Mali: l’Unione Africana autorizza l’invio di truppe tra negoziati e scontri

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La crisi maliana, a distanza di otto mesi dall’acquisizione del pieno controllo delle regioni di Timbuktu, Gao e Kidal da parte di una coalizione di ribelli, potrebbe essere ad una svolta. Per sottrarre i territori del nord del paese ai ribelli e ristabilire l’ordine in Mali molti degli attori coinvolti nel processo negoziale si dicono convinti della necessità di operare su un duplice binario, da un lato la minaccia dell’uso della forza, dall’altro l’apertura al dialogo e alle trattative.

La crisi maliana, a distanza di otto mesi dall’acquisizione del pieno controllo delle regioni di Timbuktu, Gao e Kidal da parte di una coalizione di ribelli, potrebbe essere ad una svolta. L’African Union Peace and Security Council ha adottato una decisione con cui autorizza il dispiegamento di un contingente militare di 3.300 uomini. La svolta è arrivata pochi giorni dopo che uno dei gruppi armati che hanno combattuto contro le truppe di Bamako, Ansar Dine, ha dichiarato di voler instaurare un dialogo col governo e le organizzazioni regionali per trovare una via d’uscita dalla crisi.  Ramtane Lamamra, il Peace and Security Commissioner dell’Unione Africana(UA), ha dichiarato che l’intervento militare rientra in un piano concertato a livello regionale per ristabilire l’autorità dello stato maliano nei territori occupati dai ribelli all’inizio di quest’anno e smantellare le reti terroristiche che operano da tempo in queste aree.

Intanto, la diplomazia è al lavoro. Per sottrarre i territori del nord del paese ai ribelli e ristabilire l’ordine in Mali  molti degli attori coinvolti nel processo negoziale si dicono convinti della necessità di operare su un duplice binario, da un lato la minaccia dell’uso della forza, dall’altro l’apertura al dialogo e alle trattative.  Lo stesso Romano Prodi, inviato speciale delle Nazioni Unite nel Sahel, ha assicurato che saranno compiuti tutti gli sforzi per scongiurare il rischio di una nuova guerra.

Cresce il consenso intorno all’opzione militare

L’invio di truppe era già stato approvato dall’ Economic Community of the West African States (ECOWAS). Il presidente di turno dell’ECOWAS, il capo di stato ivoriano Alassane Ouattara, ha affermato che il contingente iniziale di 3.300 uomini provenienti dai paesi membri della stessa organizzazione regionale potrebbe ben presto essere integrato grazie ai contributi di diversi paesi nel continente africano e che, inoltre, si prevede il potenziamento delle forze armate maliane mediante l’addestramento di 5.000 unità.

L’Algeria, che condivide col Mali una lunga linea di confine e, soprattutto, una vecchia tradizione in fatto di lotta all’estremismo islamico, è vista come uno degli attori chiave per garantire la riuscita del piano dell’Unione Africana. Nonostante la sua dotazione  e le grandi capacità acquisite in questo settore, Algeri si è mostrata riluttante al coinvolgimento diretto in quello che potrebbe significare un impegno militare di  lunga durata e dagli esiti incerti, oltre al rischio di infiltrazioni di terroristi e rappresaglie nel proprio territorio.  

Uno dei tre gruppi armati che controllano le regioni del nord del paese, Ansar Dine (il cui nome significa “difensori della fede”), ha dichiarato la propria disponibilità a condurre trattative col governo transitorio di Bamako per assicurare la cessazione delle ostilità e la libera circolazione di operatori umanitari nei territori da loro controllati. L’annuncio è stato fatto nel corso di uno dei meeting svoltisi nella capitale del Burkina Faso, Ouagadougou, in presenza del presidente di questo paese, Blaise Comparoe, in qualità di mediatore per conto dell’ECOWAS.  Il gruppo islamico, inoltre, ha affermato di rifiutare qualsiasi legame col terrorismo di matrice islamica.

Queste atteggiamento non ha mancato di produrre effetti incoraggianti sul piano della disponibilità a reciproche concessioni. Il governo transitorio maliano, che nei mesi precedenti era stato il primo ad invocare insieme alla Francia l’intervento militare, si è dimostrato disponibile a ricercare una soluzione che accolga le rivendicazioni legittime degli insorti. Il primo ministro Cheick Mobido Diarra in occasione del vertice di Ouagadougou del 18 novembre, infatti, ha definito “inevitabile” il dialogo con Ansar Dine e con l’MNLA, ma ha ribadito la linea di fermezza di Bamako contro i membri delle organizzazioni terroristiche e quelli dediti al narcotraffico. Ansar Dine, per contro, ha già fatto importanti concessioni che testimoniano la volontà di cooperare col governo. Il gruppo armato ha già garantito che rinuncerà all’applicazione della Sharia nei territori occupati con la sola eccezione di Kidal.

I protagonisti della ribellione e gli attori internazionali  

Ansar Dine, insieme ai ribelli tuareg del Movement National pour la Liberation de l’Azawad (MNLA) ed il Movement for Unity and Jihad in West Africa (MUJAO), hanno guidato la rivolta contro il governo maliano compiendo numerosi attacchi già a gennaio 2012 in diverse città del nord del Mali, senza che l’esercito maliano fosse in grado di contrastarne l’avanzata. Alla fine di marzo, complice il caos politico venutosi a creare a seguito del colpo di stato militare che ha deposto il presidente Amadou Toure, le milizie di questa coalizione hanno sferrato gli attacchi decisivi e costretto le truppe governative a ritirarsi dalle regioni di Timbuktu, Gao e Kidal. L’MNLA, il 6 aprile, ha addirittura proclamato unilateralmente l’indipendenza dell’Azawad dal Mali.

Non appena assicurata la vittoria militare, però, la stabilità dell’alleanza  comincia  a vacillare. Nonostante le dichiarazioni trionfanti dei portavoce dell’MNLA, il controllo delle aree conquistate è passato ben presto alle milizie di Ansar Dine. I combattenti agli ordini di Ag Ghali, leader di quest’ultimo gruppo,  grazie ai collegamenti con l’AQIM e alle dotazioni di armi e mezzi finanziari, si sono  insediati stabilmente nei territori occupati imponendo la Sharia e obbligando le donne a indossare il velo e gonne lunghe.
La sinergia tra Ansar Dine e MNLA ha permesso il raggiungimento di importanti obiettivi sul piano militare, ma su quello politico e diplomatico a livello regionale il risultato non è così scontato. Il fatto stesso che Ansar Dine sia strettamente collegata alla rete terroristica di Al-Qaeda espone la futura “repubblica” al rischio che, come si è visto in Somalia, la comunità internazionale promuova azioni di contrasto o addirittura l’intervento di contingenti militari sotto l’egida delle Nazioni Unite mediante l’intervento dell’Unione Africana (UA).

Nel caso in cui i tuareg  riuscissero a costituire uno stato indipendente, tale stato sarebbe isolato politicamente e circondato da nemici. L’MNLA sapeva bene che l’eventualità dell’invio di una forza di pace dell’ECOWAS-UA fosse tutt’altro che remota e che, anzi, negli ultimi mesi, viste anche le forti pressioni della Francia, andava sempre più concretizzandosi. In questo caso le milizie tuareg, benché addestrare e armate, non avrebbero avuto alcuna possibilità di resistere all’avanzata di truppe straniere senza l’apporto militare e finanziario di Ansar Dine. Pur non condividendo la causa dei tuareg, cioè la costituzione di uno stato indipendente da Bamako,  Ag Ghali rappresenta l’interlocutore privilegiato con la rete dell’AQIM e, quindi,  una figura indispensabile per la mobilitazione dei  combattenti  e la difesa dell’Azawad in caso di conflitto armato.

Mentre le tensioni si aggravavano in Mali, la comunità internazionale si interrogava sull’opportunità di adottare le misure necessarie a ristabilire l’ordine nel paese. Ultimamente questa possibilità è stata al centro del dibattito non solo per la questione dei territori del nord occupati, ma anche per i ripetuti sequestri di persona avvenuti in diverse aree sottratte al controllo delle forze governative. I ribelli, infatti, ricorrono con frequenza ai rapimenti come mezzo di finanziamento per le loro attività e, soprattutto, come strumento di pressione sui governi esteri. Il MUJAO, infatti, ha annunciato l’assassinio di uno dei sette diplomatici algerini catturati durante gli scontri di Gao nei mesi scorsi.  L’esecuzione è stata motivata col rifiuto delle autorità algerine di negoziare il rilascio di detenuti.

Nelle ultime settimane di ottobre 2012 si è assistito all’innalzamento della tensione  a causa delle dichiarazioni del presidente francese Fronçois Hollande circa il possibile intervento militare in Mali di un contingente internazionale. Già il presidente maliano ad interim, Diouncounda Traore, aveva lanciato un appello alla comunità internazionale per la creazione di una forza di pace nel paese. A seguito della proposta della Francia, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU si è attivato e ha adottato una risoluzione con cui ha stabilito una scadenza di 45 giorni, cioè fino al 26 novembre, per l’elaborazione di un piano d’azione  relativo all’eventuale intervento di un  contingente dell’Unione Africana di 3.000 uomini.

Intanto, nei territori occupati del nord quella che fino a pochi mesi fa era un’alleanza contro Bamako si è trasformata in scontro armato. L’MNLA, dopo essere stata soppiantata a giugno dal MUJAO nell’area di Gao, è passata al contrattacco per recuperare il controllo di questo territorio e ha iniziato a metà novembre  un’offensiva contro questo gruppo. Altri scontri si sono registrati nell’area di Ansango. In questo difficile scenario si moltiplicano gli sforzi per risolvere la crisi per vie diplomatiche. In Burkina Faso in occasione del meeting con i rappresentanti di Ansar Dine, il mediatore, il presidente Compaoré, ha auspicato il coinvolgimento di tutti i gruppi armati nel processo negoziale allo scopo di costituire una delegazione che possa entrare in diretto contatto con il governo transitorio del Mali e portare avanti le trattative per la soluzione dalla crisi.

La situazione economica del paese si è ulteriormente aggravata dall’inizio dell’anno. Oltre al conflitto, che ha provocato lo sfollamento di circa 300.000 persone, anche cause naturali hanno influito negativamente sui raccolti e la sicurezza alimentare. Ad Ouagadougou si discute sul come ripristinare le condizioni minime di vivibilità, la ripresa delle attività economiche e sociali e soprattutto il rimpatrio dei delle persone rifugiatesi in diversi paesi vicini, tra cui Algeria, Burkina Faso, Niger e Mauritania.

Conclusioni

Bamako ha sperimentato in quest’anno la peggiore situazione di instabilità dalla sua indipendenza. In meno di tre mesi il governo del paese si è visto sottrarre tre importanti regioni del nord ad opera dei ribelli tuareg per poi essere travolto da un colpo di stato militare. L’MNLA, invece, sembrava essere giunto allo storico traguardo della creazione di uno stato indipendente dal Mali, ma ora la strada è tutta in salita.

La decisione dell’UA di inviare le truppe nel paese per ripristinare l’ordine e, soprattutto, il venir meno dell’appoggio di Ansar Dine costringerà con molta probabilità i tuareg a ridimensionare drasticamente le proprie rivendicazioni.  

Resta da verificare con quale atteggiamento l’UA opererà in questo scenario cosi complicato e se deciderà di limitarsi alla sola liberazione delle regioni occupate oppure, se i mezzi lo permetteranno, di insediarsi per un periodo più lungo per monitorare ulteriori cambiamenti.

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