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Weekly Analyses – 23/2008

Ciad: le accuse al Sudan per gli attacchi e la tensione con la missione Eufor - Stati Uniti: la missione in Afghanistan e il peggioramento dei rapporti con il Pakistan - Unione Europea: prospettive dopo il no irlandese al Trattato di Lisbona - Siria: l’IAEA ispeziona i siti sospettati di ospitare il programma nucleare

Equilibri.net (23 giugno 2008)

Ciad: le accuse al Sudan per gli attacchi e la tensione con la missione Eufor

Il Presidente del Ciad, Idriss Deby Itno, ha apertamente accusato il Sudan di aver armato i ribelli che, nei giorni scorsi, hanno ripreso in maniera massiccia a combattere contro i militari dell’esercito, nella zona est del paese. Khartoum, che ha escluso ogni coinvolgimento nell’iniziativa bellica, sarebbe – secondo quanto dichiarato dallo stesso Deby – alla regia di un complotto internazionale per riportare il Ciad agli anni bui della guerra civile. Le Nazioni Unite hanno duramente condannato gli attacchi, che allontanano la strada del dialogo.

Intanto la Francia, con il ministro degli Affari esteri Bernard Kouchner, ha dichiarato che non è “intervenuta e non interverrà” in futuro nella guerriglia in atto in Ciad. Un cambiamento di strategia diplomatica e militare rispetto al sostegno offerto durante l’assedio alla capitale N’Djamena, lo scorso febbraio. La principale paura dell’uomo forte di N’Djamena è quella di perdere la sua posizione di potere, in uno scenario che vede il destino del proprio paese sempre più legato all’aggravarsi del conflitto in atto nella regione sudanese del Darfur. I ribelli sembrano intenzionati a intensificare la loro strategia di attacco per indebolire il presidente, ritenuto il principale nemico del dialogo. Ritengono che la linea dura sia l’unica opzione possibile che possa consentire loro di raggiungere risultati concreti.

L’inasprirsi delle violenze ha portato Deby a criticare duramente l’operato del contingente di pace Eufor, che agisce su mandato delle Nazioni Unite: “hanno chiuso gli occhi”, ha tuonato il presidente del Ciad. Accuse che sono state in qualche modo depotenziate dal capo della diplomazia europea, Javier Solana, che ha voluto collocarle nel difficile contesto temporale in cui sono state espresse. Deby avrebbe in qualche modo richiesto una sorta di violazione della neutralità a cui le forze di pace sono chiamate per loro stessa definizione a ispirarsi; schierarsi a difesa dell’esercito, avrebbe rappresentato un grave precedente che avrebbe snaturato le ragioni stesse della missione.

Sergio Porcu

Stati Uniti: la missione in Afghanistan e il peggioramento dei rapporti con il Pakistan

Secondo le stime presentate dal Dipartimento della Difesa statunitense nel mese di giugno sarebbero 451 i soldati statunitensi caduti in Afghanistan dall’inizio della missione Enduring Freedom nel 2001. Di questi sarebbero 314 i morti in missioni contro le milizie talebane mentre al computo totale sarebbero da aggiungere 65 caduti nel corso di missioni antiterrorismo.

Da alcuni rapporti statunitensi si è appreso che le difficoltà delle truppe in Afghanistan sarebbero dovute alle infiltrazioni di Talebani tra le fila delle unità pakistane che presidiano la frontiera tra i due Stati. Secondo i comandi della NATO nel paese, negli ultimi dodici mesi, si sarebbe assistito ad un incremento degli incidenti nelle zone di confine e alcuni documenti riferirebbero infatti di truppe di frontiera pakistane coinvolte negli scontri contro l’esercito afghano. Secondo gli analisti militari sarebbero attive cellule ostili tra gli effettivi impegnati nel controllo della frontiera pakistana, pronte a partecipare attivamente agli attacchi contro gli effettivi afghani e i militari della forza ISAF impegnati nelle zone al confine col Pakistan. I recenti attacchi a colpi di mortaio provenienti dai territori di confine e il coinvolgimento di truppe pakistane negli scontri vicino alla frontiera potrebbero inasprire i già difficili rapporti diplomatici tra Washington ed Islamabad, peggiorati a seguito di un raid dell’aviazione statunitense in cui sono stati uccisi alcuni soldati pakistani.

Gli Stati Uniti saranno impegnati nel prossimo biennio a guidare i piani di ricostruzione del paese devastato dalla guerra alle milizie talebane. Il Segretario di Stato Condoleezza Rice ha infatti reso noto alla vigilia della Conferenza dei paesi donatori per l’Afghanistan che il contributo di Washington per la ricostruzione raggiungerà i 10 miliardi di dollari. La Rice ha sottolineato che aiuti così ingenti sono un segnale di come gli Stati Uniti siano impegnati per la sicurezza e la prosperità dei cittadini afghani e per il funzionamento del Governo di Kabul. Le dichiarazioni del Segretario di Stato sembrano essere un chiaro monito a Islamabad, volto a sottolineare l’importanza che avrebbe per Washington una stabilizzazione della situazione in Afghanistan. Non sono quindi da escludersi ulteriori peggioramenti nelle relazioni tra gli Stati Uniti e il Pakistan nel caso in cui non si giunga in tempi brevi ad una diminuzione degli attacchi alle truppe afghane e della coalizione provenienti dalle regioni pakistane al confine con l’Afghanistan.

Simone Comi

Nepal: i maoisti lasciano il tavolo del dialogo e minacciano di ricorrere alla "lotta di popolo"

Domenica scorsa il Partito Comunista del Nepal - Maoista (CPN-M) ha lasciato il tavolo di negoziazione che riunisce i sette partiti del paese e ha minacciato di ricorrere alla lotta di popolo. Il CPN-M ha accusato il partito del Congresso Nepalese (NC) di ritardare intenzionalmente la formazione di un nuovo governo per mantenere in carica quanto più tempo possibile l'attuale esecutivo guidato dal primo ministo Girija Prasad Koirala. Il punto sul quale il CPN-M ha deciso di abbandonare le negoziazioni riguarda la richiesta avanzata dal NC per la presenza di un esponente dell'opposizione nel Consiglio di Sicurezza (CS) nazionale. Secondo il CPN-M l'inserimento di un leader dell'opposizione nel CS comporterebbe dei problemi di funzionalità del consiglio stesso e, dunque, metterebbe a rischio la sicurezza nazionale. Il NC ritiene invece che l'opposizione debba partecipare al CS, almeno finché è in vigore la Costituzione ad Interim, soprattutto considerato il fatto che, in base al risultato delle elezioni, con il nuovo governo il CPN-M controllerà sia il vertice dell'Esercito Nepalese, sia, ovviamente, quello dell'Esercito di Liberazione del Popolo (il potente braccio armato dello stesso CPN-M).

L'abbandono dei negoziati da parte del CPN-M segna un passo in dietro rispetto all'incontro di giovedì scorso tra CPN-M, NC e Partito Comunista del Nepal - Unificato Marxista-Leninista (CPN-UML), cioè le tre principali formazioni poitiche del paese, dove era stato raggiunto il consenso per l'integrazione delle milizie maoiste nell'esercito e per un importante emendamento alla Costituzione ad Interim riguardo alla formazione del governo. Quest'ultimo, se approvato, consentirà la formazione e lo scioglimento dell'esecutivo con la maggioranza semplice, anziché con con la maggioranza di due terzi.Riguardo alle forze armate, i tre partiti si erano accordati per formare un comitato speciale per preparare un piano dettagliato per l'integrazione dell'Esercito Nepalese con l'Esercito di Liberazione del Popolo. Secondo l'accordo i soldati maoisti dovrebbero entrare a far parte dell'Esercito Nepalese individualmente dopo aver superato una prova attitudinale standard, mentre a coloro che non entreranno nell'Esercito nazionale dovrebbero essere offerte altre opprtunità d'impiego.

Una data per la ripresa dei colloqui non è stata ancora fissata ma, nonostante le minacce di riprendere la lotta popolare, è difficile ipotizzare che il CPN-M lasci realmente cadere l'opportunità di prendere il potere senza ricorrere alla violenza. È dunque probabile che dopo un periodo di sospensione i colloqui riprendano e che il NC debba abbandonare la propria idea di vedere Girija Prasad Koirala diventare il primo presidente della Repubblica del Nepal. CPN-M e CPN-UML hanno infatti già raggiunto un accordo sul nome del nuovo premier che, secondo fonti non confermate, sarebbe l'ex Ministro degli Esteri, signora Sahana Pradhan, dell'CPN-UML.

Desk Asia e Pacifico

Unione Europea: prospettive dopo il no irlandese al Trattato di Lisbona

L’ultimo vertice europeo, sotto la presidenza slovena, è stato dominato dalle reazioni e dalle critiche relative al risultato del referendum irlandese che ha bocciato il trattato di Lisbona e riproposto la crisi istituzionale palesatasi con il no francese ed olandese al progetto di costituzione europea. Il compromesso al ribasso rispetto ai principi contenuti nella costituzione avrebbe, infatti, dovuto consentire all’Unione di superare l’impasse istituzionale evitando che eventuali consultazioni popolari ne bloccassero ulteriormente il cammino.

Dal vertice non è, però, emersa una risposta valida al come uscire dalla nuova crisi e i leader europei si sono limitati a sostenere come il no irlandese rappresenti un grave incidente di percorso che non dovrà tuttavia inficiare le ratifiche degli altri 26 paesi. A processo terminato, infatti, si potrebbe riproporre al popolo irlandese, la costituzione del paese prevede infatti che sia un referendum a ratificare i trattati comunitari, un nuovo testo che tenga conto delle questioni emerse durante l’ultima consultazione. Del resto non si tratterebbe della prima volta che tale procedura viene messa in pratica. In tal senso un aiuto è giunto dalla camera dei Lord britannica che ha ratificato il trattato, attualmente sono solo sette paesi a non averlo ancora ratificato.

La nuova crisi istituzionale potrebbe nondimeno rischiare di paralizzare ulteriormente l’Unione Europea e indebolire il prossimo semestre di presidenza francese, che secondo Sarkozy avrebbe dovuto concentrarsi su quattro temi principali: immigrazione, clima, energia e difesa. Quest’ultimo tema resta peraltro controverso anche all’interno dei confini francesi e rischia di indebolire l’azione comunitaria del presidente. Inoltre, la stessa dichiarazione del presidente francese di non voler procedere ad ulteriori allargamenti a fronte della mancata risoluzione dei problemi istituzionali mette in luce quello che da molti è definito il peccato originale dell’Unione che ha allargato i suoi confini prima di rafforzare il proprio quadro istituzionale. Resta infatti difficile credere che sia possibile procedere con il processo di integrazione in un’unione con 27 paesi senza che si verifichi un’inversione di tendenza rispetto alla situazione attuale. Una soluzione sarebbe quella di procedere sulla base di cooperazioni rafforzate tra gruppi di paesi “volenterosi”, paradossalmente soltanto un’Europa a doppia velocità potrebbe consentire di proseguire nel processo di integrazione.

Felice Di Leo

Siria: l’IAEA ispeziona i siti sospettati di ospitare il programma nucleare

La missione, guidata dal capo-ispettore finlandese Olli Heinonen, è arrivata a Damasco domenica e durerà tre giorni. Lo scopo è quello di visitare alcune strutture sospettate di servire per la messa a punto di un programma nucleare. La vicenda si ricollega direttamente al bombardamento effettuato dalle Forze Aeree israeliane (IAF) nel settembre scorso. In quell’occasione, sebbene non vi fu nessuna conferma da una parte e dall’altra, Israele rase al suolo un edificio che, secondo alcune fonti, era parte di un progetto per l’avvio di un programma nucleare siriano, con il supporto di tecnologia da parte della Corea del Nord.

Due mesi fa gli Stati Uniti dichiararono ufficialmente di essere in possesso di informazioni che davano per certo lo scopo nucleare della struttura. L’IAEA non ha approvato l’azione israeliana, commessa probabilmente con il beneplacito di Washington, sostenendo che se le accuse fossero state fondate, l’IAEA avrebbe dovuto essere informata in modo da poter verificare. In questo modo, invece, le uniche prove del piano nucleare consisterebbero nelle immagini satellitari fornite dagli Stati Uniti. Il Presidente siriano Bashar al-Assad ha negato qualsiasi accusa mossa a Damasco, non opponendosi alle ispezioni dell’IAEA.

In questo modo la Siria, che tra l’altro ha aderito al Trattato di non proliferazione (TNP), mostra nuovamente un atteggiamento costruttivo e aperto alla collaborazione con la Comunità Internazionale. Ciò rientra in un quadro più ampio che vede Damasco coinvolta in trattative a tutto campo, dai colloqui con Israele (con la mediazione della Turchia), alla stabilizzazione del Libano, fino alla recente tregua firmata da Hamas ed Israele. Damasco potrebbe parzialmente prendere le distanze dalle posizioni intransigenti dell’Iran ed essere coinvolta a pieno titolo nel processo di pacificazione del Medio Oriente. Un segnale della fine dell’isolamento siriano arriva anche dalla Francia, il cui Presidente Sarkozy, in questi giorni in visita ufficiale in Medio Oriente, ha dichiarato che il coinvolgimento siriano è imprescindibile per qualsiasi trattativa nell’area.

Stefano Torelli
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