Iraq: la definizione del modello sociale e il ruolo dei sindacati

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Pur essendo una democrazia  anche l’Iraq è stato coinvolto da pesanti e sanguinose proteste durante la primavera araba. Ciò, se da una parte dimostra i difetti di un sistema in cui i principi democratici faticano a penetrare le barriere tribali e settarie, è anche sintomo della profonda frustrazione causata dalla presenza di forti disuguaglianze economiche che interessano la popolazione irachena e che sono tipiche di molti altri paesi dell’area. Poco tempo fa Equilibri ha tradotto l’articolo di Elhamy el-Marghany sullo stato del sindacalismo egiziano e sulla centralità della riforma del diritto del lavoro per dare un vero significato alla rivoluzione del 25 Gennaio.

Le analogie con l’Iraq del post-Saddam sono molte e riguardano soprattutto le sfide che la modifica delle leggi sul lavoro (rimaste inalterate da prima della caduta delle due dittature di Hosni Mubarak e di Saddam Hussein) porrà alle nuove istituzioni. Anche se contrastata da numerosi poteri forti in entrambi i paesi, una riforma che permetta la formazione di sindacati liberi e che conferisca ai lavoratori un maggiore potere contrattuale è una delle principali ricette che permetterà di abbassare l’enorme livello di disuguaglianza nella società e di disinnescare così uno dei principali fattori di malcontento popolare dando in questo modo una maggiore stabilità a lungo termine ad entrambi i paesi.

A questo proposito Equilibri ha intervistato Pino Patroncini (direttore nazionale dell’associazione professionale Proteo Fare Sapere, collaboratore del dipartimento internazionale della FLC Cgil, ha fatto parte del Centro nazionale della FLC Cgil e in precedenza è stato un dirigente della Cgil Scuola in Lombardia), cooperatore della ONG Progetto Sviluppo legata alla CGIL che è stata individuata dalla ONG “Un Ponte Per…” come  portatrice di esperienza in un progetto in partnership con l’ILO sul dialogo sociale in Iraq.

Equilibri: Ci può descrivere brevemente in cosa consta il programma a cui sta partecipando in Iraq e quali sono le realtà irakene, europee ed italiane coinvolte in esso?

Pino Patroncini: Il progetto, che di nome fa “Hiwar” (dialogo) nasce da una iniziativa di Un Ponte Per…, ONG notoriamente impegnata in Medio Oriente, che ha ottenuto l’approvazione (e i relativi finanziamenti) nonché la patnership da parte dell’ILO. Il progetto si propone di studiare la costituzione di un Comitato Economico-Sociale, più o meno sul modello del nostro CNEL, come strumento per l’avvio del dialogo sociale tra sindacati dei lavoratori, datori di lavoro e governo dell’Iraq. Il programma prevede tre sessioni di formazione. La prima si è già svolta a Erbil, nella regione autonoma del Kurdistan  tra l’11 e il 14 aprile. Ne seguirà una seconda a fine giugno, sempre a Erbil, e una terza probabilmente verso la fine di luglio prima dell’inizio del Ramadan, in una sede non ancora esattamente definita.

L’ILO ha fornito il formatore nella figura di un CEO iracheno, che però opera in Libano, mentre a noi di Prosvil CGIL ( insieme a me per questa occasione c’era una compagna della CGIL, Ornella Cilona, esperta di dialogo sociale e di CNEL) tocca il compito di facilitatori e esperti. Un Ponte Per… garantisce il coordinamento organizzativo del tutto, i traduttori e quant’altro. Naturalmente di questo lavoro di Un Ponte Per… ha fatto e fa tuttora parte anche il compito di garantire i contatti con  le diverse realtà. Nel caso specifico alla prima sessione seminariale erano presenti otto sindacati, l’Istituto per la Riforma Economica di Bagdad, la Camera di Commercio di Erbil  e un’associazione locale di professionisti ( avvocati).

Eq: Ci può fare un riassunto di quella che è stata l’evoluzione della realtà sindacale irakena dalla caduta del regime baathista fino ad oggi?

P. P.: Come succede in tutti i paesi che escono da un sistema dittatoriale il fenomeno che immediatamente si riscontra è quello del moltiplicarsi dei soggetti politici o sindacali, delle organizzazioni, spesso anche in forte competizione tra loro e  delle quali è difficile capire l’esatta consistenza. Tanto più, nel nostro caso,  anche a causa delle norme sindacali vigenti: il codice del lavoro iracheno, che è ancora quello dei tempi di Saddam, non permette molte libertà sindacali. In particolare non concede diritti sindacali nel settore pubblico, statale.  E il settore pubblico statale copre all’incirca il 70-80% dell’economia nazionale. Quando si dice settore pubblico non bisogna pensare, come da noi, esclusivamente alla pubblica amministrazione, ma bensì ai grandi rami importanti dell’economia: in primo luogo gli impianti petroliferi, poi le infrastrutture, l’industria pesante e quant’altro.

Negli ultimi tempi è stata presentata un'altra bozza di codice del lavoro ma l’impressione che ho avuto è che il parlamento non abbia molta fretta di discuterla. Negli ultimi giorni di aprile quasi tutti i sindacati hanno lanciato un appello per il riconoscimento del primo maggio come festa del lavoro, un appello che è stato sottoscritto anche dalla CGIL . Alcuni giorni prima, proprio mentre ero lì vi sono stati a Bagdad degli arresti di sindacalisti, di un sindacato che era lì che lavorava con noi. Anche in questo caso come CGIL abbiamo fatto un appello per la scarcerazione. Insomma la situazione non è tranquilla.  Degli otto sindacati che erano lì presenti solo uno è riconosciuto ufficialmente. Non a caso i due sindacalisti che lo rappresentavano , il segretario generale e una donna, di un settore agricolo, sembravano anche i più “navigati” sull’argomento del dialogo sociale. Segno che avevano esperienza di contatti con le controparti, soprattutto governative.

Eq: Quali sono le realtà sindacali presenti oggi in Iraq? Ci può descrivere brevemente il panorama sindacale irakeno così come ha avuto modo di osservarlo in loco?

P.P.: Come dicevo le realtà sono molte. Tra quelle che sono venute al seminario, quelle che hanno partecipato ad una riunione precedente ( in cui io e Ornella eravamo intervenuti in videoconferenza dall’Italia) e quelle contattate da Un Ponte Per… ma che poi non si sono presentate  ne abbiamo contate più di una decina. Al seminario di Erbil  erano otto:  la General Federation of Iraqi Workers (GFIW), la più importante confederazione e l’unica riconosciuta ufficialmente, la Federation of Workers Council and Unions in Iraq (FWCUI), nata da una scissione della precedente e considerata  la seconda per dimensioni ( ma non è riconosciuta, anzi è quella colpita dagli arresti di cui parlavo), la Iraqi Federation of Oil Unions (IFOU), sindacato di settore forte soprattutto nei campi petroliferi del sud, il Kurdish General Workers Syndicate, naturalmente il più importante sindacato locale ad Erbil e nel Kurdistan, i due General Workers Syndicate di Kirkuk e di Salahaddin , due province confinanti col Kurdistan e presumibilmente con una consistente presenza curda, la Union of Agricoltural Workers and Food e la General Federation  of Workers Councils and Unions.

Al seminario non c’è stata tensione tra le diverse organizzazioni, mentre alla riunione precedente qualche problema c’era stato, tanto che i nostri consigli, pur in un momento in cui anche in Italia le relazioni tra i sindacati non vanno molto lisce, sono stati indirizzati alla ricerca di unità o almeno di relazioni intersindacali improntate alla diplomazia e al rispetto reciproco. In qualche momento tuttavia qualche dissenso è emerso soprattutto tra la GFIW, l’unica confederazione riconosciuta, e gli altri.
 
Eq: Esiste secondo lei una divisione anche di tipo settario tra i vari sindacati nuovi e tradizionali che si stanno sviluppando in Iraq?

P.P.: Se per settario si intende religioso, nella riunione contraddizioni di questo tipo non sono emerse. E neppure di tipo etnico. E’ possibile che il KGWS sia collegato alla alleanza tra due partiti storici della resistenza curda, KDP e PUK, e altri partiti (tra cui i comunisti curdi) che governa il Kurdistan.  Nelle ultime elezioni regionali è però emersa anche una forte lista di opposizione (25%), Goran, (in curdo “cambiamento”) formata da dissidenti dei due partiti.  Allo stesso modo  si sa che la scissione tra GFIW e FWCUI corrisponde a una divisione avvenuta nel partito comunista irakeno.  In entrambi i casi gli attivisti  sono abbastanza intransigenti nei confronti sia dell’islamismo militante sciita che di quello sunnita. E questo, a detta dei cooperanti di Un Ponte Per e dell’ONG locale Iraqi Civil Society Solidarity, con cui UPP collabora in loco, può rappresentare un pesante handicap soprattutto nel sud del paese. E il sud è una zona importante dal punto di vista operaio perché lì è situata la maggioranza dei pozzi e delle strutture petrolifere. In quella zona è soprattutto il sindacato dei lavoratori del petrolio IFOU, che non a caso ha base proprio a Bassora, ad essere  forte di alcune decine di migliaia di iscritti. 

Eq: Qual è attualmente l’evoluzione che sta subendo l’economia irakena dal precedente stato di quasi totale statalizzazione e quali sono le possibili ricadute sui lavoratori?

P.P.: La prospettiva è quella di un passaggio da una economia di stato ad una economia basata sulla circolazione di capitali privati. Di fatto è anche la prospettiva su cui l’ILO insiste.  

In questo momento, almeno nell’area dove ero io, balza agli occhi una forte circolazione di capitali internazionali, soprattutto asiatici e europei, meno di capitali americani. E’ paradossale ma, come ci raccontava il CEO che fungeva da formatore, gli americani dopo avere sostenuto il peso maggiore nella guerra, non sono in grado di sfruttare il mercato iracheno per la resistenza delle loro compagnie di assicurazione ad assicurare le imprese americane in Iraq.

Vi è anche una forte modificazione demografica nel paese legata alla diversità tra aree tranquille e aree dove ancora c’è o si teme la recrudescenza di forme di guerra civile. Per esempio, la città di Erbil, oggi conta un milione di abitanti, prima della guerra ne contava circa 200.000. Con tutte le contraddizioni del caso: si sta costruendo da tutte le parti, palazzi nuovi, grattacieli anche, crescono intorno ad un centro tutto diroccato, moderni e avveniristici centri commerciali, con griffe anche italiane (e prodotti cinesi o turchi) convivono con il vecchio bazar , pittoresco ma anche “sgarrupato”, non c’è un cinema ma un luna park,una pista di pattinaggio su ghiaccio e nuovi parchi adorni di fontane e giochi per bimbi si, non c’è una stazione ferroviaria perché la ferrovia non passa di lì ma c’è un aeroporto nuovo di zecca e si pensa a costruire una metropolitana (l’appalto lo avrebbe vinto una ditta italiana). E’ persino presente una forte immigrazione straniera: ben visibili sono persone di origine filippina, cingalese, indo-pakistana che lavorano all’aeroporto e nei centri commerciali.

E poi c’è l’emigrazione interna, come già detto, da zone a rischio a zone più sicure. Un sobborgo di Erbil, Ankawa, era un antico villaggio cristiano-caldeo. Lì non ci sono moschee ma solo chiese: molti cristiani fuggiti dagli scontri settari del sud vi si sono probabilmente trasferiti.  Erbil tuttavia non da l’idea di una città industriale, non paiono esserci importanti strutture produttive. E’ piuttosto, a questo punto, una città di traffici commerciali, al centro di un altipiano verde ma senza alberi. Molto tranquilla in termini di ordine pubblico. Vigilata da forze militari, nazionali ma, stando alla simbologia, fortemente regionalizzate, molto presenti ma non invadenti. E, anche se le donne dopo una certa età sono quasi tutte a capo coperto, non si respira aria di fanatismi religiosi.

Eq: Quali sono le sfide che attendono le formazioni sindacali irakene nei prossimi anni?

P.P.: Naturalmente la prospettiva della privatizzazione desta notevoli preoccupazioni nella classe lavoratrice irachena: il timore è quello di un aumento della disoccupazione, di ripetere quello che è successo nell’Est europeo o nell’ex –URSS. I sindacati si fanno portavoce di queste preoccupazioni. Nello stesso tempo la privatizzazione da un lato e la fine del regime dall’altro dovrebbero garantire maggiori spazi alla contrattazione sindacale.

La chiusura dei diritti sindacali nel settore di stato, che, come ho già detto, copriva e copre tuttora il 70-80% dell’economia, risale al 1987 quando Saddam operò la “promozione” di tutti gli operai a “impiegati pubblici” , col consenso del sindacato di regime dell’epoca. Il processo però è lungo: di fatto il codice del lavoro dell’epoca di Saddam è ancora in vigore e, soprattutto, come dimostrano anche gli arresti di sindacalisti, non esiste una abitudine  alla democrazia sociale né nel rapporto tra sindacati e governo, né tra sindacati e datori di lavoro né, infine, reciprocamente tra i sindacati stessi.  Il nostro lavoro nel programma sul dialogo sociale e sulla costituzione di un comitato economico-sociale dovrebbe muoversi appunto in questo senso.

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