l’inizio delle proteste e gli appuntamenti elettorali: ciò ha senza dubbio ostacolato il processo di organizzazione dei movimenti e di consolidamento dei partiti, nonché il fisiologico approfondimento delle dinamiche di negoziazione politica fra le parti. Inoltre, i finanziamenti per la campagna elettorale hanno contribuito a divaricare ancora di più il peso delle forze in campo a favore degli islamisti, a causa del probabile supporto economico ricevuto da soggetti esterni, soprattutto in Egitto (probabilmente da parte dell’Arabia Saudita e delle monarchie del Golfo). Forse, la chiave di volta del ragionamento va però cercata nel contenuto dei messaggi politici lanciati dalle parti durante la competizione elettorale. Ed è su questo terreno, che avrebbe dovuto vederli in netto vantaggio, che coloro che hanno innescato e condotto le rivolte non hanno saputo giocare le loro carte, lasciando slogan, temi programmatici e spazio mediatico ai più scaltri islamisti. I quali, paradossalmente, sono riusciti a farsi percepire come gli attori del cambiamento, ri-definendosi e ricalibrando la propria retorica sugli umori e le richieste popolari.

Mentre all’inizio delle proteste (è il caso dei Fratelli Musulmani e dei salafiti di al-Nour in Egitto) non esitarono a definire i manifestanti “anti-islamici”. Così in Marocco, gli islamisti del Parti de la Justice et du Développement (PJD) si propongono di mitigare il tratto autoritario della monarchia facendosi portatori del concetto di responsabilità democratica all’interno delle istituzioni: proprio una delle espressioni più scandite durante le manifestazioni organizzate nel Paese da attivisti di sinistra ed esponenti sindacali, non solo in questi mesi ma, con crescente vigore, già dal 2007. In Egitto, il braccio politico dell’organizzazione dei Fratelli Musulmani, Freedom and Justice Party (FJP) presenta un programma elettorale incentrato su contenuti molto simili a quelli delle forze considerate più riformiste: sui temi economici, l’attenzione alla giustizia sociale, da garantire mediante l’intervento statale, è addirittura più marcata nelle proposte di questi ultimi, piuttosto che nell’idea di “liberalismo competitivo” sostenuta dagli islamisti. È il “gioco delle parti” fra chi, come i movimenti ritenuti più progressisti, tenta di disegnare un progetto maturo di società perché inclusivo e chi, come i Fratelli, cerca di mostrare un volto moderno pur nella tradizione, rassicurante e al tempo stesso attrattivo per gli investitori occidentali. In questo senso vanno lette pure le ricorrenti lodi nei confronti dell’AKP di Erdogan, erto a fonte d’ispirazione soprattutto dopo il viaggio del premier turco a Tunisi e Il Cairo, nel settembre scorso. Senza però sottovalutare i distinguo in merito alla questione della laicità dello stato, profondamente kemalista e dunque inscritta nella storia politica di Ankara.

Al di là delle tattiche elettorali, il principale handicap dei gruppi che per primi si sono ribellati allo status quo va forse ricercato nella storia culturale dei rispettivi Paesi e risiede nella loro natura elitaria. Infatti questi movimenti, da sempre affascinati dal confronto con il pensiero liberale occidentale e impegnati a rielaborarlo in chiave islamica, sono espressione della parte più aperta e colta della società, quella numericamente più esigua. Potremmo dunque essere di fronte al rinnovarsi dell’antica borghesia elitaria: essa si riaffaccia nel discorso pubblico arabo-musulmano ogni volta che i sistemi politici si dibattono fra opportunità di riforma e tendenze all’irrigidimento. Citare le esperienze dei nazionalisti del Destur in Tunisia (anni Venti) e il periodo del Wafd liberale (dal 1922 a 1952) in Egitto può essere utile per comprendere l’orizzonte storico e insieme il ricorrere temporale dei medesimi problemi di percezione politica dei gruppi elitari; ma l’analogia non deve esaurire lo spazio dell’analisi né distogliere dalle possibili novità della contemporaneità. È vero che molti dei giovani manifestanti delle piazze arabe proviene proprio da famiglie più benestanti della media (come il Movimento egiziano 6 aprile), con un livello d’istruzione maggiormente elevato rispetto al resto dei cittadini. Ma non può sfuggire che le formazioni dell’Islam politico hanno negli anni attirato a sé l’attenzione e il consenso di segmenti di classe media e mondo delle professioni, capitalizzando in percentuali di voto le ricadute sociali dell’odierna crisi economica. Il rischio, già tramutatosi in realtà, è che i messaggi politici più innovativi e meno radicati, come quelli improntati a una riforma liberale dello Stato, risultino ostici e persino preoccupanti per una larga parte di cittadini, anche perché propagandati con un linguaggio troppo complicato e oscuro. E contribuiscano invece ad alimentare i consensi degli islamisti, portatori di  una visione tradizionale e comprensibile della società perché incentrata sull’Islam, “din wa dawla”, ovvero religione e Stato, quindi di per sé garante di giustizia sociale.

A questo proposito, l’esempio del Polo democratico modernista in Tunisia (e del partito Ettajdid al suo interno) pare sintomatico. La coalizione del Pôle Démocratique moderniste (PDM) ha conquistato solo 5 seggi alle recenti elezioni per l’Assemblea costituente tunisina (rispetto ai 90 del primo partito Ennahda): il rassemblement della sinistra laica, nove formazioni organizzate intorno all’Ettajdid, plasmatosi alla scuola francese e più incline all’uso di quest’ultimo invece che all’arabo, paga una campagna elettorale fondata proprio sul tema della laicità dello stato. Dall’altro lato, il concetto di giustizia sociale, architrave dei programmi degli islamisti, è in grado di intercettare un alto e diffuso consenso popolare, in particolare in una fase di esplosione delle diseguaglianze sociali come questa. In più, i partiti islamisti dispongono di una rete fitta e capillare di organizzazioni caritatevoli, sul modello dei Fratelli musulmani, capace di supplire in molte aree all’assenza del welfare statale: così, la quotidiana assistenza locale produce affiliazione partitica, radicando l’Islam politico sia da un punto di vista territoriale che culturale. Ciò spiega la fatica dei movimenti più liberali e laici di raccogliere voti al di fuori dei centri urbani, specie nelle campagne più isolate, meno raggiunte dagli echi mediatici delle rivolte. E questa “componente assistenziale” della strategia riduce lo spazio della competizione, costringendo gli altri gruppi a un continuo “gioco di rimessa”.

Dopo la sconfitta: la costruzione dell’identità politica

C’è chi, come Olivier Roy, ha definito le rivolte nordafricane “post-islamiste”: alle manifestazioni, prive di connotazione religiosa, hanno invece fatto seguito vittorie elettorali nette dei partiti islamisti, che tuttavia non possono governare da soli perché privi della maggioranza assoluta dei seggi parlamentari. Alcune componenti d’ispirazione liberale e laica, non a caso già presenti da tempo sulla scena pubblica nazionale, partecipano così a governi di coalizione. In Tunisia, l’esecutivo chiamato a traghettare il paese fino all’approvazione della nuova Costituzione è guidato da Ennahda (che ha ottenuto il 41% dei voti) insieme a due partiti del centro-sinistra liberale, Congrès pour la République (CPR 14%) e Ettakatol (FDLL 10%). In Marocco, il PJD (107 seggi) governa con i nazionalisti dell’Istiqlal (60 seggi) e due formazioni minori, i berberi del Movimento popolare (32 seggi) e il Partito del progresso e del socialismo (18 seggi). Gli equilibri politici egiziani sono ancora in divenire: Giustizia e Libertà, il partito dei Fratelli musulmani che ha vinto le elezioni con il 47% dei suffragi, sembra orientarsi verso un’alleanza con i liberali storici di al-Wafd (8% dei voti), rinunciando a un accordo con al-Nour, il partito salafita arrivato secondo con il 24% dei consensi. D’altronde, il fronte islamista egiziano presenta al suo interno divergenze non trascurabili: il pragmatismo astuto degli Ikhwan (i Fratelli) si scontra con la rigidità ideologica dei salafiti, protesi a un’azione di riforma morale, prima che politica, della società, ponendo così in contrasto le due formazioni proprio sul piano degli obiettivi strategici. La situazione resta però molto incerta, anche perché il ruolo del potente Consiglio Supremo delle Forze Armate si fa di ora in ora più ingombrante.

Nella costruzione dell’identità politica, i movimenti che hanno dato vita alle rivolte di Tunisia, Egitto, Marocco non sono stati finora capaci di darsi un profilo culturale e politico definito nonché riconoscibile, ma si sono soprattutto presentati come forze di opposizione (all’autoritarismo esistente) e forze in opposizione (agli islamisti e al loro progetto di società). Mentre in maniera speculare, le formazioni che afferiscono all’Islam politico sono chiamate ad affrontare il problema di un’immagine di sé stereotipata e carica di pregiudizio, proprio in virtù delle loro radici ideologiche, in primo luogo agli occhi della comunità internazionale. Pertanto, il compito primo e necessario dei gruppi politici che hanno accelerato la “decomposizione” degli equilibri interni ai loro Paesi è affrontare con determinazione la questione identitaria. Un processo interno essenziale perché mirato a individuare la propria essenza, magari trascendendo dall’uso aprioristico di etichette occidentali, con l’obiettivo di rendere efficace la comunicazione politica anche in termini elettorali e quindi l’incisività della stessa azione pubblica. Costruendosi una definizione “in positivo”, che non sia più elaborata “per negazione e per sottrazione” delle altre. A riguardo, lo scrittore Faraj Fuda (1945-1992), una delle voci più originali del liberalismo egiziano, osservava che “[…] pazienza e tempo sono richiesti non solo nella competizione contro gli islamisti, ma anche per raggiungere una piena democrazia”.

Conclusioni

Da un punto di vista comparato e nel medio periodo, il ruolo dei non-islamisti nella transizione politica appare potenzialmente più incisivo in Tunisia, poiché essa è chiamata a riformare la Costituzione ora, a consultazioni già avvenute e dunque con la partecipazione certa di alcune, seppur poche, componenti liberali. A un primo sguardo, l’Egitto dovrebbe essere destinato allo stesso percorso. Invece, oltre all’incognita dei militari, nel marzo 2011 sono stati approvati via referendaria dei “principi sopracostituzionali”, tra i quali ve n’è uno che disciplina i criteri di composizione dell’Assemblea costituente: il Parlamento può dunque nominare solo venti dei cento membri dell’organismo, poiché i restanti ottanta vengono scelti dal Consiglio Supremo delle Forze Armate tra i rappresentanti della società civile egiziana. In Marocco, il processo di riforma interna è stato gestito con prontezza, ma somiglia  troppo a una concessione del makhzen –il cuore del potere della Corte- al popolo. Il Re ha delegato la stesura degli emendamenti -approvati poi tramite referendum nel giugno 2011- alla Commissione consultiva per la revisione della Costituzione, presieduta da un suo consigliere. Quindi, non vi è stato né coinvolgimento delle opposizioni e dei gruppi che hanno organizzato le rivolte, né il nuovo Parlamento (eletto solo nel novembre successivo) ha potuto esprimere la commissione.

Fino a questo momento, gli islamisti hanno dimostrato una capacità camaleontica di riposizionarsi sulla scena pubblica, dando luogo a una vera operazione di rebranding politico, anche se non vanno trascurate le differenze ideologiche all’interno del fronte, tutt’altro che granitico, dell’Islam politico. All’opposto, i gruppi animatori delle rivolte hanno difettato di pragmatismo, in certi casi fino a boicottare l’appuntamento elettorale -come la Coalizione marocchina del 20 febbraio- rimanendo quindi intrappolati nella difesa intransigente di principi e metodi dell’azione politica. La prova del governo e quella dell’opposizione potrebbe perciò aiutare la maturazione di entrambe le parti; mettendo gli islamisti a confronto con l’esercizio quotidiano del potere e le scelte che ne derivano 
 -per ora abbottonatissimi nelle dichiarazioni sul tema “caldo” della politica estera e dei rapporti con Israele- e convincendo i gruppi nati con le rivolte che “sporcarsi le mani” dentro le istituzioni è l’unico modo per tentare di modellare il sistema politico del futuro, agendo mediante nuove e migliori pratiche pubbliche.

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