Analisi Login Abbonati Profilo Home   @  
 Africa   Americhe   Asia e Pacifico   Europa   Medio Oriente   Temi   Dossier   Mappe   Schede paese   Weekly 

Weekly Analyses: 37/2009

Libia-Italia: istituzione di una zona di libero scambio - Honduras: nuovo fallimento nei negoziati tra Zelaya e Micheletti - East Asian Summit: i leaders asiatici pronti per la creazione di una zona di libero scambio - Repubblica Ceca: Biden rassicura gli alleati dell'Europa centro-orientale - Iran: risposte ambigue sull’accordo sull’arricchimento dell’uranio, Israele si prepara.

Equilibri.net (26 ottobre 2009)

Libia-Italia: istituzione di una zona di libero scambio


Il governo italiano ha annunciato l’ingresso in una zona di libero scambio (ZLS) con la Libia nel porto di Misurata, già sede di una zona economica speciale, nell’area nord-orientale del paese a 210 km dalla capitale libica.

Il progetto di istituzione di una ZLS rientra nelle tappe del processo di avvicinamento diplomatico e di rafforzamento commerciale tra Roma e Tripoli. La costituzione di un’area speciale esclusa dal regime fiscale renderà più fluidi i flussi di capitali e di merci dall’Italia e consentirà al governo libico di incrementare gli investimenti esteri e i progetti industriali con il suo principale partner commerciale verso cui è destinato il 40% delle proprie esportazioni. Il quadro normativo della ZLS presentato da Tripoli contiene anche misure di stimolo a favore dell’imprenditoria italiana tramite un fondo finanziario per gli investimenti e i costi legati all’esposizione delle imprese all’estero. La free zone di Misurata potrebbe allargare le ragioni di scambio dell’Italia in Libia (circa 20 mld di euro nel 2008) e incoraggiare la diversificazione dell’offerta industriale e imprenditoriale italiana. Essa, inoltre, contiene un elemento geoeconomico strategico per l’internazionalizzazione delle imprese in Africa, dato che potrebbe favorire l’allargamento del business italiano ad altri paesi del Nordafrica e rappresentare un punto di appoggio commerciale in direzione dell’Africa subsahariana a ridosso della Libia. In questo senso la Grande Jamahiriya potrebbe diventare la piattaforma privilegiata dell’Italia per ampliare l’interscambio con i paesi africani sfruttando non solo il canale economico libico già stabilito ma anche quello politico attraverso la posizione di forza che il Colonnello Muammar Gheddafi detiene tra le cancellerie africane.

Rispetto alle altre ZLS presenti nel Maghreb e con le quali i governi nordafricani cercano di agganciarsi economicamente all’Europa, quella di Misurata rappresenta per l’Italia e il suo tessuto imprenditoriale un’opportunità che va oltre le buone relazioni italo-libiche e che investe le capacità dell’Italia di consolidare il suo ruolo di medio-potenza politico-economica del Mediterraneo in direzione del continente africano.

Alessio Fabbiano

Honduras: nuovo fallimento nei negoziati tra Zelaya e Micheletti

Sono ripresi nei giorni scorsi i negoziati condotti dall’Organizzazione degli Stati Americani (OSA) per trovare una soluzione alla crisi honduregna attraverso la mediazione del presidente del Costa Rica, Óscar Arias, al fine di trovare un accordo tra il presidente deposto Manuel Zelaya e quello de facto, Roberto Micheletti. Il dialogo, tuttavia, si è rotto nuovamente venerdì 23 ottobre.

Le trattative delle delegazioni facenti capo a Zelaya e Micheletti si sono arenate ancora una volta sul punto principale della contesa, ovvero il reintegro del presidente deposto nelle sue funzioni. Entrambi riconoscono che rispetteranno il risultato che uscirà dalle urne il prossimo 21 novembre, in occasione delle elezioni presidenziali, ma i sostenitori di Zelaya chiedono che quest’ultimo ritorni in carica fino alla scadenza naturale del proprio mandato, il 27 gennaio 2010. Viceversa, la fazione di Micheletti non ammette il ritorno del presidente, che attualmente si trova ancora all’interno dell’ambasciata brasiliana a Tegucigalpa. In particolare, Zelaya sostiene che dovrebbe essere il Parlamento a decidere sul suo ritorno al potere, mentre il suo avversario vorrebbe lasciare la decisione alla Corte Suprema. È chiaro che, mentre il primo chiede che a pronunciarsi sia l’organo rappresentante del potere legislativo, espressione della volontà popolare, il secondo tenta invece di guadagnare tempo fino allo svolgimento delle elezioni. È proprio il tempo, tuttavia, che sembra giocare contro i due contendenti: mentre per Zelaya un eventuale riconoscimento del risultato elettorale da parte degli Stati stranieri potrebbe comportare la rinuncia ad ogni rivendicazione, per Micheletti invece l’isolamento progressivo in cui versa l’Honduras potrebbe non essere più a lungo sostenibile. Nel corso dell’ultimo vertice dell’ALBA (Alternativa Bolivariana per le Americhe) è stata ammessa a partecipare solo la delegazione facente capo a Zelaya.

È probabile che nessuno dei due contendenti riesca a prevalere sull’altro. Le elezioni si svolgeranno con grande attenzione da parte delle organizzazioni regionali e internazionali, che cercheranno di garantirne la regolarità. È dunque presumibile che sia Zelaya che Micheletti saranno costretti a farsi da parte, sempre che non aumenti il livello dello scontro politico e che il presidente deposto non decida di fare ricorso all’uso della forza tramite il coinvolgimento dei propri sostenitori, che secondo alcune fonti potrebbero ricevere appoggio da parte del Venezuela.

Davide Tentori

East Asian Summit: i leaders asiatici pronti per la creazione di una zona di libero scambio

Lo scorso week-end si è tenuto il quarto Summit dell'est asiatico a Cha-am in Tailandia, che ha visto la partecipazione dei leader dei dieci paesi dell'Association of South East Asian Nation (ASEAN) oltre a quelli di Cina, Giappone, Corea del Sud, India, Australia e Nuova Zelanda. Il fine principale dell'incontro era quello di trovare una soluzione che potesse portare alla fine degli della crisi economica in Asia, cercando nuove vie da intraprendere per favorire il rilancio dell'economia e una diminuzione della dipendenza delle economie asiatiche dalle fluttuazioni del commercio di Stati Uniti e Unione Europea. Nell'incontro si è discusso anche della creazione di una zona di libero scambio nell'Asia sud-est e della possibilità di creare una comunità sulla falsa riga dell'Unione Europea tra i paesi membri dell'ASEAN, che favorisca lo sviluppo della regione e la formazione di un blocco asiatico che possa controbilanciare le principali potenze regionali e ottenere un ruolo di maggior rilievo nell'arena internazionale. I problemi legati alla creazione di una comunità nell'asia sud-orientale sono dovuti principalmente al ruolo che dovrebbe spettare alle superpotenze che hanno interessi particolari nell'area, in particolare Cina e Stati Uniti.

Giappone e Cina sono le principali potenze con interessi in competizione. Entrambi sostengono che la creazione di una comunità debba essere un obiettivo di lungo termine. Il Giappone, però, sostiene che è necessario un coinvolgimento degli Stati Uniti, mentre la Cina afferma che è necessaria una maggiore integrazione tra i paesi asiatici e si dichiara disponibile a fornire ai paesi dell'ASEAN quindici miliardi di dollari per il finanziamento di infrastrutture necessarie allo sviluppo dei sistemi di trasporto e alla ripresa del commercio dei paesi aderenti all'organizzazione. Nella dichiarazione finale tenuta dal presidente dell'ASEAN, Abhisit Vejjajiva, si afferma che ci sono segnali di ripresa dalla crisi economica, ma serve una maggiore vigilanza da parte dei governi.

Altri temi trattati nell'incontro sono stati l'impatto dei cambiamenti climatici, la sicurezza alimentare ed energetica, la creazione di una commissione per i diritti umani nell'Asia sud-orientale e un maggiore coordinamento per la gestione dei disastri e la prevenzione della diffusione di malattie pandemiche.

Cristina Passeri

Repubblica Ceca: Biden rassicura gli alleati dell'Europa centro-orientale

Il nuovo programma statunitense relativo allo scudo anti-missile europeo assume contorni più precisi dopo i recenti colloqui intercorsi tra il Vice-Presidente nordamericano Joe Biden e i rappresentanti di Polonia, Repubblica Ceca e Romania. In particolare, dopo il meeting del 23 ottobre con il Primo Ministro Ceco Jan Fischer, Biden è riuscito ad ottenere un assenso di massima dei Cechi alla partecipazione nell'ABMD, l'Aegis Ballistic Missile Defense System, che modifica sensibilmente il piano elaborato dalla precedente amministrazione di George W. Bush, il GMD, Ground-Based Midcourse Defense. Sebbene non siano stati firmati accordi specifici, le due parti hanno fissato un nuovo incontro per il prossimo novembre quando un team specializzato americano si recherà in Repubblica Ceca per ragionare sulle concrete modalità di partecipazione di quest'ultima al nuovo sistema, destinato comunque ad operare in ambito NATO.

Il punto cruciale della questione verte sulla decisione dell'amministrazione Obama di abbandonare (a causa di una riconsiderazione sulla corrente capacità missilistica iraniana), la già programmata installazione (analoga a quella esistente a Fort Greely, Alaska), di dieci sistemi anti-missile terrestri capaci di intercettare missili balistici in arrivo a lungo raggio, che originariamente dovevano essere dispiegati nel villaggio polacco di Redzikowo (Pomerania) e una postazione radar avanzata in Repubblica Ceca nella città di Brdy, a sud di Praga, in favore di un sistema più flessibile e misto che si concentri principalmente sulle minacce di corto e medio raggio e basato sull'impiego di sistemi anti-missile navali che utilizzano il missile SM-3, lo Standard Missile 3. Il missile, che ha una gittata di 500 km, si caratterizza dalla mancanza di una testata esplosiva, ma, in virtù dell'energia cinetica sprigionata dall'impatto del suo LEAP, Lightweight Exo-Atmospheric Projectile è in grado di distruggere un potenziale missile balistico di medio raggio durante la sua fase Midcourse (fuori dall'atmosfera).

La Federazione Russa ha pubblicamente applaudito (tramite l'Ambasciatore Nato Rogozin), la mossa americana di abbandonare il GMD, in quanto vedeva nel dispiegamento di un sistema antimissile a lungo raggio una diretta minaccia al potenziale strategico russo preannunciando l'installazione di missili tattici Iskander nell'enclave di Kaliningrand se gli Stati Uniti non avessero desistito dal piano originale.Attualmente, gli Stati Uniti hanno già adibito 3 incrociatori della classe Ticonderoga e 15 cacciatorpedinieri classe Burke al nuovo sistema ABMD.

Gabriele Parachini

Iran: risposte ambigue sull’accordo sull’arricchimento dell’uranio, Israele si prepara

La scorsa settimana le agenzie di stampa hanno battuto a distanza di poche ore l’una dall’altra notizie contraddittorie circa l’atteggiamento iraniano rispetto alla bozza d’accordo proposta da Mohamed El Baradei, direttore generale dell'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (AIEA). La proposta fatta circolare mercoledì da parte dell’AIEA, frutto di mesi di mediazioni, è molto chiara, la risposta di Teheran lo è molto meno. L’AIEA, d’accordo con il gruppo del 5+1, ha proposto a Teheran di trasferire l’80% dei 1.500 chili del proprio uranio parzialmente arricchito in Russia, affinché venga ulteriormente arricchito e trasformato in combustibile nucleare, che poi verrebbe fatto rientrare in Iran per essere usato per alimentare un reattore a fini di ricerca medica. Così facendo l’Iran otterrebbe il suo nucleare ad uso civile, ma perderebbe i 1.000 chili di uranio necessari per creare ordigni nucleari.

A metà settimana, forse per forzare le ultime resistenze, oppure perché portato fuori strada volontariamente circa le reali intenzioni, El Baradei si era dichiarato fortemente possibilista circa la volontà iraniana di accettare la bozza d’accordo, addirittura si paventava una possibile firma nella giornata di venerdì, cosa smentita dai fatti venerdì scorso. Dapprima la tv iraniana ha annunciato un no a tutto il compromesso, poi, a distanza di poche ore, la medesima emittente ha ritrattato, annunciando la volontà della Repubblica Islamica di prendere tempo (una settimana) per decidere e quindi, con un ennesimo voltafaccia, annunciava un definitivo no, ma accompagnato da una non meglio precisata contro proposta.

E’ evidente che se l’obiettivo di Teheran è realmente quello di accreditarsi come potenza atomica, allora cedere l’80% del proprio uranio a Paesi esteri, non è e non sarà mai nel suo interesse. Oggi la Repubblica Islamica sa che prendere tempo significa giocare una partita, magari complicata, non priva di rischi (almeno sul lato delle sanzioni economiche), ma nei fatti sostanzialmente vincente, anche perché percepisce fin troppo bene che gli Stati Uniti, già impantanati in Afghanistan ed Iraq, difficilmente nell’era del “pacifista” Obama si impegneranno in un’azione militare per colpire le centrali di arricchimento dell’uranio. Rimane l’incognita Israele che probabilmente un piano d’attacco l’ha già elaborato e non è escluso che gli USA stiano pensando di lasciare che siano i caccia dell’IAF (Israeli Air Force) a fare il “lavoro sporco”.

Massimiliano Frenza Maxia
I contenuti prodotti da Equilibri.net non sono riproducibili né per intero né in alcuna loro parte. In caso di utilizzo commerciale è necessario richiedere l'autorizzazione scritta a Equilibri.net. Gli articoli pubblicati potrebbero non riflettere l'opinione dei gestori del sito. Registrazione al Tribunale di Firenze del 19 gennaio 2004, n° 5320

Layout design by inGraphix.
Progettazione e Realizzazione a cura di Fabio Duchi.