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Weekly Analyses – 38/2007

Sudan: il ritiro dal governo del Sudan People’s Liberation Movement - Stati Uniti: tensioni nei rapporti con la Turchia - Cina: al via il XVII Congresso del Partito Comunista - Unione Europea: verso la diversificazione energetica attraverso il Mar Nero - Israele: proseguono i colloqui con i palestinesi in vista della conferenza di novembre

Equilibri.net (15 ottobre 2007)

Sudan: il ritiro dal governo del Sudan People’s Liberation Movement

Lo scorso giovedì 11 ottobre il braccio politico della ex fazione ribelle del Sudan meridionale, il Sudan People’s Liberation Movemennt, ha ritirato dal Governo di Unità Nazionale (GoNU) la totalità dei suoi ministri e consiglieri. Il segretario generale dell’SPLM ha dichiarato che non torneranno al lavoro fino a quando alcune questioni controverse non verranno risolte.Gli ormai ex-ribelli hanno motivato il loro ritiro con l’intenzione di fare pressione sul National Congress Party (NCP), il partito del presidente Omar Hassan al-Bashir. I motivi della rottura riguardano i ritardi nell’applicazione del trattato di pace, in particolare il fallimento del principio di condivisione che doveva reggere il governo, il mancato ritiro delle truppe della Sudanese Armed Force (SAF) dal sud del paese e la mancata implementazione di un protocollo sulla zona di Abyei, ricca di petrolio, oltre a numerose violazioni dei diritti umani..

Le accuse implicite che il gesto compiuto dall’SPLM muove al governo, e quindi più o meno direttamente all’NCP e al presidente al-Bashir, sono di aver rinunciato ai cambiamenti politici che avevano accettato di sottoscrivere nel trattato, tra cui primariamente la condivisione del potere. La mossa dell’SPLM risulta ancor più eclatante in quanto si verifica in un momento delicato per il presidente sudanese, vale a dire a poco più di due settimane dagli incontri che si dovranno tenere in Libia riguardanti la situazione in Darfur. Il gesto è ugualmente indirizzato verso la comunità internazionale. Infatti dalla firma del CPA l’attenzione di quest’ultima è andata a concentrarsi sulla situazione della zona del Darfur, a discapito delle procedure di follow up dell’accordo di pace tra nord e sud. “Era tempo per un segnale di allarme” ha dichiarato Yasir Aman, portavoce del SPLM, aggiungendo però che il leader del partito, Salva Kiir Mayardit, che è altresì presidente del Sud Sudan e vice presidente del governo nazionale, resterà al suo posto, poiché un suo eventuale abbandono costituirebbe un provvedimento eccessivamente drastico.

Dall’NCP non sono giunti commenti, resta però il fatto che la mossa del partito guidato da Kiir arriva in un momento in cui tutti gli occhi sono puntati sul presidente sudanese. I membri dell’SPLM hanno dichiarato che il loro ritiro non influenzerà i colloqui di pace di fine mese. Le Nazioni Unite hanno manifestato dei timori in proposito, anche se non la probabilità di una rottura della pace tanto faticosamente raggiunta, che nessuna delle due parti ha interesse a rompere per prima, non viene considerata imminente. Resta inoltre da vedere se l’impatto sulla comunità internazionale avrà i positivi effetti desiderati e in che misura l’NCP se ne lascerà influenzare.

Anita Boselli

Stati Uniti: tensioni nei rapporti con la Turchia

Forti tensioni diplomatiche si sono accese tra Stati Uniti e Turchia dopo che la Camera dei Rappresentanti statunitense ha approvato una risoluzione in cui viene definito genocidio il massacro del popolo armeno nel 1915 ad opera dell'Impero Ottomano. Il voto della Camera rischia di avere pesanti ripercussioni sui rapporti tra gli Stati Uniti e la Turchia e a nulla sono valse le dichiarazioni rilasciate dal presidente Bush all’approssimarsi della data dell’approvazione della risoluzione in cui si invitavano i Deputati statunitensi a non mettere in crisi un’alleanza forte e duratura con uno dei membri chiave della Nato. Anche da Ankara erano arrivati inviti a non commettere un errore che il consigliere del premier turco Erdogan, Egemen Bagis, ha definito non solo grave ma pericoloso per il futuro delle relazioni tra i due Stati.

Preoccupazione avevano espresso prima del voto della Camera anche il Segretario di Stato americano Condoleezza Rice e il Ministro della Difesa Robert Gates poiché temevano che difficoltà nei rapporti tra i due paesi avrebbero potuto portare problemi al sorvolo dello spazio aereo turco degli aerei da trasporto dell’esercito americano diretti verso l’Iraq. Il 70% dei voli diretti in Iraq attraversa lo spazio aereo sopra la Turchia e la decisione di Ankara di bloccare il permesso di sorvolo fino alla risoluzione della crisi potrebbe portare ad un parziale blocco dei rifornimenti dell’esercito in Iraq, con sensibili ripercussioni sull’andamento delle operazioni nel paese.La Turchia ha richiamato l’ambasciatore a Washington per consultazioni e le dichiarazioni del neo-presidente turco Gul, che definisce inaccettabile la risoluzione americana, non sembrano lasciar presagire nulla di ottimistico. In questa settimana il Parlamento turco approverà una mozione che autorizza l’esercito a compiere una vasta incursione nella regione del Kurdistan iracheno e si pensa che Ankara possa negare agli Stati Uniti l’utilizzo della base aerea di Incirlik, avamposto per l’esercito americano verso i territori iracheni e afghani.

Le tensioni diplomatiche tra Washington e Ankara sono destinate a riflettersi sulla situazione di tutto il Medio Oriente e le incursioni turche nel Nord dell'Iraq potrebbero portare ulteriore instabilità in un paese già martoriato da attentati e combattimenti. Come conseguenza di questa situazione potrebbe verificarsi un rafforzamento dei rapporti tra la Turchia e i paesi del Mediterraneo e del Medio Oriente, Rough States compresi, anche se difficilmente Washington vorrà perdere un alleato strategicamente fondamentale e militarmente forte che possa assicurare appoggio logistico e politico per il controllo dei territori mediorientali.

Simone Comi

Cina: al via il XVII Congresso del Partito Comunista

L’evento da tempo atteso è dunque arrivato. Oggi, lunedì 15 ottobre, si apre ufficialmente il XVII Congresso Nazionale del Partito Comunista Cinese, quello che dovrebbe dare il via alla tanto annunciata “società armoniosa” di Hu Jintao.Al quinquennale incontro (l’ultimo si tenne nel novembre del 2002) prenderanno parte 2.217 membri del Partito comunista provenienti da tutti i livelli dirigenziali del partito, i quali come sempre avranno due importanti mansioni da svolgere: valutare il lavoro dei cinque anni precedenti e impostare le priorità dei prossimi cinque; eleggere il nuovo Comitato Centrale.

Il primo compito, quello valutativo, è in realtà solo un pro-forma. Al Congresso Nazionale sarà infatti presentato da Hu Jintao un dossier già abbondantemente esaminato e ritoccato da parte dei membri del partito (a tutti i livelli) durante il corso dell’anno precedente. Più che altro sarà importante vedere se e come gli oltre 2.000 membri agiranno sulla costituzione del partito, ossia se verranno ufficialmente introdotte due delle più importanti diciture promosse in questi ultimi anni dallo staff di Hu Jintao: la costruzione della Società Armoniosa e il concetto dello Sviluppo Scientifico della stessa. La costituzione del Partito Comunista Cinese può essere infatti revisionata in questa occasione; la teoria di Hu potrà dunque essere affiancata al “Marxismo-Leninismo Mao Zedong pensiero”, al “Socialismo con caratteristiche cinesi” di Deng Xiaoping e alla “Teoria delle Tre Rappresentanze” di Jiang Zemin.

Ciò che più conta è però il secondo aspetto del meeting cinese: l’elezione del nuovo Comitato Centrale del Politburo. Il nucleo di potere del Paese è infatti racchiuso all’interno di tale comitato, che a partire dal 1992 è composto da circa 20-25 membri a partire dal 1992, il quale al termine del Congresso si riunirà nel suo primo Plenum al fine di nominare i membri che faranno parte del Comitato Permanente.Non sarà naturalmente una riscrittura totale; se verranno rispettati i passi compiuti nelle precedenti edizioni, si tratterà semplicemente di sostituire alcuni elementi: nello specifico Huang Ju (deceduto), Chen Liangyu (prima sospeso poi espulso dal partito per corruzione), Luo Gan e Cao Gangchuan (per limiti di età); tuttavia tali membri potrebbero non essere gli unici a dover cedere il seggio.Dalle fila del nuovo Comitato Centrale potrà infine spiccare il nome di colui che, nel 2012, prenderà il posto dell’attuale leader. Alcune indiscrezioni parlano dei “due Li” (Li Keqiang e Li Yuanchao), i quali hanno tutte le caratteristiche per assurgere alla carica. Alla fine della settimana, quando sarà ufficialmente presentata la lista dei componenti del Comitato Centrale, si potrà forse già fare qualche previsione.

Luca Alfieri

Unione Europea: verso la diversificazione energetica attraverso il Mar Nero

Al Summit sull’Energia del 10-11 Ottobre a Vilnius i Presidenti di Lituania, Polonia, Ucraina, Georgia e Azerbaijan hanno chiamato la UE a un’azione più coesa. A riprova della propria determinazione, i cinque hanno firmato un accordo per realizzare un oleodotto che entro il 2011 porterà il petrolio azero fino in Polonia. Grandi assenti del Vertice sono stati il Presidente russo Putin, che ha ignorato l’invito, e la Germania. Proprio le trattative bilaterali tra i due attorno al gasdotto Nord Stream che trasporterà il gas russo in Germania attraverso il Mar Baltico hanno spinto Polonia e le tre repubbliche baltiche a riprendere l’iniziativa, di fronte a un’Europa che ancora una volta mostra scarsa unità e determinazione.

I lavori dovrebbero iniziare entro un anno. Il tratto ucraino già esistente della pipeline (Odessa-Brody) è oggi utilizzato per trasportare il petrolio russo verso il Mar Nero, in senso contrario rispetto al disegno iniziale. L’inversione del flusso e l’estensione della struttura permetteranno di avviare il petrolio azero fino al Baltico senza toccare il territorio russo: da Odessa a Brody, esso proseguirà verso Plock e Gdansk in Polonia e da qui fino al porto di Klaipeda in Lituania. La Georgia ha ora allo studio un progetto di oleodotto sottomarino che la colleghi alla costa ucraina del Mar Nero. Durante il summit è stato poi lanciato il progetto di un nuovo gasdotto (White Stream) che porterebbe il gas caspico attraverso la Georgia e il Mar Nero fino in Europa ramificandosi dal tracciato del gasdotto Baku-Tbilisi-Erzurum. Sulla costa georgiana, nella zona di Supsa, esso potrebbe prendere due strade alternative, entrambe sottomarine: verso la Crimea (650 km), ricongiungendosi al sistema ucraino e di lì (300 km) in Romania, oppure direttamente (1100 km) verso il porto romeno di Costanza. In entrambi i casi esso intersecherebbe sul fondo del Mar Nero il gasdotto Blue Stream che porta il gas russo in Turchia. Inizialmente dotato di una capacità di 8 miliardi di metri cubi annui, interamente soddisfatti dai giacimenti azeri, esso potrebbe col tempo raggiungere i 32 m3 annui, per i quali sarebbe indispensabile l’apporto del gas di Turkmenistan e Kazakistan.

Il successo di entrambi i progetti dipende dalla collaborazione dell’Azerbaijan e di questi due paesi. Da Vilnius è arrivato, nei giorni del suo 10mo anniversario, anche un messaggio di sostegno al GUAM (Georgia, Ucraina, Azerbaijan, Moldova), i cui territori hanno un ruolo chiave nei progetti di diversificazione energetica europea. Tra le priorità del GUAM vi è anche la creazione di una forza di pace multilaterale da sostituire ai contingenti militari russi stanziati nei territori separatisti (Transnistria, Ossezia del Sud e Abbazia) dei propri stati membri. Il momento sembra propizio; ma molto forte resta la consapevolezza dei molti, troppi fattori esterni di rischio da cui dipenderà il successo dei due progetti.

Elisabetta Sartorel

Israele: proseguono i colloqui con i palestinesi in vista della conferenza di novembre

I team di negoziatori israeliani e palestinesi stanno continuando a incontrarsi per stabilire i dettagli della dichiarazione che verrà fatta durante la conferenza di fine novembre ad Annapolis, negli USA. I colloqui riguardano principalmente i nodi dei confini dello stato palestinese ed israeliano, lo status di Gerusalemme e il ritorno dei profughi. In particolare entrambe le parti sembrano favorevoli a uno scambio di territori piuttosto che tornare ai confini del 1967.

Israeliani e palestinesi hanno iniziato i negoziati mirando alto, proponendo soluzioni estreme e difficilmente accettabili per poi avere maggior margine di trattativa: una modalità comune in diplomazia. Il proseguire dei colloqui sta però già mostrando un avvicinamento, con dichiarazioni concilianti su alcune questioni quali i confini e Gerusalemme. Questi punti, accuratamente evitati in passato, mostrano un'effettiva volontà delle parti di andare avanti con i negoziati. Gli eventi degli ultimi mesi e le pressioni internazionali sembrano aver convinto le rispettive leadership della necessità di fare concessioni importanti per non fermare ancora una volta l'intero processo di pace. Va notato però come elementi meno concilianti esistano da entrambe le parti: la destra israeliana ad esempio preme perché non vengano fatte promesse troppo vincolanti.

Soprattutto per Israele questo può avere un effetto sulle decisioni di Olmert, che vede alcuni dei suoi stessi ministri (Shaul Mofaz in primis) osteggiare ogni vera apertura. A questo si aggiunge la questione del ritorno dei profughi: dal punto di vista israeliano il problema riguarda un punto cardine dell'esistenza e natura dello stato ebraico, e i margini di trattativa sono estremamente ridotti.Difficile quindi che venga trovato un accordo su tutto in tempi brevi, ma è innegabile che, come dichiarano anche elementi dei team di negoziatori palestinesi, si sia più vicini a un accordo sullo stato finale di quanto non sia mai successo in passato, soprattutto se ulteriori incontri favoriranno altri avvicinamenti sui restanti nodi.

Lorenzo Nannetti
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