Kuwait: il miraggio della governabilità

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Per la sesta volta in sei anni, l’Emiro del Kuwait ha sciolto l’Assemblea nazionale e indetto le elezioni politiche, che si terranno entro due mesi. Poco prima, la corte costituzionale aveva rigettato il ricorso del governo, che chiedeva la riorganizzazione delle circoscrizioni elettorali (dietro a questa mossa si celava forse il tentativo di sovra-rappresentare le aree più politicamente vicine al governo). La disputa sulla legge di voto è solo l’ultimo dei motivi di tensione interni al piccolo emirato, politicamente paralizzato da una crisi istituzionale dai tratti endemici. L’Assemblea nazionale e l’esecutivo sono in costante contrapposizione. E lo scorso giugno, la corte costituzionale aveva invalidato le elezioni politiche di febbraio, provocando così lo scioglimento del parlamento –già sospeso dall’Emiro, causa dimissioni di due ministri, un paio di giorni prima- e il ripristino legale del precedente. Un’assemblea nazionale, quella eletta nel 2012 -dominata numericamente da islamisti ed esponenti tribali- ostile nei confronti di un governo succube delle rivalità fra i due rami della famiglia reale degli al-Sabah. Riduttivo pensare a una partita dagli esiti solo domestici. Oltre alla governabilità del Kuwait, c’è infatti in gioco l’immagine e l’appeal delle istituzioni e delle prassi democratiche fra le popolazioni della Penisola Arabica. Perché lo stallo politico sta inoltre danneggiando lo sviluppo economico dell’emirato, storico apripista liberale nel Golfo.

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