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Weekly Analyses – 24/2008

Zimbabwe: la vittoria di Mugabe - Colombia: il referedum di Uribe e la possibile illegittimità della propria elezione - Corea del Nord: passi avanti nella questione nucleare - Unione Europea: il 1 luglio al via la presidenza francese - Iran: missili puntati su Israele

Equilibri.net (30 giugno 2008)

Zimbabwe: la vittoria di Mugabe



A seguito del ritiro di Morgan Tsvangirai, candidato favorito alle presidenziali dopo aver vinto il primo turno elettorale con il 47,9% dei voti, la Commissione Elettorale dello Zimbabwe (ZEC) ha annunciato la netta vittoria del Presidente uscente Robert Mugabe. Smentita l’ipotesi di un negoziato per la formazione di un governo misto di transizione, soluzione ventilata dalle frange moderate del Fronte patriottico, a pochi giorni dalle elezioni Tsvangirai ha ritirato la sua candidatura, denunciando la sistematica campagna di intimidazione messa in atto dallo ZANU-PF e non partecipando al ballottaggio del 27 giugno. Le Nazioni Unite e l’UE non considerano legittime le elezioni.

Il deterioramento democratico della situazione e l’assenza di osservatori internazionali indipendenti hanno reso una farsa lo svolgimento delle consultazioni, confermando il fallimento della mediazione sudafricana su mandato della Comunità per lo sviluppo dell’Africa meridionale (SADC). Si deve tuttavia segnalare il nuovo atteggiamento dei Paesi della regione, sempre più critici nei confronti di Mugabe, che nel corso del vertice straordinario della Commissione di sicurezza della SADC avevano chiesto la posticipazione delle votazioni e condannato la condotta dello ZANU-PF, alle cui scelte politiche sono attribuite le responsabilità della crisi economica e sociale in cui versa il Paese. Alla critica regionale si somma il sempre più pressante dissenso internazionale: dall’amministrazione Bush, intenzionata a portare la questione dinanzi al Consiglio di Sicurezza ONU, alla presa di posizione di Ban Ki Moon, che ha caldeggiato un colloquio diretto tra Mugabe e Tsvangirai; dall’UE, che ha annunciato maggiori sanzioni, al premier keniota Odinga, a favore di un intervento delle forze di pace dell’Unione Africana (UA).

Quello che il vincitore del primo round elettorale invoca ormai da tempo è un intervento delle Nazioni Unite o preferibilmente della SADC su mandato dell’UA. Il vertice UA che si apre oggi a Sharm el Sheikh rappresenta quindi per entrambe le organizzazioni regionali un valido banco di prova per la valutazione della loro effettività e una conferma quasi obbligata della loro volontà di perseguire il rispetto dei diritti umani, della democrazia e dello stato di diritto nel continente. L’UA è chiamata a condannare la mancanza di legittimità del Presidente Mugabe ed intervenire per organizzare elezioni libere e democratiche.

Massimo Corsini

Colombia: il referedum di Uribe e la possibile illegittimità della propria elezione

Il presidente colombiano Uribe, dopo che la corte suprema del paese ha aperto delle indagini riguardo alla legalità della riforma costituzionale che ha consentito la sua rielezione, ha deciso di indire un referendum per confermare la propria posizione di Presidente. L'indagine segue la condanna di un membro del Congresso che aveva votato per la riforma dopo che membri del governo avevano promesso posti di lavoro ai suoi sostenitori.

Con il referendum Uribe intende superare ogni possibile risultato delle indagini legittimando la propria carica sulla base dell'ampio supporto popolare di cui è accreditato. Vi sono inoltre timori che il Presidente colombiano voglia utilizzare un proprio successo nel referendum per spingere ulteriori riforme che gli possano consentire di ricandidarsi per la terza volta nelle elezioni presidenziali. Le indagini e il referendum investono inoltre i rapporti con gli alleati statunitensi, infatti Uribe viene ritenuto da parte repubblicana alleato fondamentale nella lotta al narcotraffico e nel contenimento dei movimenti bolivariani che negli ultimi anni hanno avuto successo in vari paesi sudamericani, mentre i democratici criticano i suoi metodi ritenendo che egli, al fine di combattere le FARC, abbia sacrificato il progresso nel rispetto dei diritti umani e per questo stanno bloccando l'approvazione di un trattato di libero scambio tra Colombia e USA.

Uribe quindi corre il rischio, sebbene sia probabile una propria vittoria nel referendum, di alienarsi il favore degli USA. Infatti l'aver indetto il referendum nel tentativo di cautelarsi per cercare di rimanere in carica anche dopo una eventuale risoluzione negativa della Corte Suprema, aumenta il timore che egli non sia disposto a lasciar scadere il proprio mandato presidenziale e che quindi intenda sfruttare il supporto popolare, anche contro le istituzioni colombiane. Questa decisione inoltre influenza negativamente il clima politico interno al paese sudamericano, aumentando il livello di scontro con le opposizioni e rischiando di spingere le frange estremiste vicine ad Uribe a violenze contro l'opposizione.

Stefano Tettamanti

Corea del Nord: passi avanti nella questione nucleare

Il 26 giugno il regime di Pyongyang ha consegnato un resoconto sulle proprie attività nucleari e il giorno seguente la torre di raffreddamento dell'impianto nucleare di Yongbyon è stata demolita con un'esplosione in diretta televisiva. In risposta il governo degli Stati Uniti ha allentato le sanzioni e ha cancellato la Corea del Nord dalla lista degli stati che sponsorizzano il terrorismo. Si tratta senza dubbio di passi molto importanti nella direzione della risoluzione della questione nucleare e della normalizzazione dei rapporti tra Pyongyang e la comunità internazionale, ma l'elevato valore simbolico degli avvenimenti degli ultimi giorni non deve lasciare credere che il processo avviato sia finalmente destinato a proseguire senza intoppi. Gli ostacoli da superare sono ancora molti e l'atteggiamento della Corea del Nord, incline a nascondere informazioni e a guadagnare tempo, non pare mutato.

Per prima cosa bisogna tenere presente che la demolizione della torre di raffreddamento di Yognbyon elimina la possibilità da parte della Corea del Nord di riprendere la produzione di plutonio, ma non tocca in alcun modo le eventuali capacità di arricchimento dell'uranio (egualmente impiegabile come materiale fissile per la produzione di armi nucleari) che Pyongyang è fortemente sospettata di aver sviluppato in segreto. Inoltre la dichiarazione sulle attività nucleari rilasciata dal governo nordcoreano risulta ancora incompleta poiché non indica quante armi nucleari sarebbero in possesso della Corea del Nord e non fornisce alcun dettaglio sulla presunta attività di proliferazione nucleare verso Siria e altri eventuali clienti. Resta anche da verificare la veridicità della dichiarazione di Pyongyang, secondo la quale con il reattore di Yongbyon sarebbero stati prodotti 30 kg di plutonio, mentre secondo alcune stime dovrebbero essere circa 50. Dall'altra parte, gli Stati Uniti mantengono ancora intatti i maggiori strumenti di pressione economica e finanziaria nei confronti della Corea del Nord e l'amministrazione Bush è ancora lontana dal dichiararsi pienamente soddisfatta. L'atteggiamento nordcoreano non sembra essere mutato ed è prevedibile che tutti i successivi passi nel processo di denuclearizzazione saranno condotti con grande fatica e influenzati da numerosi fattori, come le elezioni negli Stati Uniti e la situazione interna in Corea del Nord. Non pare, ad esempio, un caso che la distruzione della torre di Yongbyon sia avvenuta in un momento in cui la Corea del Nord sta attraversando una gravissima carestia, tale da rendere essenziale per Pyongyang cogliere l'occasione degli aiuti alimentari offerti dagli Stati Uniti (la prima nave con 38.000 tonnellate di cibo è arrivata già il 29 giugno). Gli avvenimenti degli ultimi giorni rimangono, comunque, un ottimo risultato della diplomazia e alimentano le speranze che il processo di denuclearizzazione possa essere concluso con successo. Il prossimo incontro nell'ambito dei Colloqui a Sei è fissato per il 7 luglio e sarà focalizzato sui metodi da adottare per verificare la veridicità della dichiarazione di Pyongyang sulle proprie attività nucleari.

Desk Asia e Pacifico

Unione Europea: il 1 luglio al via la presidenza francese

Un’Europa ancora scossa dal no irlandese al Trattato di Lisbona si appresta ad inaugurare la presidenza di Nicolas Sarkozy. Il leader francese ha dichiarato di voler caratterizzare i propri sei mesi da leader dell’Unione attraverso una serie di riforme che dovrebbero concentrarsi su alcuni punti cardine tra cui difesa, energia, sicurezza ed immigrazione. I suoi progetti rischiano però di venir ridimensionati dalla necessità di trovare una via di uscita allo stallo istituzionale frutto del no irlandese.

Nonostante il segnale negativo proveniente da Dublino, alcuni punti messi all’ordine del giorno da Sarkozy potrebbero trovare un ampio consenso all’interno dei paesi membri. Per esempio per la questione immigrazione. In numerosi paesi europei sono infatti diventate maggioritarie le voci di coloro che chiedono politiche maggiormente restrittive sulla scia di quanto proposto da Parigi. È questo il caso della Spagna e dell’Italia, maggiormente interessate dai flussi migratori provenienti dal nord Africa, come dei paesi dell’est europeo sempre più sensibili al problema. Un altro dossier che dovrebbe produrre risultati positivi è quello legato all’energia. La necessità per l’Unione di dotarsi di una politica comune che le consenta di diversificare le fonti di approvvigionamento, a fronte del continuo aumento del prezzo del petrolio, e di dare una maggiore attenzione agli aspetti ambientali non è più procrastinabile. Nonostante ciò, però, resta difficile immaginare che le proposte di Sarkozy, come quella di dare maggior peso al nucleare, possano trovare accoglimento nella maggioranza dei paesi comunitari. Dal punto di vista delle politiche legate alla difesa Sarkozy ha, invece, imposto un sensibile cambio di rotta alle tradizioni del proprio paese proponendo di reintegrarlo nella NATO sperando poi di poter influire su una serie di cambiamenti all’interno della politica di difesa europea. Un progetto questo reso, però, difficile dal no irlandese e dalla necessità di raggiungere l’unanimità tra i paesi membri.

La futura presidenza francese dell’Unione sembra destinata a connotarsi come il tentativo di Parigi di imporre un’accelerazione sulle questioni che maggiormente avranno rilievo per il paese transalpino. Puntare sull’energia nucleare consentirebbe alle aziende francesi di godere di numerosi benefici. Allo stesso modo una nuova cornice normativa per la questione immigrazione rappresenterebbe un importante successo per l’amministrazione Sarkozy. La stessa riforma della PAC (Politica Agricola Comune) difficilmente potrà trovare applicazione visto che gli agricoltori francesi sono i maggiori beneficiari dell’attuale sistema di regole. Tale riforma non è tuttavia meno urgente delle altre finora elencate anche a fronte della crisi alimentare che ha interessato numerosi paesi a fronte dell’aumento dei prodotti agricoli.

Felice Di Leo

Iran: missili puntati su Israele

Continuano insistenti le notizie secondo le quali Teheran abbia in campo batterie missilistiche pronte a colpire Israele qualora si verificasse un attacco israeliano alle postazioni nucleari iraniane. Si tratta da mesi di una vera e propria guerra dell'informazione su dati non certi e su un potenziale militare ancora non accertato. Ciò di cui oggi siamo certi è che alla fine di settembre arriveranno in Iran dalla Russia il materiale radioattivo arricchito per le centrali nucleari (senza sapere esattamente quali) e le batterie antimissile Tor-M1. La combinazione di questi due elementi potrebbero indurre ad un'azione militare nel prossimo autunno.

Tuttavia, in un contesto mediorientale sempre molto fluido e denso di trattative politiche su questioni quali la Palestina ed il Libano, la decisione iraniana di ottenere la tecnologia nucleare si rivela sempre più come la chiave di accesso principale alle trattative di carattere politico per un'influenza regionale. Sia in Libano sia nel conflitto israelo-palestinese l'Iran non ha alcuna voce in capitolo diretta e l'ottenimento della tecnologia nucleare (e potenzialmente anche l'arma atomica) permetterebbe a Teheran di entrare tra le potenze regionali.

L'isolamento politico iraniano nel contesto locale ed internazionale necessita di un cambio di politica che allo stesso tempo non mini dall'interno la struttura politico-religiosa garantita dalla Rivoluzione del 1979 che ha portato il clero sciita al vertice del potere. Infatti, con il passare degli anni e delle tensioni internazionali e di conseguenza dell'isolamento del paese, ciò che verrebbe messo a rischio è proprio la sopravvivenza del regime così come è strutturato oggi. Un ingresso nello scenario regionale e di conseguenza internazionale dell'Iran sotto il profilo militare consentirebbe al paese di mantenere l'unità istituzionale e di riaprire la sua economia al mondo.

Desk Medio Oriente
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