Bahrain: un anno dopo, tra promesse di riforme e violenti proteste

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Da oltre un anno il Bahrain è attraversato da violenze settarie tra la minoranza sunnita al potere (sebbene non esistano stime ufficiali precise, il CIA World Factbook accredita come percentuale più veritiera il dato del 35% dei cittadini) e la maggioranza sciita (il 65%). Il regime di Re Hamad bin Isa al-Khalifa sta vivendo un difficile periodo di stabilità che rischia di aggravare ulteriormente il conflitto sociale qualora non verranno approvate e attuate le riforme utili alla pacificazione del Paese. Così, sullo sfondo della crisi sociale, la situazione politica-economica del Paese peggiora giorno dopo giorno.

Quadro generale della situazione

Lo scorso 15 gennaio il sovrano bahrainita ha rilasciato un'intervista alla televisione pubblica nazionale, in cui si è detto convinto della “possibilità di una riconciliazione nazionale” e di poter “superare le momentanee divergenze esistenti tra le parti”. Durante l'intervista Re Hamad ha annunciato, inoltre, tutta una serie di provvedimenti legislativi di tipo politico-economici volti a garantire una maggiore partecipazione alla res publica della comunità sciita e una ripartizione più equa del potere nella società bahrainita. Anche il Premier, Khalifa bin Salman al-Khalifa – che è lo zio del monarca – ha confermato in un’altra intervista all’agenzia stampa “Bahrain National Agency” (BNA) l'impegno concreto del governo nel concedere modernità e riforme al Paese.
Il discorso del Re e le iniziative del governo seguono l'uscita dello scorso novembre 2011 di una relazione del “Bahrain Independent Commission of Inquiry” (BICI), una commissione d’inchiesta formata da un gruppo di giuristi internazionali e guidata da Mahmoud Cherif Bassiouni, un professore statunitense di origine egiziana di diritto internazionale ed esperto in crimini di guerra e violazioni dei diritti umani. I risultati del report sono molto chiari: oltre a sottolineare i numerosi episodi di abusi dei diritti umani e torture sistematiche nei confronti degli oppositori al regime, in Bahrain è necessario introdurre un consistente pacchetto di riforme capaci di dare avvio a cambiamenti radicali nell’economia, nella politica e nella vita pubblica e sociale nazionale. Ma quali sono le riforme annunciate da Re Hamad?

Il quadro complessivo degli impegni presi dal Re e dal governo prevedono una serie di riforme costituzionali volte a “raggiungere un riequilibrio tra il potere esecutivo e quello legislativo, un rafforzamento del ruolo del Parlamento – introducendo anche lo strumento della “sfiducia parlamentare” verso i Ministri del Regno – e una limitazione dei poteri dell'esecutivo”. In aggiunta a questi provvedimenti di tipo legislativo-istituzionale, il governo ha stanziato investimenti per oltre 5 miliardi di dinari (14,2 milioni di dollari) per aiutare i 211.000 lavoratori del settore privato, per porre le basi di una vera riforma del mercato del lavoro e per diversificare ulteriormente le entrate statali fortemente dipendenti dalle rendite petrolifere (circa il 67% del PIL, secondo i dati 2010 dell’Economist Intelligence Unit).

Le cause della protesta

Le manifestazioni delle opposizioni pur avendo al centro rivendicazioni di ordine economico, politico e sociale, affondano le radici nel fattore religioso. Le proteste sono state, infatti, in larga parte indette dalla popolazione sciita e dirette contro il Re sunnita Hamad. Nonostante le recenti promesse, le cause della attuale fragilità bahrainita sono da ricercare principalmente in due fattori:  un mancato rispetto delle opposizioni politiche-religiose e, conseguentemente, una loro assenza sulla scena pubblica e politica nazionale; mancata definizione di una struttura economica indipendente dal petrolio.

Riforme o palliativi?

Sebbene l'azione riformatrice della monarchia bahrainita sia stata molto modesta negli anni, Re Hamad ha comunque attuato una serie di provvedimenti come l'abrogazione del precedente Codice Penale del 1974, l'abolizione della Corte di Sicurezza dello Stato (fondata nel 1972 e ampliata nel 1995) e la concessione della cittadinanza a più di 10.000 bidun (residenti non-nazionali, per lo più di origine persiana, ma anche baluci, indiani e giordani). Nel contempo, sono state istituite anche la Corte Costituzionale, la Corte dei Conti e è stata adottata una nuova legge sulla stampa.

Tuttavia le riforme sopracitate non sono bastate e, certamente, non sono quelle che tutte le opposizioni aspettano da anni. Infatti, cosa chiedono i manifestanti? Gli sciiti, chiedono le dimissioni del Re Hamad e del Primo Ministro Salman al-Khalifa, una significativa riforma costituzionale che permetta loro di eleggere liberamente i membri del Parlamento e il Capo del Governo, il rilascio dei detenuti politici e la creazione di nuovi posti di lavoro, uscendo così dalla marginalizzazione politica ed economica cui sono stati relegati.

Inoltre, le recenti riforme annunciate via TV dal Sovrano non sono chiare sia in termini di fattibilità pratica, sia in termini temporali. Ad esempio, non è chiaro come il Parlamento potrà avere maggiori poteri se la Camera Alta, il Consiglio della Shura (Majlis as-Shura) che conta 40 membri, è interamente nominata dall’Emiro; inoltre non si capisce come si possa garantire la partecipazione delle opposizioni se esse non si sentono minimamente garantite in termini di rappresentatività e di esercizio del loro potere. Infine, non è altresì chiaro come e quando verranno ridimensionati i poteri del Re e del Premier.

Infatti, la principale forza d'opposizione, il Partito Islamico Sciita al-Wefaq ha definito le dichiarazioni di intenti del sovrano “pura operazione cosmetica”. Come dichiarato ad "al-Jazeera English" da Ali al-Aswad, uno dei leader del partito, questo tipo di riforme “sono state promosse in più round da oltre dieci anni e ancora non sono state attuate”. Infatti, nel febbraio 2001 un referendum popolare plebiscitario (98%) a suffragio universale, ha approvato il “programma quadro” di riforme denominato “National Action Charter”, preliminare alla concessione di una nuova Carta Costituzionale. Oggi come allora, le proposte di cambiamento politico-sociale riguardano gli stessi temi: maggiore potere al Consiglio della Shura, cambiamento della Costituzione, legalizzazione dei partiti politici e dei sindacati, accettazione dei sciiti come forza politica legale nella vita pubblica e di governo nazionale, nonché, infine, un maggiore rispetto dei diritti umani e delle minoranze religiose.

Diversificazione vs immobilismo

Chiaramente l’instabilità politica produce dei riflessi negativi anche sui principali settori dell’economia bahrainita contribuendo a ridimensionarne le stime di crescita. Secondo le previsioni dell'Economist Intelligence Unit, nel 2011 la crescita di Manama è scesa all’1,8%, mentre nel secondo trimestre del 2011 il settore finanziario è cresciuto solo dell’1,7% e il turismo si è contratto del 30%.

Anche i pochi interventi riformatori promessi in passato non sembrano essere stati capaci di dare nuovo slancio all'economia nazionale. L'unica riforma attuata negli anni è quella sulla sponsorship, che consente al lavoratore straniero di cambiare contratto a prescindere dal consenso del precedente datore di lavoro. Sebbene il gran parlare intorno a temi come la necessità di diversificare la propria economia, di rafforzare settori come finanza, turismo, industria e di una politica meno discriminatoria verso i lavoratori non bahrainiti, Manama ha continuato ad attuare un atteggiamento conservatore e a dipendere sempre e solo sulle sue risorse petrolifere e impoverendo il proprio tessuto produttivo.

Da tempo il governo sta studiando nuovi modelli di diversificazione economica puntando, soprattutto, sullo sviluppo di un settore privato nazionale, sui servizi e sui derivati petroliferi, nonché favorendo un processo di “bahrainizzazione” – seguendo un po’ l'esempio saudita in termini di mercato dei lavoratori – attraverso l’introduzione di incentivi per le imprese che assumono lavoratori bahreiniti per far fronte al problema della disoccupazione nazionale. In particolare quest’ultimo dato – che ha toccato il 15%, mentre  quella giovanile ha raggiunto i 20,12 punti percentuali (fonte CIA World Factbook) – insieme all’aumento del tasso di inflazione al 2,2% hanno costretto il governo a mantenere alta la spesa pubblica nel tentativo di sedare le rivolte e di contenere il malcontento popolare. Il governo però auspica che una riforma della scena politico-istituzionale possa garantire una maggiore crescita del settore privato e favorire una nutrita penetrazione di investitori privati esteri, rafforzare la fiducia dei consumatori e, quindi, rilanciare l'economia.

Conclusioni: un incerto futuro per il Bahrain

Le poche misure finora adottate hanno lasciato scoperti i molti nodi delle disuguaglianze politiche ed economiche del Bahrain, come testimoniano appunto l’intensificarsi degli scontri di questi giorni tra i manifestanti sciiti e le forze di sicurezza. Il risultato è stato, dunque, l'empowerment delle voci di dissenso e la marginalizzazione della politica a favore di un irrigidimento del regime intorno a pochi tocchi di maquillage atti a dare una parvenza di cambiamento. Fino a quando Manama non promuoverà delle riforme concrete e un vero processo di riconciliazione nazionale, il rischio è che la polarizzazione della protesta potrà generare un conflitto congelato sulle rispettive posizioni che durerà per molti anni.

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