Etiopia: una analisi sugli investimenti fondiari transnazionali

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In Etiopia, come in gran parte dell’’Africa, tiene banco il controverso tema del cosiddetto land grabbing, ovverosia l’acquisizione di larghi appezzamenti di terreni, da parte di investitori internazionali e non, per la coltivazione di prodotti destinati al mercato nazionale ed estero. Il dibattito sulla bontà di questi accordi per lo sviluppo dei Paesi riceventi evidenzia  però pareri discordanti.

Gli investimenti fondiari transnazionali in Etiopia

La pratica dell’acquisizione di grandi appezzamenti di terra per la produzione dei cosiddetti cash crops – prodotti agricoli destinati al mercato – è incentivata dallo stesso governo di Addis Ababa. A tenere il primato nell’acquisizione e nell’ utilizzo delle terre sono gli imprenditori indiani, agevolati, come tutti gli altri investitori stranieri, da un ambiente economico favorevole agli investimenti, con incentivi come l’esenzione nei primi tre anni delle imposte sull’affitto della terra per le imprese che affittano e lavorano terre etiopi.

Il Paese ha infatti provato ad attrarre investitori stranieri attraverso divere misure: nessuna tassa parafiscale sulle esportazioni, esenzione da dazi doganali e da altre tasse su materie prime importate o acquistate localmente. Gli accordi internazionali stipulati sulle terre riguardano non solo, anzi ben poco, coltivazioni di materie prime alimentari, ma biocarburanti, gomma o cotone.

Secondo un rapporto dell’Oakland Institute del Gennaio 2011, gli appezzamenti affidati a compagnie straniere – cinesi, tedesche, egiziane e perlopiù indiane e saudite - ammontano complessivamente a 3,619 ettari. Tra i diversi Stati regionali, Benishangul, SNNPR e Oromia sono quelli in cui gli investimenti sono stati più sostanziosi.

La motivazione ufficiale è la mancanza di sviluppo delle regioni interessate, la loro terra scarsamente popolata, la loro abbondante acqua, fattori che le rendono un luogo adatto in cui investire sullo sviluppo. I critici credono che questo approccio di sfruttamento, che si radica sull’affidamento delle terre nazionali ad aziende straniere, rechi effettivamente benefici solo per queste ultime, per i motivi accennati sopra, mentre gruppi di agricoltori e pastori sono privati delle risorse che hanno utilizzato per ere.

La grande maggioranza degli investitori in Etiopia è composta da compagnie private, ma non mancano investitori istituzionali. Guardando alla provenienza geografica dei capitali, ci sono sostanziosi investimenti da parte degli Stati del Golfo e dall’India.
Il governo etiope rigetta le accuse di collaborazione allo sfruttamento indiscriminato delle terre affermando la cessione di terreni classificati come “inaccessibili”, mentre la maggior parte degli etiopi vive sugli altopiani. Il governo, nella persona del ministro dell’agricoltura dell’Etiopia, Tefera Deribew, afferma inoltre che per sfidare la siccità e scavare per trovare l’acqua occorrono “agricoltori stranieri”, “gli agricoltori locali non hanno la tecnologia per fare ciò. Si tratta di terre completamente disabitate. Non c’è evacuazione né deportazione delle persone.”

Investimenti sulla terra: alcuni esempi

La Saudi Star Agriculture Development Plc, di proprietà dello sceicco saudita Mohammed Al-Amoudi, ha acquistato 10.000 ettari di terra lungo il fiume Alwero nella regione di Gambella. L’affitto è stato concesso gratuitamente per un periodo di 60 anni, e ciò ha indotto la compagnia a pianificare altri 500.000 ettari di piantagioni a Gambella e altrove in Etiopia, producendo 1 milione di tonnellate di riso, mais, canna da zucchero e olio di semi per l’esportazione. Le zone umide sono state alterate per fare spazio alla produzione del riso, che viene perlopiù esportato, lasciandone una parte ridotta al mercato locale; estese aree forestali attigue a tali zone sono state eliminate ed è stato programmato di arginare il fiume Alwero.

Secondo i funzionari della Gambella Investment Agency, alla Saudi Star non verrebbero assegnate terre nelle aree turistiche, le riserve forestali, le regioni protette o quelle che vedono la presenza di fattorie preesistenti.

I funzionari continuano ad affermare che non ci sono riserve o aree turistiche nella regione, in effetti la Ethiopian Wildlife Conservation Authority riporta dati che dimostrano che la Saudi Star ha largamente cancellato una zona che faceva parte del Parco Nazionale di Gambella, ma che non era stata mai pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale.

Gli investimenti del gruppo Saudi Star ammontano, secondo i dati forniti da Grain, a circa 2,5 miliardi di dollari, con un’estensione di terre possedute pari a 140.000 ettari; tutti i progetti riguardanti l’utilizzo della terra sono intrapresi senza una valutazione sull’impatto ambientale. Uno dei presunti benefici dell’agricoltura per il commercio su larga scala è la creazione di un gran numero di posti di lavoro. La Saudi Star afferma che sarebbero necessari 4.000/5.000 impiegati per le operazioni in Etiopia. Comunque, i loro numeri mascherano la natura stagionale o di breve termine di molti posti di lavoro che verrebbero creati.

Molti villaggi nell’area affittata dalla Saudi Star sono stati trasferiti in altre località – come Pokedi,che ospitava 1000 abitanti. Mentre il governo regionale di Gambella afferma che questi trasferimenti sono volontari, i membri di un villaggio vicino hanno invece affermato ai ricercatori dell’Oakland Institute che la polizia li avrebbe arrestati se si fossero rifiutati di spostarsi.

Né il Governo né la Saudi Star avrebbero consultato gli abitanti dei villaggi che sarebbero stati coinvolti dal progetto. Piuttosto, questi sarebbero stati avvisati del fatto che la loro terra era stata “affittata” solo quando i bulldozer sono arrivati sul posto. Non mancano inoltre perplessità sulle attività svolte dagli investitori nazionali, che secondo alcuni studi praticherebbero come principale attività l’abbattimento delle foreste per poi rivenderne il legname.

Nel Gambella, come in tutte le altre regioni dell'Etiopia federale, vige il principio per cui la proprietà fondiaria appartiene in ultima istanza allo Stato: le comunità locali hanno un diritto d’uso sulla terra, che viene meno se quest’ultima non viene sfruttata o se lo Stato decide di indirizzarne l’uso altrove. Così, quando gli abitanti dei villaggi hanno manifestato il loro dissenso riguardo il disconoscimento dei loro diritti ancestrali sulle terre trasferite, è stato loro detto: “ voi non avete una terra, solo il Governo ha la terra.”

Il gruppo alimentare indiano ”Karuturi Global” Ltd. si è a sua volta aggiudicato per 50 anni, nella stessa area, 311.000 ettari di campi per produrre olio di palma, zucchero, riso e cotone. Mentre il governo guarda al trasferimento tecnologico e all’occupazione per mettere in luce i benefici degli accordi di cessione delle terre, nessun riferimento specifico in merito viene menzionato nelle 9 pagine del contratto. Alla Karuturi è concesso il diritto di costruire infrastrutture – comprese abitazioni ed ospedali – ma su di essa non grava nessun obbligo di provvedere alle comunità, né alcun impegno specifico circa i prodotti da coltivare.

Il Governo etiope ha riferito di aver ridotto la concessione di terra di 2/3, dai 300.000 ettari iniziali, sulla premessa che questa era troppo grande da gestire per la compagnia. Tuttavia, definendo i resoconti dei media come “completamente infondati”, la Karuturi ha negato la riduzione nella concessione da parte del Governo etiope. Altri rapporti affermano che il Governo etiope potrebbe concedere ulteriori 200.000 ettari alla Karuturi se essa svilupperà l’appezzamento assegnatole in maniera adeguata nel giro di due anni. Esayas Kebede, capo della direzione degli investimenti di supporto alla terra del Ministero dell’Agricoltura, ha sostenuto l'ipotesi di affidare alla Karuturi un appezzamento di dimensioni più “razionali”, lodando tuttavia gli sforzi della compagnia indiana per lo sviluppo del suo Paese.

Karuturi, che ha investito 100 milioni di dollari finora, nell’anno 2011 ha raggiunto i 65.000 ettari di  produzione e ha venduto il suo raccolto sul mercato etiopico e dell’Africa orientale. Permangono tutavia alcuni problemi rispetto all'esatta demarcazione della terra in concessione, non accuratamente individuata al momento della sua cessione da parte del Governo regionale del Gambella.

Conclusioni

L’Etiopia possiede una grande quantità di risorse naturali non sfruttate in modo adeguato. In un simile contesto, secondo le Nazioni Unite, la partecipazione di investitori domestici e stranieri potrebbe costituire un'opportunità di crescita economica, ammesso che gli accordi mantengano uno scenario win-win per entrambe le parti.

Diversi rapporti evidenziano come errate strategie di investimento potrebbero incidere negativamente sulle capacità di sussistenza delle comunità interessate; la deforestazione provocata dallo sfruttamento delle terre contribuirebbe inoltre alla perdita della biodiversità e delle riserve forestali.

In una migliore ipotesi, diversi sono i benefici che l’Etiopia potrebbe trarre dal business degli investimenti fondiari: l’aumento delle riserve in valuta estera; una maggiore disponibilità di prodotti agricoli per le industrie di trasformazione e, non ultimo un aumento delle opportunità di impiego e del reddito nazionale, derivante dall’affitto delle terre.

Per massimizzare i benefici l’Etiopia potrebbe attivare un sistema di monitoraggio e supporto per gli investitori (sia nazionali che stranieri), che contribuirebbe a ridurre gli effetti negativi della degradazione delle risorse naturali; intensificare i legami e la partecipazione di tutte le parti interessate dal processo di affitto delle terre, così da accrescere la sostenibilità sociale e da creare mezzi di sussistenza alternativi.

La Commissione delle Nazioni Unite sulla sicurezza Alimentare Mondiale ha adottato un documento che contiene le linee guida per proteggere le popolazioni locali dagli eventuali danni provocati dalla pratica del land grabbing. Vengono stabilite regole di trasparenza rispetto alle procedure di investimento e acquisizione della proprietà dei suoli, rafforzando il ruolo e la partecipazione degli agricoltori locali e delle piccole aziende.

Viene riconosciuto agli investimenti pubblici e privati il ruolo indispensabile di migliorare la sicurezza alimentare dei paesi più poveri, ma raccomandata la messa in atto di meccanismi di tutela che preservino i diritti di proprietà delle popolazioni locali. Queste linee guida costituiscono un importante punto di riferimento per le autorità nazionali, ma anche per gli investitori e i gruppi della società civile che si occupano delle questioni legate alla difesa dei diritti delle comunità rurali.

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