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Weekly Analyses: 34/2009

Brasile: a Rio de Janeiro l’organizzazione dei Giochi Olimpici del 2016 - Kenya: visita ufficiale di Kofi Annan a verifica delle riforme - Indonesia: terremoto devasta il sud di Sumatra - Unione Europea: cosa aspettarsi dopo il “sì” irlandese? - Turchia: incontro cruciale per i rapporti con l’Armenia.

Equilibri.net (05 ottobre 2009)

Brasile: a Rio de Janeiro l’organizzazione dei Giochi Olimpici del 2016

Venerdì 2 ottobre si è svolta a Copenhagen la riunione del CIO (Comitato Olimpico Internazionale) durante la quale i delegati hanno scelto tramite votazione la città che dovrà organizzare le Olimpiadi del 2016. Tra le quattro finaliste (Chicago, Madrid, Rio de Janeiro, Tokyo) ha avuto meglio la metropoli brasiliana, che si è imposta all’ultima votazione sulla capitale spagnola con 66 preferenze contro 32. Chicago, la città del presidente USA Obama, che si è impegnato in prima persona recandosi in Danimarca, è stata la grande sconfitta ricevendo il minor numero di voti.

L’assegnazione dei Giochi a Rio rappresenta un fatto del tutto nuovo nella storia delle Olimpiadi, giacché per la prima volta un’edizione si svolgerà in Sudamerica (anche se il Brasile non sarà il primo Paese latinoamericano, in quanto il Messico organizzò la manifestazione nel 1968). In Brasile si svolgeranno anche i Mondiali di calcio del 2014, che coinvolgeranno ovviamente la stessa Rio de Janeiro insieme alle altri principali città. Per la potenza sudamericana si prospetta dunque una decade molto importante, non soltanto per il prestigio internazionale acquisito grazie alla possibilità di organizzare le più importanti manifestazioni sportive esistenti, ma soprattutto per le ricadute fondamentali che tali eventi potranno avere sull’economia e sulla situazione interna del Paese. Il dossier della candidatura di Rio era il più dispendioso tra i quattro finalisti e prevede una spesa pubblica che sarà destinata per la costruzione di infrastrutture pari a oltre 11 miliardi di dollari. Il 50% di tale cifra sarà utilizzato per riformare il sistema dei trasporti cittadini e l’area portuale sarà interessata da profondi cambiamenti che riguarderanno la creazione di alberghi e di migliaia di alloggi.

La scelta di Rio rappresenta innanzitutto una vittoria politica del Brasile e del Presidente Lula, che si aggiunge ad altri riconoscimenti come l’acquisizione di un ruolo chiave all’interno del G-20. L’esclusione di Chicago non va enfatizzata come una sconfitta personale di Obama, perché l’assegnazione al Brasile è una sorta di investitura a protagonista globale dei prossimi anni (similmente a quanto avvenne nel ’92 per Barcellona e la Spagna, seppur in ottica europea). Per il colosso sudamericano si tratta di una grande opportunità da sfruttare sia a livello politico che economico, potendo attrarre investimenti dall’estero ma anche finanziare dall’interno il proprio sviluppo con opere pubbliche. Non vanno tuttavia negati i rischi legati all’organizzazione così ravvicinata di Mondiali e Olimpiadi, che potrebbe causare un’eccessiva espansione della spesa pubblica, causando deficit che potrebbero andare al di là del ciclo espansivo atteso per i prossimi anni. Da non sottovalutare sarà anche il problema della sicurezza, sia in termini di criminalità urbana che di potenziali infiltrazioni terroristiche.

Davide Tentori

Kenya: visita ufficiale di Kofi Annan a verifica delle riforme

L'ex Segretario Generale dell’Onu, Kofi Annan, si è recato domenica 4 ottobre in visita ufficiale in Kenya. Il viaggio, della durata di tre giorni, ha ufficialmente lo scopo di accertare lo stato delle riforme sociali nel Paese sub sahariano, ad un anno e mezzo dalle rivolte che avevano sconvolto la nazione a seguito delle contestate elezioni presidenziali, sulle quali continua a pesare il dubbio sulla regolarità delle procedure di voto e scrutinio.

L’evento sottolinea l’apprensione con la quale le Nazioni Unite seguono le lente riforme giudiziarie e sociali promesse dal governo keniota nel periodo post-disordini, considerate ancora insufficienti a stabilizzare la situazione interna. Tra le misure sollecitate, ma non ancora realizzate, rientra un’inchiesta interna riguardante le violenze da parte della polizia e dell’esercito sui manifestanti antigovernativi, che nel gennaio 2007 causarono oltre 1500 morti. Un'indagine parallela al riguardo è in corso presso la Corte Internazionale di Giustizia, grazie ad una lista di nomi consegnata allo stesso Annan da parte di informatori kenyoti, nella quale potrebbero essere compresi alti funzionari governativi membri dell’attuale governo di coalizione. La situazione interna keniota è monitorata anche da numerosi Stati occidentali, alcuni dei quali hanno emesso provvedimenti di restrizione all’ingresso nel proprio territorio verso esponenti kenioti, accusati di crimini verso l’umanità. L’attenzione rivolta al Paese è giustificata dalla situazione di insicurezza che ancora ne pervade la società, la quale frena lo sviluppo economico in uno dei paesi più popolosi dell’area est-africana.

La visita ufficiale si è resa necessaria per sottolineare come le Nazioni Unite stiano monitorando gli sviluppi politico-istituzionali della nazione africana, al fine di perforare il clima di impunità che ancora aleggia nel Paese. Le possibili future condanne da parte della CIG verso alti membri politici potranno verosimilmente riaccendere il clima di instabilità che ancora non s’è placato completamente; solo una reale applicazione delle riforme annunciate potrà contribuire a contenere la situazione, anche se l'attuale governo di cercherà di compattare la classe dirigente del paese nei confronti delle accuse provenienti dall'esterno.

Paolo Colombo

Indonesia: terremoto devasta il sud di Sumatra

Mercoledì 30 settembre, alle 17:16 locali un sisma di magnitudo 7,6 della scala Richter ha colpito il sud dell'isola indonesiana di Sumatra. La città più devastata sembra essere Padang, ma interi villaggi dell'interno sono stati distrutti dalle frane innescate dal terremoto. I soccorritori continuano a lavorare: i morti, secondo le autorità, potrebbero essere oltre tremila. Moltissimi sono anche i sopravvissuti senza tetto, diperati per la mancanza di cibo, acqua pulita e riparo. Le squadre di soccorso oggi hanno riferito ormai ci sono poche probabilità di recuperare dei sopravvissuti tra le macerie; il loro lavoro però continua, nonostante le imponenti piogge di questi giorni lo rendano ancora più complicato. Quello che in questo momento preoccupa di più il governo è il rischio del diffondersi di malattie ed epidemie a causa dei numerosi corpi in decomposizione che si trovano ancora sotto le macerie.

L'arcipelago indonesiano è particolarmente soggetto a fenomeni naturali tra i quali eruzioni vulcaniche e terremoti, questo perchè è situato sul bordo di consistenti faglie tettoniche, all'interno del cosidetto “anello di fuoco”. Già nel 2004 ad esempio la costa occidentale dell'isola di Sumatra fu colpita prima da un devastante maremoto pari a 9 gradi della scala Richter, poi da un imponente tsunami. La popolazione, molto numerosa, oltre alle difficoltà causate da un alto tasso di disoccupazione e dall'estrema e diffusa povertà, è spesso vittima di catastrofi naturali che ne peggiorano regolarmente la condizione.

Oggi il governo ha deciso di riaprire alcune scuole dell'isola, così come sono stati riaperti alcuni mercati a Padang. Il ministro della Sanità indonesiano, Siti Fadilah Supari, ha chiesto l'aiuto dei paesi stranieri: la richiesta non riguarda solo gli aiuti economici e i beni di prima necessità ma anche l'invio di squadre di soccorso equipaggiate e addestrate e ortopedici per curare le numerose fratture dei feriti.Anche in questa occasione l'arrivo degli aiuti internazionali e delle squadre di soccorso sembra essere stato tempestivo: tuttavia in alcune delle zone più interne del paese la distribuzione degli aiuti e l'arrivo dei soccorsi sono rallentati dalle strade bloccate, dalle linee elettriche fuori uso e dalle difficoltà nelle comunicazioni.

Il ministro delle finanze Sri Mulyani ha affermato che il governo ha allocato 25 milioni di dollari per le attività di emergenza dei prossimi due mesi. Certo è che gli effetti del terremoto andranno ben oltre l'attuale emergenza; basti pensare che la distruzione provocata dal sisma porterà a una sensibile riduzione della produzione di olio di palma, uno dei principali prodotti di esportazione del paese e, di conseguenza, avrà evidenti effetti negativi sulla crescita economica dell'Indonesia.

Elisa Rancati

Unione Europea: cosa aspettarsi dopo il “sì” irlandese?

Dopo aver bocciato il Trattato di Lisbona nel 2008, gli elettori irlandesi l’hanno invece approvato con un secondo referendum la scorsa settimana. Stavolta la vittoria del sì è stata netta: ben 67% di approvazioni. Anche la partecipazione al voto è stata rilevante: 59%. La decisione di procedere a un secondo referendum la dice lunga sulla situazione interna all’Unione Europea: non esiste alcun “Piano B”, alcuna proposta politica efficace per una riforma profonda dell’architettura europea. Il “no” si è rivelato un voto sterile (in Irlanda come in Francia e in Olanda nel 2005), in quanto i suoi sostenitori non si sono rivelati capaci di proporre un percorso alternativo a quello tracciato dal complesso politico-burocratico di Bruxelles e dai paesi membri più favorevoli a una maggiore integrazione politica contenentale.

Il testo del Trattato di Lisbona riflette al 96% quello dell’abortito Trattato costituzionale. Se entrerà in vigore, il nuovo trattato semplificherà il processo decisionale dell’Unione con il voto a doppia maggioranza (per approvare una decisione sarà necessario un numero di voti corrispondente al 55% degli Stati e al 65% del totale della popolazione europea), sebbene la Politica di sicurezza e difesa (PESD) rimarrà condizionata dal principio di unanimità. Tuttavia la PESD potrà finalmente avvalersi delle “cooperazioni rafforzate”. Sarà anche introdotto un “presidente” del Consiglio europeo in carica due anni e mezzo, e le presidenze a rotazione saranno di 18 mesi (non più di 6) in coabitazione fra tre paesi. Ciò significa che il funzionamento politico europeo dovrebbe migliorare, diventare più continuo e meno dipendente dal clima politico interno ai singoli Stati membri. Inoltre le competenze del Parlamento europeo saranno aumentate. Sarà introdotta anche la possibilità di fuoriuscire dall’Unione Europea, e quest’ultima potrà decidere di ritrasferire alcune competenze ai singoli Stati membri.

Cosa aspettarsi ora? Il principale “euroscettico” è il presidente ceco Vaclav Klaus, che sarà messo sotto pressione dagli europei affinché ratifichi il trattato entro il gennaio 2010. Il voto irlandese indebolisce Klaus ed è difficile che egli possa insistere a voler aspettare un possibile referendum britannico prima di ratificare l’accordo. Klaus puntava ad aspettare fino alle elezioni britanniche del prossimo anno che potrebbero sancire l’elezione di David Cameron (Tory), il quale ha promesso un referendum sul Trattato. Proprio il probabile successo conservatore nel Regno Unito rimane l’ultimo punto interrogativo. Francia, Germania, Italia e Spagna premeranno su Klaus, ma occorrerà aspettare qualche mese per capire se il Trattato di Lisbona entrerà finalmente in vigore. Se così sarà, in ogni caso, il voto a doppia maggioranza funzionerà in modo completo (compresa la Polonia che vi si opponeva) a partire dal 2017 (fino ad allora resterà in vigore il sistema di Nizza). La marcia europea verso uno Stato sovranazionale resta lenta.

Desk Europa

Turchia: incontro cruciale per i rapporti con l’Armenia

In settimana, tra il 10 e l’11 ottobre, il Primo Ministro turco Recep Tayyip Erdogan, si recherà in visita ufficiale nella capitale armena Yerevan, al fine di concludere un accordo per la normalizzazione dei rapporti tra i due Paesi. L’incontro sarà importante, almeno dal punto di vista diplomatico, nella misura in cui Turchia ed Armenia non intrattengono relazioni formali da quasi venti anni, ma le difficoltà da superare sono ancora molte e non è detto che, nonostante i messaggi ottimistici delle parti coinvolte, si arrivi ad una soluzione in tempi brevi. Probabilmente si dicsuterà della possibile riapertura del confine, ma gli ostacoli politici rimangono ancora tanti, come sottolineato dallo stesso Erdogan durante il G-20 di Pittsburgh.

Prima di tutto, vi è da risolvere l’annosa questione del cosiddetto genocidio armeno da parte dei Turchi durante la Prima Guerra Mondiale. Gli Armeni non sembrano disposti a trattare qualora Ankara non ammettesse le responsabilità che le vengono attribuite, ma il governo turco, nonostante delle timide aperture in questo senso, deve affrontare un’opinione pubblica che sembra essere in qusto momento orienta sempre più verso ideali nazionalistici. Stando così le cose, una dichiarazione di colpevolezza per lo sterminio degli Armeni risulterebbe alquanto impopolare. In più, il Presidente statunitense Barack Obama (gli Stati Uniti hanno sempre sostenuto la causa armena nei confronti della Turchia), ha evitato di usare il termine “genocidio”, mostrando una certa reticenza ad inasprire i toni del dibattito e ad appoggiare gli Armeni, il che gioca a favore della Turchia.

Oltre a ciò, vi è la questione del Nagorno-Karabakh e dei rapporti dell’Armenia con l’Azerbaijan. Ankara, se vorrà normalizzare i rapporti con Yerevan, dovrà dimostrare all’Azerbaijan (nemico storico dell’Armenia) di nno voler ledere gli interessi di Baku nel Caucaso meridionale. In quest’ottica, la Turchia potrebbe legare la risoluzione delle controversie con l’Armenia al ritiro di quest’ultima dal Nagorno-Karabakh, facilitando così l’azione azera nell’area. Anche tale punto, però, non sembra essere per nulla scontato, soprattutto alla luce del fatto che il cosiddetto gruppo di Minsk (nominato dall’OSCE per risolvere la questione) non sembra avere l’influenza necessaria sugli Armeni. I rapporti tra Turchia ed Armenia potranno dunque vedere nel breve termine un qualche miglioramento dal punto di vista economico, ma una vera normalizzazione dovrà ancora attendere.

Stefano Torelli
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