Libano: un Paese di fronte alle sue contraddizioni

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Nonostante la primavera araba abbia investito gran parte dei Paesi dell'area mediorientale, ci sono alcuni stati che hanno seguito un percorso diverso a causa delle peculiari caratteristiche interne. Uno di questi Paesi è sicuramente il Libano. Il rapporto onnipresente e vincolante con la Siria, la pericolosa vicinanza ad Israele e la gestione del caso Hariri hanno, infatti, inciso sulle dinamiche interne più di quanto possano aver fatto gli echi delle rivolte negli altri Paesi dell'area. La situazione del Paese dei cedri è diventata, infatti, particolarmente critica a seguito della fine del governo di Saad Hariri. Spinte centrifughe, mancata capacità di stabilizzazione dell'economia del Paese ed effetti delle dichiarazioni del Tribunale Speciale hanno fatto si che il figlio del defunto Rafiq Hariri non sia riuscito a tenere sotto controllo la variegata ed eterogenea composizione interna. Ciò ha portato, in ultima battuta, alla formazione di un nuovo governo dove la componente sciita legata ad Hezbollah ricopre un ruolo preponderante.

Un Paese sui generis

La difficile situazione interna libanese avrebbe potuto far pensare che il Paese potesse essere interessato dai venti di rivolta che hanno spazzato Maghreb e Medio Oriente, ma a uno sguardo più attento, la situazione libanese si presenta in tutta la sua eccezionalità. Se non ci si limita ad un'interpretazione dei semplici fatti contingenti, ma se si parte dall'analisi tornando al febbraio di sei anni fa, quando con un terribile attentato persero la vita l'ex premier Rafiq Hariri e altre 22 persone, si capisce che l'instabilità interna attuale ha più a che fare con le peculiarità strutturali del Paese che con una rivolta generalizzata dell'area.

Considerato uno dei Paesi determinanti per il futuro assetto della regione in quanto luogo di incontro/scontro tra culture e religioni oltre che mercato finanziario di primo piano (definito “il paradiso fiscale dell’area Mena”, Medio Oriente-Nord Africa, da JP Morgan e a lungo chiamato la “Svizzera del Medio Oriente”), il Libano è stato al centro dell'attenzione di molti analisti durante questi lunghi mesi di rivolte.

A detta di molti il precedente maghrebino e le sollevazioni nella vicina Siria ponevano, infatti, le premesse perché anche a Beirut ci fossero le basi per un cambiamento tanto radicale quanto repentino dello status quo. Posto che un'eventuale sollevazione popolare in Libano porterebbe con maggiore probabilità ad una nuova guerra civile come quella consumatasi tra la metà degli anni '70 e gli inizi degli anni '90, che non a un mutamento in senso liberal-democratico del governo, questo non è avvenuto.

Mentre sei anni fa le condizioni per lo scoppio del conflitto civile interno esistevano e solo la mancanza di risposte certe in merito ai mandanti di quegli assassinii e le mediazioni interne ed internazionali hanno impedito che questo avvenisse, e nonostante, ad oggi, siano proprio gli strascichi di questa questione ad incidere con più forza sulla stabilità interna del Paese, lo scontro è rimasto nell'ambito del confronto democratico tra istanze contrapposte.

Il Tribunale Speciale per il Libano

La questione della legittimità del Tribunale Speciale per il Libano (TSL), istituito dalle Nazioni Unite per far luce sull’assassinio dell’ex premier Hariri e sui crimini politici che hanno insanguinato il Paese dei cedri nei due anni successivi, ha, però, ricoperto un ruolo di primo piano nella stabilità del governo di Beirut. Secondo l'atto di accusa del pubblico ministero Bellemare quattro esponenti di Hezbollah sarebbero colpevoli della morte dell'ex premier. I quattro sono accusati di cospirazione mirata a compiere un attentato terroristico e omicidio premeditato tramite l'uso di esplosivi. Stando all'accusa, uno avrebbe avuto il ruolo di mantenere i contatti con i mandanti, uno avrebbe coordinato la squadra di agenti che seguivano da vicino i movimenti dell'ex premier mentre altri due avrebbero avuto il compito di sviare le indagini con false rivendicazione a nome di un sedicente gruppo per la "Vittoria e il Jihad nella Grande Siria".

Per capire la rilevanza della ricerca dei colpevoli dell'assassinio di Hariri per la stabilità interna, basti pensare al fatto che su questa questione è caduto il governo del figlio Saad, reo di non aver preso le distanze dalle conclusioni del TSL in merito ai possibili assassini dell'ex premier, su questa è nato un nuovo governo di unità nazionale guidato dal moderato sunnita Najib Azmi Miqati e sostenuto dal partito sciita Hezbollah (secondo molti analisti in violazione con gli accordi di Doha benché, in realtà, si possa parlare di governo di consenso dato che tutte le diciotto confessioni religiose sono rappresentate come previsto dalla Costituzione) e sempre su questa questione si è concretizzata, non più tardi di due settimane fa, una crisi del governo Miqati, colpevole di non voler rifiutare il finanziamento pubblico del TSL.

Se il supposto “tradimento” di Saad Hariri si è concretizzato nel rifiuto, dopo essersi espresso in senso contrario durante un incontro con il leader sciita Sayyed Hassan Nasrallah, di prendere le distanze dall'atto di accusa contro i membri di Hezbollah, la scelta del nuovo premier Miqati è foriera di problemi ben maggiori.

Nonostante l'opposizione di Hezbollah, perno centrale del suo governo, il premier è, infatti, determinato a sostenere il finanziamento pubblico del TSL e ha dichiarato di non avere alcuna intenzione di rassegnare le proprie dimissioni. Hezbollah ha, però, un peso politico in seno al governo tale da bloccare qualsiasi decisione in questo senso.

Il potere della compagine islamica è tale da permettere al vice segretario generale di Hezbollah, lo sceicco Naim Qassem, di affermare in una intervista alla tv “Al Manar” che il gabinetto dovrà andare avanti con un solo voto se non si troverà l'accordo sul finanziamento e che il voto sarà determinante per il futuro del governo. Affermando che la scelta avrà una diretta ricaduta sul rispetto dell'indipendenza del sistema governativo libanese e sulla sua credibilità politica rispetto all'occidente, si vuole velatamente preannunciare una probabile crisi di governo nel caso in cui le indicazioni del movimento sciita non dovessero avere seguito. Per quanto il premier Miqati sembri intenzionato a mantenere le sue promesse, la questione del finanziamento del TSL potrebbe, dunque, diventare una pericolo concreto per la stabilità dell’intero esecutivo.

Il leader di Hezbollah ha, inoltre, messo in dubbio l'imparzialità del tribunale. Nasrallah ha osservato che il procuratore che ha condotto l'inchiesta, nonostante avesse a disposizione delle prove fornite da Hezbollah sul probabile coinvolgimento di Israele nell'attentato terroristico del 2005, ha deliberatamente ignorato il materiale, puntando il dito prima contro la Siria e in seconda battuta contro il movimento islamico. E' interessante notare, a questo proposito, che la legittimità del tribunale non viene, però, esplicitamente contestata per la parzialità delle accuse contro membri di Hezbollah, ma l'accento viene posto sull'espropriazione della sovranità nazionale da parte di un organismo giudiziario indipendente. A tal proposito, Nasrallah, ha accusato fin da subito il TSL di ingerenza in senso anti-sciita nella politica libanese al fine di minare la tenuta di governi filo-siriani. Il problematico rapporto tra Siria e Libano in generale e tra Siria ed Hezbollah in particolare, è, infatti, una costante nella storia del Paese dei cedri.

Il fattore Siria

Spesso l'analisi delle dinamiche d'area tende ad accomunare il destino di Siria e Libano. Per quanto si possa considerare riduttivo quando non errato, questo approccio è sintomatico dell'interdipendenza tra Damasco e Beirut. Proprio a causa di questo non è possibile fare un'analisi esauriente degli ultimi sei anni di storia libanese senza prendere in considerazione i legami intercorsi con il vicino siriano nel periodo in questione. Per quanto il Libano sia stato oggetto dell'attenzione di molti Paesi, il ruolo della Siria risulta nettamente predominante. Se l’Arabia Saudita ha investito miliardi nel Libano, sostenendo fin dall'inizio degli anni Novanta la ricostruzione e finanziando la famiglia Hariri (sia padre che figlio si sono formati a Riyadh) e l'Iran ha visto in Hezbollah il proprio ponte con il mondo esterno, il rapporto Siria-Libano ha una natura quasi filiale. Damasco ha, infatti, sempre avuto suoi uomini nelle istituzioni libanesi fino al ritiro del contingente militare nel 2005.

A tal proposito, con la risoluzione ONU numero 1559 del 2 settembre 2004, la comunità internazionale già aveva richiesto alle autorità siriane di ritirare il contingente militare di stanza nel Paese dei cedri dai tempi della guerra civile, ma solo dopo l'attentato ad Hariri fu possibile dare seguito alla risoluzione. Dopo mesi di pressioni internazionali solamente con l'uccisione dell'ex Primo Minostro e le conseguenti manifestazioni di piazza di movimenti che chiedevano la dipartita dei siriani, lo status quo venne, infatti, modificato. Benchè la situazione fosse più volte sul punto di scoppiare, la guerra civile venne scongiurata e un nuovo corso ebbe inizio con la formazione di un governo di concordia nazionale guidato da Fouad Siniora.

I momenti di tensione tra Siria e Libano non finirono, però, con la nascita del nuovo governo. Fortissimi erano i sospetti di una longa manu siriana nell'attentato contro Hariri, ma per quanto il TSL cercasse di dimostrare il ruolo dei servizi di intelligence siriani nell’attentato, incriminando alcuni ex ufficiali di collegamento tra Beirut e Damasco, l'accusa cadde al momento in cui divenne evidente l'inattendibilità delle testimonianze. Oltre alle proteste ufficiali, successivamente all'assoluzione uno dei quattro ufficiali pro-siriani incriminati decise di intentare una causa contro il TSL e il governo siriano scelse di spiccare 33 mandati d'arresto per falsa testimonianza e corruzione nei confronti di quanti avevano avuto un ruolo rilevante nell'inchiesta, riaccendendo vecchie e nuove tensioni.

Il successivo ridirezionamento delle accuse non cancellò, però, l'interesse siriano per la questione. Non avere più un diretto controllo sulle politiche interne libanesi pur mantenendo un ufficioso legame con Hezbollah ha, infatti, permesso alla Siria di monitorare comunque la situazione del Paese dei cedri. Per quanto questo sia stato vero negli anni passati, ad oggi l'interdipendenza tra i due Paesi è tornata a farsi sentire con forza ancora maggiore.

I sommovimenti della primavera araba hanno, infatti, ricordato al Libano in generale e ad Hezbollah in particolare che un mutamento repentino della leadership in Siria significherebbe un cambiamento di prospettiva anche a livello di politica interna libanese. In un momento in cui Hezbollah è tanto preoccupato dagli sviluppi delle rivolte a Damasco, da trasferire in Libano armi e munizioni precedentemente nascoste sul lato siriano del confine per essere sicura di poterne disporre nel caso Israele dovesse attaccare, il suo stesso interesse di sicurezza lo spinge ad aprire un dialogo con i suoi rivali nazionali e a ricostruire i rapporti con essi. Forse anche per questo il 6 luglio scorso il governo libanese guidato da Miqati ha avuto la fiducia del Parlamento dopo cinque mesi di difficili consultazioni.

Gli alleati regionali del partito islamico si stanno, infatti, indebolendo per effetto dei venti di rivolta e della guerra in Libia, e molti analisti teorizzano che Israele potrebbe cogliere l’opportunità per attaccare il Libano ed indebolire la Siria. Forse per questo Nasrallah ha espresso parole di disapprovazione per le sollevazioni di popolo nella vicina Siria pur avendo, ad inizio anno, salutato con gioia la cacciata di Ben Ali in Tunisia e di Mubarak in Egitto. L’attuale movimento di protesta potrebbe, infatti, servire da pretesto per un intervento militare statunitense ed israeliano contro il governo di Bashar al-Assad. Secondo altri osservatori, una guerra simile a quella combattuta nell'estate 2006 potrebbe, invece, distrarre l'opinione pubblica internazionale dalla repressione in corso in Siria costringendo i manifestanti siriani a scegliere se continuare a protestare, favorendo i “nemici sionisti”, o abbandonare la mobilitazione, schierandosi a fianco del governo. Ad oggi non è dato, però, sapere se ci sarà un nuovo conflitto bellico nel sud del Libano e a chi questo potrebbe giovare.

Le ricadute economiche

Benché la stabilità della situazione economica del Paese fosse condizionata dalle problematiche interne e di area, a seguito delle dimissioni del governo di unità nazionale e al conseguente vuoto di potere, questa ha subito un drastico peggioramento. Ad oggi, l'economia libanese e il nuovo governo guidato da Najib Azmi Miqati devono riuscire a risollevare un'economia ferita dal tragico connubio tra instabilità interna ed effetti della primavera araba nella vicina Siria. Se secondo le stime della Banca mondiale la crescita dell’economia libanese per l'anno in corso avrebbe dovuto assestarsi al 4%, (stima già rivista rispetto al 7% previsto all’inizio del 2011) The Economist Intelligence Unit stima che essa sarà, in realtà, soltanto l'1,3%, proprio a causa dell'incertezza politica.

Secondo JP Morgan, inoltre, i piani del governo per il 2012 rischiano di deprimere la crescita in contro-tendenza rispetto ad una prevista ripresa a livello internazionale. L’esecutivo prevede, infatti, di portare la Tva, l’equivalente dell’Iva, dal 10% al 12%, di incrementare la tassazione sui depositi bancari dal 5% all’8% e di aumentare le imposte sugli immobili. Il nuovo governo deve, inoltre, affrontare il problema della sperequazione all'interno del Paese. Beirut è la decima città più cara al mondo e le differenze interne sono tali da obbligare il governo Miqati ad occuparsi della crisi sociale e economica che affligge le classi più basse della società libanese per poter immaginare una più florida situazione futura.

Conclusioni

Il Libano, oggi, è un Paese che si trova di fronte a contraddizioni vecchie e nuove da affrontare per uscire da una situazione tanto delicata quanto foriera di cambiamenti. La gestione dei rapporti con la Siria e con gli altri Paesi dell'area su base paritaria per impedire che le relazioni internazionali diventino ingerenze internazionali, il controllo della situazione interna per evitare che crisi di governo si trasformino nei prodromi di una nuova guerra civile e una stabilizzazione economica che consenta una più equa distribuzione della ricchezza devono essere le basi di un nuovo corso per il Paese dei cedri.

Per le sue caratteristiche peculiari, il Libano è, però, più di altri, condizionato da eventi indipendenti dalla sua volontà e la buona riuscita di un qualsivoglia programma di cambiamento è strettamente dipendente da quello che avverrà nei prossimi mesi nell'area e dalle decisione che prenderà il Tribunale Speciale in merito al caso Hariri. La stabilità di questo piccolo Paese sulle rive del Mediterraneo è, dunque, ancora lontana e verrà raggiunta solo se le contraddizioni ancora irrisolte troveranno una soluzione reale e condivisa.

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