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Weekly Analysis: 42/2009

America Latina: l'esito delle elezioni in Uruguay e Honduras - Uganda: l’ENI allarga l’oil business e si proietta nello sviluppo dell’asset gasifero - Pakistan: Zardari sotto pressione cede il controllo dell'arsenale nucleare a Gilani - Russia: l'arrivo della Mistral a San Pietroburgo destabilizza la regione del Baltico - Libano: Hezbollah ha un peso determinante anche nel nuovo governo

Equilibri.net (30 novembre 2009)

America Latina: l'esito delle elezioni in Uruguay e Honduras

Domenica 29 novembre si sono svolte due importanti consultazioni elettorali in America Latina. In Uruguay si è tenuto il ballottaggio tra i candidati presidente José Mujica e Luis Alberto Lacalle, mentre in Honduras si sono effettuate le discusse elezioni presidenziali, dopo la deposizione del presidente legittimo Zelaya avvenuta a giugno e la mediazione fallita tra quest'ultimo e il presidente de facto Micheletti.
In Uruguay l'esito del voto ha rispecchiato le previsioni della vigilia, decretando la vittoria di José “Pepe” Mujica con il 53% circa dei suffragi, mentre il rivale Lacalle si è attestato sul 43%. Mujica, politico di vecchio corso ed ex guerrigliero nella formazione di estrema sinistra dei Tupamaros, è il candidato del partito attualmente al potere, il Frente Amplio, e prenderà il posto del presidente uscente Tabaré Vázquez. All'indomani del primo turno il mancato raggiungimento della maggioranza assoluta aveva fatto temere il FA in una possibile rimonta di Lacalle, esponente del Partido Nacional, che avrebbe potuto contare anche sui voti del terzo classificato, l'altro candidato della destra Pedro Pordaberry (Partido Colorado), ma con il passare dei giorni la vittoria di Mujica non era parsa in discussione.

L'esito del voto in Honduras ha premiato il favorito anche se il favorito dai sondaggi, il candidato dell'opposizione Porfirio Lobo (Partido Nacional), che ha vinto con il 55% dei suffragi rispetto a Elvin Santos del Partido Liberal, che si è fermato al 38%. L'affluenza alle urne è stata massiccia se paragonata alle elezioni del 2005 (61% contro il 44% di quattro anni fa) e non si sono verificati episodi di violenza o disordine. L'Organizzazione degli Stati Americani si riunirà il 4 dicembre per esaminare il corretto svolgimento delle operazioni di voto, ma la maggioranza delle nazioni americane, Brasile e Argentina in testa, hanno affermato che non riconosceranno il risultato delle elezioni. Al contrario, gli USA dovrebbero riconoscere il voto in seguito all'accordo raggiunto grazie alla loro mediazione, che tuttavia non si è realizzato concretamente.

La situazione in Uruguay è ben delineata e si può prevedere una sostanziale continuità tra il Governo di Vázquez e quello di Mujica, potendo ipotizzare uno spostamento leggermente più a sinistra dell'orientamento politico ma all'interno di un quadro democratico stabile e consolidato. Ancora confusa è invece la questione honduregna, dato che il nuovo esecutivo nascerà nell'ambito di una crisi istituzionale ancora irrisolta sia sotto il profilo interno che internazionale.

Davide Tentori

Uganda: l’ENI allarga l’oil business e si proietta nello sviluppo dell’asset gasifero

L’ENI ha acquistato dalla britannica Heritage il 50% della quota proprietaria di due blocchi petroliferi situati nel bacino del Lago Albert, sul versante ugandese, per un costo di 1,35 mld di dollari con il conseguente trasferimento delle responsabilità operative.

L’acquisizione dei due blocchi, per i quali l’ENI rinuncia all’acquisto di altri assets ugandesi da Tullow Oil, partner di Heritage, espande gli interessi petroliferi della company italiana in Africa, il cui trend evidenzia unq costante crescita nel settore petrogasifero africano. Nello specifico ENI penetra in un’area, quella dei Grandi Laghi nell’Africa centro-orientale, che rappresenta la new frontier nell’approvvigionamento di idrocarburi. Nel solo sistema geologico sedimentario del Lago Albert sono stimate risorse per un volume di almeno 1 mld di barili di petrolio equivalente. La futura sottoscrizione di un Production Sharing Agreement con le autorità ugandesi consentirebbe all’ENI di incrementare la quota operativa nell’Africa subsahariana, da cui la società italiana estrae attualmente 450 mila b/g di greggio. L’affaire petrolifero ugandese, tuttavia, contiene un secondo e più importante risvolto industriale. Tramite l’acquisizione dei due blocchi ugandesi, l’ENI rafforza la sua posizione di partner per entrare nell’estrazione gasifera della subregione dei Grandi Laghi, dove le compagnie estrattive e in particolare quelle indipendenti convogliano crescenti investimenti. Il gruppo italiano avrebbe così le potenzialità di emergere, grazie al know-how nel settore gasifero, tra i principali soggetti in grado di estrarre e convogliare risorse gasifere dalle regioni produttive africane verso i consumatori europei, in considerazione soprattutto delle necessità di una parte dell’Europa di diversificare i rifornimenti energetici nei confronti del gas proveniente dalla Russia.

L’ENI prevede di estrarre in Uganda i primi barili di petrolio entro il 2014 e di entrare in regime produttivo entro il 2016-2017 con un output i 50 mila b/g. I pozzi ugandesi, il cui sviluppo è integrato in un piano che prevede la costruzione di una pipeline e di una raffineria e la riabilitazione di una linea ferroviaria, consolidano la posizione della società italiana nella strategica divisione exploration and production. I campi petroliferi ugandesi ne proiettano i margini operativi oltre il settore petrolifero, in concorrenza con le altre majors che nel distretto gasifero africano hanno incrementato i capital assets e puntano alla distribuzione di gas in Europa.

Alessio Fabbiano

Pakistan: Zardari sotto pressione cede il controllo dell'arsenale nucleare a Gilani

Il presidente pakistano, Asif Ali Zardari, ha ceduto il potere di controllo dell'arsenale nucleare al primo ministro, Yousaf Raza Gilani. La decisione è stata ufficializzata nella serata di venerdì 27 novembre, con un decreto presidenziale in cui Zardari ha trasferito la presidenza della National Command Authority, incaricata del controllo, al primo ministro Gilani. Il trasferimento di questo potere sembra essere una conseguenza delle forti tensioni politiche che si stanno sviluppando nel paese, esplose alla vigilia della scadenza della National Reconciliation Ordinance (NRO), prevista per il 28 novembre. L'ordinanza, emanata dall'ex-presidente Pervez Musharraf nel 2008, sospendeva tutti i processi per corruzione contro i principali oppositori politici e coinvolgeva molti esponenti del Pakistan People's Party (PPP), tra cui la leader Benazir Bhutto e il marito Zardari. L'opposizione è preoccupata che il presidente possa prorogare l'ordinanza, possibilità negata dallo stesso presidente, che grazie all'immunità presidenziale potrebbe evitare il processo.Alcuni analisti sostengono che la mossa possa costituire un'anticipazione di possibili dimissioni da parte di Zardari. Per altri, invece, la decisione ha un valore puramente simbolico e può essere considerata una concessione all'opposizione, che da tempo chiede la riduzione dei poteri del presidente o le sue dimissioni. In particolare, il leader del Pakistan Muslim League-N, Nawaz Sharif, insiste sul mantenimento delle promesse elettorali, fatte dal presidente nella campagna elettorale per le elezioni presidenziali del 2008, consistenti nell'abolizione del diciassettesimo emendamento alla Costituzione, emanato da Musharraf, che prevede per il presidente il potere di sciogliere l'Assemblea Nazionale e di esonerare il primo ministro.Le tensioni politiche e la crescente impopolarità di Zardari, aumentata anche a causa delle tensioni con i militari e della difficile conduzione dell'offensiva contro i talebani nel Waziristan del sud, pongono serie preoccupazioni agli alleati occidentali, in particolare degli Stati Uniti, che da tempo chiedono l'estensione di quest'ultima. La nuova politica statunitense che prevede un maggiore impegno militare in Afghanistan potrebbe peggiorare la situazione politica pakistana.

Cristina Passeri

Russia: l'arrivo della Mistral a San Pietroburgo destabilizza la regione del Baltico

La visita in Francia del primo ministro russo Vladimir Putin dello scorso venerdi per l'incontro con la controparte francese, rappresentanta dal primo ministro François Fillon è stata anticipata dall'arrivo del 23 novembre della Mistral, l'unità d'assalto anfibia polivalente della Marine Nationale francese, appartenente all'omologa classe, nel porto di San Pietroburgo, dopo aver attraversato senza problemi la stretta nei pressi di Kronstadt, sede di uno dei due maggiori porti della Marina militare russa del Mar Baltico. La Mistral è rimasta ormeggiata nel porto di San Pietroburgo per 3 giorni e sembra che abbia intrattenuto esercitazioni navali congiunte con altre unità russe per poi riprendere altre direzioni.

Nell'ambito delle trattive commerciali tra i due paesi, alcune fonti militari attendibili hanno rivelato come la Federazione russa possa procedere all'acquisto nel prossimo futuro di almeno un'unità della classe Mistral per un costo che dovrebbe aggirarsi sui 500 milioni di euro, valutando successivamente se procedere con l'acquisizione della licenza mossa che farebbe presagire una produzione nazionale per un numero non precisato di ulteriori unità.

La Mistral, avendo un dislocamento a pieno carico di 32.300 tonnellate permette d'imbarcare circa 70 veicoli tra i quali almeno una dozzina di carri pesanti o diversamente un battaglione di 40 carri pesanti. Per quanto riguarda la componente aerea e terrestre, le configurazioni spaziano da 16 elicotteri d'attacco (tipo Tigre) o 35 elicotteri in assetto leggero oltre ad un contingente di marines variabile tra le 900 e 150 unità a seconda della tipologia di missione.

L'eventuale inseriemento di tale unità all'interno della Marina militare russa (che non dispone attualmente di unità analoghe), aumenterebbe la proiezione offensiva militare russa in diversi teatri, come ha prontamente sottolineato il comandamente Vladimir Vysotsky, permettendo il dispiegamento di una forza d'intervento rapida nel giro di pochi minuti anzichè in termini di giorni. Le reazioni degli espononenti politici degli Stati confinanti, Lettonia, Lituania de Estonia non si sono fatte attendere e manifestano una forte preoccupazione sull'eventuale conclusione di tale operazione.

Gabriele Perachini

Libano: Hezbollah ha un peso determinante anche nel nuovo governo

Il nuovo governo di unità nazionale guidato da Saad Hariri ed appena insidiatosi in Libano, ha approvato il 26 novembre una dichiarazione che riconoscerebbe al partito di opposizione sciita Hezbollah il diritto di difendere con le armi il territorio libanese. La dichiarazione recita: “E’ diritto del popolo libanese, dell’Esercito e della resistenza guidata da Hezbollah, liberare le Fattorie di Shebaa, le Colline di Kfar Shuba e la parte settentrionale del villaggio di Ghajar, così come di difendere il Libano e le sue acque territoriali da un’aggressione nemica, tramite ogni mezzo disponibile e consentito”.

Nella dichiarazione vi è un chiaro riferimento allo Stato di Israele, ma ciò che fa riflettere maggiormente è la capacità di Hezbollah, non solo di mantenere intatto il proprio arsenale, ma di ricevere una sorta di autorizzazione e riconoscimento da parte delle istituzioni libanesi, circa il proprio ruolo all’interno del Paese ed il diritto di ricorrere all’uso delle armi. Uno degli obiettivi principali della Coalizione 14 marzo, guidata dall’attuale Primo Ministro Hariri e vincitrice della maggioranza in Parlamento dopo le elezioni dello scorso giugno, era proprio quello di smantellare l’arsenale in possesso del Partito di Dio. Il fallimento in tale intento, così come la nomina di un membro di Hezbollah al Ministero degli Affari Esteri, mettono invece in evidenza il peso reale del gruppo sciita all’interno degli equilibri libanesi: un peso determinante.

Ciò è anche conseguenza diretta del reale risultato delle elezioni di giugno, che avevano confermato la presenza radicata di Hezbollah in ampie parti del Paese, soprattutto nel Sud. Uno dei rischi più concreti nel breve-medio termine, adesso, è legato alla reazione di Israele. Avendo il governo legittimato il ricorso alle armi da parte di Hezbollah ed avendo incluso membri del Partito di Dio nel gabinetto esecutivo, Israele potrebbe confrontarsi con Hezbollah come se lo stesse facendo con lo stesso Stato libanese. L’identificazione di Hezbollah con il governo di Beirut più in generale, potrebbe portare a un’escalation nel confronto tra Israele ed il Libano, che non potrebbe escludere nuovi scontri armati, come accaduto nell’estate del 2006.

Stefano Torelli
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