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Weekly Analyses: 35/2009

Guinea: crescono le proteste contro il governo di Camara - Brasile – UE: a Stoccolma il terzo vertice bilaterale - Pakistan: pronta l'offensiva di terra contro i terroristi dello Waziristan - Turchia - Armenia: normalizzate le relazioni diplomatiche - Siria-Arabia Saudita: riavvicinamento e politiche comuni in Iraq

Equilibri.net (12 ottobre 2009)

Guinea: crescono le proteste contro il governo di Camara

In seguito all'uccisione di più di 150 dimostranti, avvenuta nella capitale lo scorso 28 settembre, ad opera delle forze armate, durante una protesta contro la candidatura dell'attuale capo di Stato Moussa Dadis Camara alle elezioni presidenziali che si terranno il prossimo anno, i sindacati del paese hanno organizzato uno sciopero generale invitando i cittadini a non recarsi sul posto di lavoro oggi e domani.

L'appello rivolto dai sindacati ai lavoratori accentua la già forte pressione esercitata sulla Giunta militare guidata da Camara. Quest'ultima, infatti, è stata definita “criminale” dal leader dell'opposizione Alpha Conde. Le accuse, avanzate anche dall'Organizzazione Africana per i Diritti Umani (RADDHO), sono molto gravi: vanno dall'omicidio (157 vittime secondo l'Organizzazione Guineana per i Diritti Umani) con il conseguente occultamento dei cadaveri, alle violenze sessuali sulle dimostranti. La vicenda ha messo Camara in seria difficoltà. Il tentativo di minimizzare l'accaduto è stato vano. La sua dichiarata estraneità ai crimini di cui si è macchiato l'esercito e l'intenzione di costituire una commissione d'inchiesta indipendente che indaghi sull'accaduto non sono valsi, infatti, ed evitare la dura condanna della comunità internazionale, in particolare di Francia e Stati Uniti. La richiesta comune è che nel paese si svolgano delle elezioni democratiche. Anche l'Unione Africana è intervenuta dichiarando che imporrà delle sanzioni se Camara deciderà di concorrere alle prossime elezioni presidenziali.

La tensione all'interno del paese è molto alta. Il Capitano Camara, salito al potere nel 2008 con un colpo di stato, costituendo un regime militare ha disatteso le promesse di favorire la transizione democratica della Guinea. Oggi, egli gode di un limitato supporto da parte della popolazione e deve affrontare un clima di critica instabilità politica. Quest'ultima si aggiunge ai già gravi problemi del paese, che deve fronteggiare la difficile situazione economica oltre che la tensione sociale dovuta alle masse di rifugiati provenienti da paesi vicini come la Sierra Leone, la Liberia e la Costa d'Avorio. Se effettivamente Camara non verrà allontanato dal potere e non avranno luogo delle elezioni libere, la Guinea rischia di sprofondare in una grave crisi che potrebbe accentuare l'instabilità, già molto forte, dell'area regionale.

Simona Lo Conte

Brasile – UE: a Stoccolma il terzo vertice bilaterale

Si è svolto a Stoccolma martedì 6 ottobre il terzo vertice bilaterale tra Unione Europea e Brasile. L’incontro si inserisce nell’ambito della partnership strategica che Bruxelles ha stretto con Brasilia a partire dal 2007, anno in cui si svolse il primo meeting, e quest’anno la Svezia ha ospitato l’incontro in quanto attualmente svolge il ruolo di Presidente di turno dell’Unione.

I rappresentanti dei tre soggetti (il Presidente Lula e il ministro degli Esteri Amorim per il Brasile, José Barroso per l’UE, il primo ministro Reinfeldt per la Svezia), hanno affrontato innanzitutto il tema della cooperazione economica. È stata affermata la volontà di collaborare insieme per far sì che le nuove direttive finanziarie approvate durante l’ultimo G-20 di Pittsburgh diventino effettivamente operative e sono stati siglati accordi di cooperazione in materia di innovazione tecnologica. È stato inoltre siglato un memorandum di intesa per una collaborazione più stretta in tema di concorrenza: tale accordo, volto a migliorare l’armonizzazione delle reciproche norme e a tutelare gli scambi commerciali, rappresenta un passo concreto per stimolare la ripresa dei negoziati del Doha Round in seno al WTO. È stato affrontato anche il tema delle politiche ambientali: UE e Brasile hanno manifestato l’intenzione di adottare una dichiarazione congiunta a dicembre, in occasione del vertice sul clima che si terrà a Copenhagen. Il Brasile è il quarto Paese del mondo per emissioni di gas serra e ci si attende molto in termini di riduzione delle emissioni di CO2 e di disboscamento della foresta amazzonica.L’aspetto più rilevante dell’incontro è stato probabilmente quello della cooperazione politico-strategica. In particolar modo, è stato toccata la questione del nucleare iraniano, con l’appoggio alla dichiarazione del gruppo “5+1” presa pochi giorni fa a Ginevra, nella quale si richiama l’Iran a un dialogo costruttivo.

Per l’Europa, il Brasile è il partner principale in America Meridionale. A livello economico, la lunga battuta d’arresto che sta attraversando il Mercosur può rappresentare un ostacolo all’integrazione bi-regionale, quindi è ipotizzabile un ulteriore rafforzamento della cooperazione strategica con il Brasile, che rappresenta un mercato enorme ed in continua espansione. La Francia, in particolar modo, può guardare con interesse ad un aumento delle relazioni economiche, visti i recenti accordi in tema di commesse nell’industria della difesa. A livello politico, il Brasile può rappresentare un interlocutore autorevole per le questioni legate alla sicurezza e al nucleare iraniano. Brasilia vanta infatti discrete relazioni con Teheran e, alla luce degli accordi sempre più stretti tra Iran e Venezuela, può giocare un ruolo significativo nel processo di dialogo e di mediazione.

Davide Tentori

Pakistan: pronta l'offensiva di terra contro i terroristi dello Waziristan

Un nuovo attacco suicida ha colpito, lunedì 12 ottobre, un convoglio militare pakistano nel distretto di Shangla, nella Provincia della Frontiera del Nord-Ovest, che negli ultimi tempi è stata teatro di un'aspra lotta tra l'esercito di Islamabd e le milizie filo-talebane. L'attentato è avvenuto il giorno dopo l'attacco dell'esercito pakistano nello Waziristan del sud, provincia al confine con l'Afghanistan, dove, secondo fonti dell'intelligence di Islamad, sarebbero presenti gruppi terroristici affiliati di Al-Qaeda e vicini al Movimento Islamico dell'Uzbekistan. Nella mattinata di sabato le forze pakistane hanno condotto un blitz nel quartier generale dell'esercito e sede dello Stato Maggiore pakistano, a Rawalpindi, vicino ad Islamabad, per salvare un gruppo di propri ufficiali che sono stati oggetto di un attacco da parte di un gruppo di terroristi del Punjab e rivendicato dal leader talebano Azam Tariq.In seguito a questi ultimi attacchi terroristici, il Ministro degli interni pakistano, Rehman Malik, ha dichiarato di essere pronto a sferrare un attacco di terra nella regione dello Waziristan del Sud, dove già da mesi sta intervenendo con bombardamenti aerei, recentemente incrementati per scovare i mandanti degli attacchi terroristici avvenuti a Islamabad il 5 ottobre contro il personale del World Food Programme delle Nazioni Unite. Secondo Malik tale attacco non può più essere rinviato, anche per le pressioni della popolazione pakistana che chiede un intervento risolutivo. L'imminente offensiva sembra essere una risposta alle pressioni degli Stati Uniti, che chiedono da tempo l'intervento delle forze pakistane a sostegno delle proprie azioni nella zona, con l'intento di spezzare il supporto ai ribelli talebani in Afghanistan che proviene dalle cellule terroristiche stanziate in Pakistan. Il Segretario di Stato americano Hillary Clinton si è detta preoccupata per la crescente minaccia che i terroristi sempre più rappresentano per le autorità pakistane, ma confida nella capacità di controllo degli armamenti nucleari da parte del governo di Islamabad.

Cristina Passeri

Turchia - Armenia: normalizzate le relazioni diplomatiche

  La firma avvenuta il 10 ottobre a Zurigo tra il Ministro degli esteri Turco Davutoglu e la sua controparte armena Nalbandian, sul riallacciamento delle relazioni diplomatiche e la riapertura della frontiera condivisa (chiusa dal 1993 dopo l'occupazione militare armena della regione del Nagorno, appartenente al turcofono Azerbaijan), consacra la riuscita della roadmap delineata il 23 aprile dopo che una dichiarazione congiunta di entrambi i governi e sopraggiunta alla vigilia della commemorazione del 94esimo anniversario dall'inizio del genocidio armeno aveva auspicato, seppur in termini molto vaghi, circa l'opportunità d'instaurare una politica di buon vicinato, pace e sicurezza per l'intera regione Caucasica.Anche a Zurigo la questione del Nagorno e la non disponibilità turca di ammettere le proprie responsabilità durante il primo conflitto mondiale hanno rischiato fino all'ultimo minuto di far saltare l'accordo se si pensa che all'apposizione delle firme e alla tradizionale stretta di mano tra i due Ministri si sia arrivati con quasi tre ore di ritardo rispetto al programma del cerimoniale.Le principali controversie “tecniche” tra i due attori sono state superate grazie dall'opera di mediazione del Segretario di Stato Americano Hillary Clinton dopo che la delegazione armena aveva posto un veto al final statement di Davutoglu che ha di fatto precluso anche alla dichiarazione finale del governo armeno. Dalla firma dell'accordo ci si attende che entrambi i paesi beneficeranno di vantaggi immediati. L'Armenia dall'apertura della frontiera otterrà un sicuro aumento dei propri traffici commerciali vitali (considerando come il paese non disponga di petrolio), mentre la Turchia segna un evidente successo diplomatico che probabilmente sarà rivendicato nel quadro del progetto di adesione all'UE. Sotto quest'ultimo profilo bisogna comunque rilevare che sembra sia ancora lontani dalle richieste avanzate in sede UE da Cipro circa gli adempimenti richiesti alla Turchia, se si considera che il Primo Ministro Turco Erdogan si rifiuta di utilizzare tale termine e gli accordi di Zurigo non abbiano segnato alcun passo avanti nel merito.

Gabriele Parachini

Siria-Arabia Saudita: riavvicinamento e politiche comuni in Iraq

Durante la scorsa settimana si è verificato un avvenimento molto importante per gli equlibri di potenza nella regione mediorientale: il riavvicinamento, sancito da una visita ufficiale, dell’Arabia Saudita con la Siria. Il re saudita Adullah si è recato a Damasco per la prima volta da quando ha assunto la guida del Paese nel 2005, incontrando il Presidente siriano Bashar al-Assad e discutendo dei più importati temi riguardanti la politica e gli assetti regionali. La visita sancisce un momento di svolta, nella misura in cui i rapporti bilaterali Riyad-Damasco avevano subito delle incrinature negli anni seguenti al 2006. In particolare, l’Arabia Saudita aveva duramente criticato il comportamento di Hezbollah nel Libano, che portò alla guerra tra Israele ed il Partito di Dio, appoggiato dal regime di Damasco, nell’estate di quell’anno.

In seguito a tali avvenimenti la Siria ha rafforzato sempre di più i rapporti con l’Iran di Ahmadi-Nejad, contribuendo ad inasprire d’altro canto le relazioni con i Sauditi. L’Iran, infatti, trova proprio nell’Arabia Saudita il competitore più credibile ed influente nella lotta all’egemonia regionale in Medio Oriente e culturale sul mondo islamico inteso in senso più ampio. Nel 2008 Siria ed Arabia Saudita erano anche arrivate a ritirare i rispettivi ambsciatori dalle due capitali, a seguito di una controversia circa l’attentato di fine settembre 2008 che provocò la morte di 17 persone a Damasco. In quell’occasione, Riyad fu l’unica capitale araba a non condannare l’attentato, provocando i sospetti del regime siriano di un coinvolgimento saudita (peraltro in un quartiere sciita della capitale siriana).

Attualmente, Damasco e Riyad stanno invece tornando a discutere ed avere posizioni molto più convergenti circa molti teatri regionali: il dialogo di pace interna tra Fatah ed Hamas nei Territori Palestinesi; la formazione di un nuovo governo di unità nazionale in Libano e la situazione irachena sono gli esempi più lampanti. Soprattutto nei confronti dell’Iraq, con cui la Siria vive una crisi diplomatica (Baghdad ha accusato Damasco di essere rsponsabile dell’attentato di fine agosto nella capitale irachena, che provocò più di 100 vittime), i due Paesi sembrano essere uniti nel contrastare la rielezione di Nuri al-Maliki. Un simile avvenimento porterebbe, secondo i Sauditi, ad un inasprimento delle lotte intestine confessionali e ad una destabilizzazione ulteriore di tutta la regione. Inoltre, così come sostenuto anche dagli Stati Uniti di Obama, adesso la vicinanza tra Damasco e Teheran è vista come una possibilità di mediazione con l’Iran, piuttosto che come fonte di preoccupazione.

Stefano Torelli
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