Kenya: tra attacchi a luoghi di culto e tensioni politiche

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Nell’ultimo anno in Kenya sono aumentati i casi di violenze e attentati nelle principali città. Crescono anche gli scontri per il controllo delle risorse naturali nelle aree rurali. Il timore è un surriscaldarsi dei rancori tra le diverse etnie e gruppi religiosi all’interno del paese, a sei mesi dalle elezioni.

L’ultima esplosione avvenuta in Kenya, il 30 Settembre, ha colpito una chiesa nella capitale Nairobi, mentre un gruppo di bambini stava facendo lezione di catechismo. Leggermente diversa dalle altre, che mai avevano avuto come obiettivo dei minori, l’esplosione non è stata un caso isolato, né particolarmente sorprendente, in un paese dove, da più di un anno, granate e ordigni esplosivi improvvisati sono periodicamente fatti esplodere in luoghi pubblici. Da Febbraio di quest’anno le esplosioni a Nairobi sono avvenute alla stazione degli autobus, in una delle vie principali della capitale e in chiese. A Garissa e a Mombasa, dove la religione Islamica è maggioritaria, si sono registrati diversi attentati a danno di chiese e locali pubblici.

Non è ancora chiaro chi sia dietro a queste esplosioni, le quali fortunatamente non causano mai più di qualche vittima e lasciano pensare a una scarsa capacità organizzativa. Alcune analisi suggeriscono che siano una strategia per tenere in allerta il paese e per cercare di spaventare la classe politica, forse per scoraggiarla nel sostegno alla lotta in Somalia contro Al-Shabab. Non a caso il Kenya sta qui giocando un ruolo centrale a fianco delle truppe dell’Unione Africana, che hanno recentemente liberato la città di Kismayo, importante sede portuale di molti dei traffici del gruppo terroristico. 

Scontro di religioni

Ad Agosto a Mombasa, città dove la religione musulmana è molto più diffusa rispetto al resto del Kenya, il paese ha assistito a scene che richiamavano i pericolosi scontri post-elezioni del 2008. Per le strade gruppi di manifestanti musulmani tiravano pietre e bruciavano copertoni: quando si sono scontrati con le forze dell’ordine le vittime sono state tre. Durante lo stesso giorno, una chiesa è stata presa d’assalto. La protesta è stata poi ricondotta all’uccisione, risalente a pochi giorni prima, del leader musulmano Aboud Rogo Mohammed.

In questa cittadina della costa, le esplosioni sono state particolarmente ricorrenti, durante i mesi di Giugno e Luglio. L’area costiera è anche quella che sporadicamente manifesta sentimenti indipendentisti, motivati principalmente da una tradizione culturale singolare rispetto al resto del paese (influenzata dall’occupazione araba, molto vicina a quella di Zanzibar) e da tensioni riguardanti le politiche di allocazione delle terre da parte del governo.

Dispute per le risorse naturali

Lo scorso mese il paese era entrato in allarme, quando, in una zona piuttosto isolata nei pressi del fiume Tana, una serie di attacchi aveva portato alla morte di più di 100 persone. La zona è infatti abitata da due etnie, tra le altre: quella degli Orma, popolo di pastori semi-nomade, e quella dei Pokomo, principalmente dediti all’agricoltura. Le tensioni, che già nel 2001 avevano portato ad un totale di circa 100 morti, sembrano essere state riaccese dalla contesa per il controllo delle risorse naturali in loco.

Un primo assalto è avvenuto nella notte del 22 Agosto, quando un gruppo armato di componenti dell’etnia Pokomo ha attaccato un villaggio di Orma, lasciando circa 60 vittime, tra cui molte donne e bambini.  La reazione della classe politica e del governo è stata timida, tanto che a distanza di qualche settimana, altri due attacchi hanno portato a più di altre 40 vittime. Durante uno degli attacchi, il gruppo che ha assalito il villaggio era ben numeroso, armato e organizzato.

Le violenze si sono poi fermate a metà Settembre, quando finalmente un numero consistente di forze dell’ordine è stato mandato sul posto  (e molti degli abitanti avevano già abbandonato i propri villaggi). Uno scontro etnico di tale portata più essere meglio compreso se inserito in un contesto di svantaggio economico e sociale. Inoltre, possibili interessi economici non sono da trascurare, su una zona che è tra le più fertili del paese e dove già si estendono piantagioni per la produzione di bio carburante.

Durante i giorni di violenze un parlamentare locale è stato arrestato con accuse d’incitazione alla violenza interetnica. Purtroppo non è un caso isolato in un paese dove gli scontri delle ultime elezioni erano da ricondursi anche alla rivalità tra due candidati, provenienti da due diverse etnie maggioritarie sul territorio nazionale.

Le elezioni del 2007

Le elezioni politiche del Dicembre 2007 avevano visto tra gli sfidanti principali Emilio Mwai Kibaki, già Presidente della Repubblica, e Raila Odinga, figlio del primo vice Presidente Jaramogi Odinga, che già aveva ricoperto diverse cariche da ministro.

I disordini sono scoppiati solo dopo lo spoglio delle urne, quando i voti hanno dato per vincente Kibaki, mentre Raila si è auto dichiarato vincitore e accusato le elezioni di essere state brogliate.  Manifestazioni pacifiche represse brutalmente dalle forze dell’ordine si sono presto trasformate in scontri sanguinosi nella capitale tra popolazione e forze dell’ordine e tra gruppi diversi della popolazione, fino a diffondersi poi in altre zone del paese.

Quando finalmente le parti politiche, grazie anche all’intervento di Kofi Annan e la pressione della comunità internazionale, hanno trovato un accordo, optando per un governo di coalizione con Kibaki come Presidente della Repubblica e Raila come Presidente del Consiglio, era Aprile e le vittime degli scontri 1500, i rifugiati all’interno del paese circa 300.000.

A distanza di 5 anni, non ancora tutti coloro che hanno perso casa e lavoro sono riusciti a tornare alle proprie terre e molti vivono ancora di stento, in campi costruiti su misura dal governo e organizzazioni internazionali. Dal 2007 ad oggi, il passo più grande verso un paese più democratico e attento alle proprie minoranze è stata l’approvazione tramite referendum della nuova costituzione nel 2010.

La costituzione prevede tra le altre cose l’eliminazione della carica di Primo Ministro e il limite di due mandati come Presidente della Repubblica (che perciò dovrebbe impedire a Kibaki di ricandidarsi.) Una questione spinosa affrontata dal referendum è quella della spartizione e proprietà delle terre, contese da molteplici gruppi d'interesse, nazionali e non, fin dai tempi della colonizzazione britannica. Durante gli ultimi anni, molte sono state le iniziative per la promozione della coesione nazionale e il confronto pacifico.

Inoltre la società civile è molto più cosciente delle difficoltà del paese e molte ONG locali e associazioni si stanno mobilitando già da tempo per facilitare lo svolgimento pacifico del voto a Marzo.

Conclusione

I recenti episodi di violenza nel paese sono di diversa matrice e in alcuni casi probabilmente non collegabili. Rimane il fatto che in questi ultimi mesi il Kenya ha visto il numero più alto di vittime dopo gli scontri di cinque anni fa. Si teme, non senza ragione, che le tensioni vanifichino gli sforzi finora compiuti per garantire la convivenza pacifica e la ripresa economica.

Le prossime elezioni politiche rappresenteranno una sfida, dal cui esito si potrà meglio capire se il Kenya abbia superato certe dinamiche del passato e sia pronto a guardare al futuro dandosi degli obiettivi comuni che travalichino le conflittualità particolaristiche. Per raggiungere questo obiettivo, in questo momento più che mai, sarebbe necessaria una netta presa di posizione contro degenerazioni del dibattito politico volte a soffiare sul fuoco del conflitto etnico – religioso. 

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