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Weekly Analyses: 38/2009

Sudan: presupposti di pace e di guerra; Honduras: l’intervento degli USA risolve la crisi istituzionale; Afghanistan: Karzai di nuovo presidente dopo il ritiro di Abdullah; ISAF: mesi difficili per le truppe occidentali; Turchia: migliorano i rapporti con l’Iraq del Nord curdo. Un incentivo per risolvere le controversie regionali.

Equilibri.net (02 novembre 2009)

Sudan: presupposti di pace e di guerra

Il Presidente della regione semi-autonoma del Sud Sudan, Salva Kiir, ha pubblicamente invitato la popolazione a votare per l’indipendenza nel referendum del 2011. Questa prematura indicazione di voto, ancorché attesa, si inserisce in uno scenario che tende sempre più all’instabilità nonostante la recente apertura al dialogo da parte dell’amministrazione statunitense.

L’accordo di pace del 2005 sostenuto dalla diplomazia internazionale, benché abbia portato alla cessazione di una lunga guerra civile, contiene i presupposti perché nel paese africano esploda un nuovo conflitto interno. Le rivalità identitarie tra il Nord Sudan e il Sud Sudan si saldano con gli ingenti interessi economico-commerciali legati all’estrazione del petrolio. Il controllo dei pozzi da parte di Khartoum ovvero da parte di Juba sta determinando uno scontro crescente tra i due schieramenti politico-amministrativi che governano nel Nord, dove sono installati gli impianti di raffinazione, e nel Sud, dove sono localizzati gran parte dei giacimenti. Le forze centrifughe si sono rafforzate in vista delle elezioni generali dell’aprile 2010 e dopo il terremoto diplomatico internazionale innescato dall’accusa di crimini di guerra e contro l’umanità rivolta dal Tribunale Penale Internazionale al Presidente sudanese Omar al-Bashir. L’indebolimento di quest’ultimo ha rilanciato le pretese indipendentiste del governo del Sud Sudan, malgrado nell’accordo del 2005 i leaders delle due regioni amministrative si sono impegnati a sostenere l’unità nazionale. Il recente annuncio da parte del Segretario di Stato americano, Hillary Clinton, di una new policy verso il Sudan, basata su un approccio diplomatico più collaborativo e di aiuti in cambio della lotta al terrorismo da parte delle autorità di Khartoum e della fine delle violenze nel Darfur, mette sotto ulteriore pressione la leadership di Bashir e indirettamente irrobustisce quella di Kiir.

L’intervento di Washington, che ha rinnovato le sanzioni economiche verso il Sudan contestualmente alla presentazione della nuova linea diplomatica, potrebbe rappresentare un elemento di distensione volto a raggiungere quegli obiettivi politico-militari e umanitari ancora disattesi. Tuttavia, la politica statunitense dovrebbe agire per il raggiungimento degli stessi obiettivi anche sulle autorità di Juba che manifestano una forte propensione alla rottura nei confronti di Khartoum man mano che l’establishment presidenziale è sottoposto al pressing internazionale.

Alessio Fabbiano

Honduras: l’intervento degli USA risolve la crisi istituzionale

Dopo quattro mesi di negoziati e trattative senza esito positivo, ad un mese esatto dalle elezioni presidenziali è stata trovata una soluzione alla crisi istituzionale in Honduras, originata dalla deposizione del Presidente legittimo, Manuel Zelaya, e dalla sua sostituzione con il Presidente del Congresso, Roberto Micheletti. La scorsa settimana l’iniziativa diplomatica degli Stati Uniti si è rivelata determinante per la soluzione della questione.

Dopo che anche l’ultima tornata di negoziati in seno all’OSA (Organizzazione degli Stati Americani) era fallita, l’amministrazione Obama ha deciso di scendere direttamente in campo attraverso un’iniziativa diplomatica condotta da Thomas Shannon, delegato uscente (sarà presto sostituito da Arturo Valenzuela) della Casa Bianca per le relazioni emisferiche. L’intervento è riuscito a comporre il dissidio tra i due contendenti alla presidenza, ottenendo una sorta di compromesso approvato da entrambe le delegazioni. L’accordo consta di dodici punti e prevede la formazione di un Governo di unità nazionale che resti in carica fino alla formazione del nuovo esecutivo, prevista per gennaio. In particolare, si prevede una retroattività dei poteri dell’esecutivo al 28 giugno, giorno in cui era avvenuto il colpo di Stato. Inoltre, non sarà convocata nessuna Assemblea Costituente (contrariamente ai progetti di Zelaya) e sarà il Congresso a votare sulla reintegrazione di Zelaya nelle sue funzioni fino al termine del mandato (mentre Micheletti voleva che a pronunciarsi fosse la Corte Suprema). Sarà inoltre formata una commissione indipendente “di verità” che indaghi su tutti i fatti accaduti prima e dopo l’episodio del 28 giugno e gli Stati Uniti hanno garantito che riconosceranno il risultato delle elezioni programmate per il 29 novembre.

La soluzione della crisi può essere letta a due livelli. Il primo è interno e coincide con un parziale successo di Micheletti, che è riuscito ad impedire a Zelaya di mettere in atto il progetto di riforma costituzionale che gli avrebbe permesso di essere rieletto. D’altro canto, tuttavia, Zelaya ha ottenuto il riconoscimento della legittimità del proprio ruolo. Il secondo livello è regionale ed è rappresentato dal successo dell’approccio diplomatico degli USA, improntato alla mediazione tra le parti in causa. In particolare, Washington ha avuto la meglio sull’impostazione più radicale del Venezuela, anche perché i candidati favoriti alla vittoria finale (sia Porfirio Lobo del Partido Nacional che il liberale Elvin Santos) sono ostili ad un’alleanza con Hugo Chávez.

Davide Tentori

Afghanistan: Karzai di nuovo presidente dopo il ritiro di Abdullah

Hamid Karzai è di nuovo il presidente dell'Afghanistan. Lo ha dichiarato la commissione elettorale afgana, il giorno dopo il ritiro dell'altro candidato per il ballottaggio presidenziale Abdullah Abdullah. La decisione di Abdullah è stata annunciata in una conferenza stampa tenutasi domenica 1 novembre davanti a molti suoi sostenitori. Abdullah, dopo l'annuncio del suo ritiro ha chiesto ai propri sostenitori di non organizzare proteste di piazza né di boicottare il ballottaggio, lasciando aperta la porta a una eventuale collaborazione con il presidente.

L'ex Ministro degli esteri afgano ha dichiarato di essere giunto a questa scelta a malincuore, dopo il rifiuto di Karzai di accettare delle minime condizioni poste con il fine di poter garantire una maggior correttezza dello svolgimento del ballottaggio, rispetto alle elezioni del 20 agosto. Tali condizioni prevedevano l'allontanamento del presidente della commissione elettorale, Azizullah Ludin, aperto sostenitore di Karzai, e di alcuni ministri. Inoltre, Abdullah, analizzando il possibile risultato del ballottaggio, aveva considerato impossibile una sua eventuale vittoria, a causa della mancanza di garanzie per un corretto svolgimento delle votazioni, con un'alta probabilità di ripetizione dei brogli del primo turno in cui sono stati contati più di un milione di voti non validi.

La commissione elettorale aveva inizialmente deciso di proseguire con il ballottaggio secondo la legge afgana, nonostante la presenza di un solo candidato. Al contrario, molti rappresentanti dei governi occidentali e il capo della Nazioni Unite in Afghanistan, Kai Eide, chiedevano l'annullamento del turno di ballottaggio per l'alto rischio di attentati. Nella giornata del 2 novembre, invece, è arrivata la dichiarazione dell'annullamento del ballottaggio e della vittoria di Karzai, candidato che ha ottenuto il maggior numero di voti al primo turno e unico candidato per il secondo. Nonostante il rispetto delle leggi elettorali, rimangono forti dubbi sulla legittimità del nuovo governo.

Cristina Passeri

ISAF: mesi difficili per le truppe occidentali

La recente decisione del candidato presidenziale Abdullah Abdullah di ritirarsi dal ballottaggio originariamente previsto per il prossimo 7 novembre e la susseguente riconferma di Hamid Karzai alla Presidenza, giunta per decisione della Commissione Elettorale Indipendente, potrebbe parzialmente contribuire a rasserenare il clima d'insicurezza che nei tempi recenti avvolge il contingente Isaf, l'International Security Assistance Force, dal lontano 2001 impegnato in Afghanistan.

I mesi recenti sono stati tra i più duri per le truppe della coalizione, che hanno sperimentato a partire dal mese di luglio 2009, una drammatica escalation sia nel numero di attentati e attacchi condotti nei loro confronti, che nel numero delle vittime mensili, sostanzialmente raddoppiate rispetto alla media dei mesi precedenti. Anche il trascorso mese di ottobre è stato particolarmente funesto facendo segnare 75 morti tra le fila dei paesi membri della coalizione. A questo proposito, hanno destato particolare impressione tre recenti avvenimenti occorsi il 26, il 27 e il 28 ottobre. Nel primo, due elicotteri sono precipitati apparentemente per una collisione accidentale causando comunque la morte di 7 militari americani e 3 civili, nel secondo, attacchi multipli compiuti per mezzo di IED, Improvised Explosive Device, nel sud dell'Afghanistan, hanno provocato la perdita di 8 soldati americani e di 1 militare afghano, mentre nell'ultimo, occorso il 28 ottobre a Kabul, sebbene non siano rimasti coinvolti militari del contingente, 6 funzionari hanno perso la vita nel più sanguinoso attentato compiuto contro le Nazioni Unite in Afghanistan a partire dal 2001.

Data la permanente situazione d'instabilità sarebbe quindi auspicabile un nuovo sforzo dei membri della coalizione inteso a rafforzare il numero del contingente che attualmente conta oltre 67.000 soldati dislocati nelle quattro aree di comando regionale e nel distretto di Kabul. I recenti segnali provenienti dal governo degli Stati Uniti fanno intendere che ben presto saranno inviati ulteriori 40.000 soldati, sebbene recentemente il Gen. Stanley McChrystal abbia spiegato alla stampa che il loro dispiegamento non potrà completarsi in tempi rapidi.

Gabriele Parachini

Turchia: migliorano i rapporti con l’Iraq del Nord curdo. Un incentivo per risolvere le controversie regionali

Lo scorso fine-settimana i Ministro degli Affari Esteri turco Ahmet Davutoglu si è recato in visita ufficiale nella Provincia Autonoma Curda del Nord Iraq. Davutolgu ha avuto un colloquio con Massoud Barzani, leader dei Curdi iracheni, nel corso del quale ha auspicato che i rapporti tra Turchia e Nord-Iraq possano migliorare ulteriormente. Il viaggio di Davutoglu è, tra l'altro, il primo di un Ministro degli Esteri della Turchia nell'Iraq settentrionale, in cui lo Stato turco sospetta che trovino rifugio i guerriglieri curdi del PKK, da quasi trent'anni in lotta aperta con il governo di Ankara, tramite azioni di terrorismo e attentati nella zona di frontiera tra l'Iraq e la Turchia, nel Sud-Est turco. La Turchia ha aperto un consolato nella città di Mosul e annunciato che presto ne aprirà un altro ad Arbil, capitale della Provincia curda irachena.

La visita di Davutoglu risulta essere molto importante, considerando il fatto che solo due anni fa la Turchia era sull'orlo di un vero e proprio conflitto armato con i Curdi iracheni, essendo arrivata a minacciare un'invasione delle truppe di terra a seguito di un sanguinoso attentato che aveva provocato la morte di 12 militari turchi al confine. Ankara, da allora, ha accusato il Governo Regionale Curdo (KRG) dell'Iraq settentrionale di essere complice del PKK, ordinando vari raid aerei in territorio iracheno (in una escalation che ha rischiato di compromettere anche i rapporti tra la Turchia e gli Stati Uniti). Inoltre, il riavvicinamento tra i Curdi iracheni e la Repubblica di Turchia arriva in un momento cruciale per i rapporti tra lo Stato turco e la propria comunità curda, dal momento che proprio in queste settimane Ankara ha avviato una road map che permetta di porre fine agli scontri con il PKK, tramite riforme che riconoscano maggiori diritti alla minoranza curda in Turchia.

In prospettiva, i rapporti più stretti tra Barzani e la Turchia potranno essere funzionali, oltre che alla lotta al PKK da parte di Ankara, al miglioramento delle relazioni tra la Turchia ed il governo centrale di Baghdad. In quest'ottica, Ankara starebbe tentando anche di ricucire lo strappo creatosi tra Baghdad e la Siria, dal momento che l'Iraq ha tagliato le relazioni diplomatiche con Damasco, accusando il vicino arabo di essere parte in causa degli attentati che stanno destabilizzando l'Iraq, alla vigilia delle elezioni del prossimo gennaio. Il miglioramento dei rapporti con l'Iraq settentrionale potrebbe dunque aiutare a superare le tensioni esistenti tra la Turchia e Baghdad, dando la possibilità ad Ankara di continuare la sua opera di mediazione delle controversie mediorientali, da una posizione di rinnovata credibilità e imparzialità. Nel lungo termine, sicuramente il comportamento di Ankara nei confronti del Nord-Iraq determinerà le relazioni della Turchia con tutto il resto del Paese.

Stefano Torelli
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