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Weekly Analyses: 33/2009

Guinea Bissau: la nuova presidenza contro il narcotraffico - Honduras: il ruolo da protagonista del Brasile nella crisi interna - India e Pakistan: nuovo incontro terminato con un nulla di fatto - Germania: coalizione nero-gialla e vittoria dei piccoli partiti - Iran: il regime tra fughe in avanti e ambiguità prende tempo e va avanti con il nucleare.

Equilibri.net (28 settembre 2009)

Guinea Bissau: la nuova presidenza contro il narcotraffico

La vittoria alle elezioni presidenziali di fine luglio da parte di Malam Bacai Sanha e il ritorno ufficiale alla stabilità istituzionale dopo l’assassinio del presidente Joao Bernardo Vieira nel marzo 2009, riportano al centro dell’attenzione internazionale la questione del traffico di droga in Guinea Bissau.

A causa della permanente debolezza delle autorità statali, dei conflitti intra-istituzionali tra i centri del potere interno (presidenza, esercito, partito di governo e poteri locali), della connivenza di importanti settori militari con la criminalità organizzata, la Guinea Bissau è diventata una delle piattaforme di transito più utilizzate dal narcotraffico internazionale per il trasporto degli stupefacenti dalle basi produttrici in America Latina ai consumatori finali in Europa. Le rotte della droga gestite dai cartelli sudamericani approdano in altri “Stati deboli” rivieraschi dell’Africa occidentale (Liberia, Senegal, Sierra Leone, Guinea), impelagati in difficili transizione o in delicati assestamenti istituzionali. L’ex colonia portoghese, tuttavia, è tra i casi che evidenziano una profonda connivenza tra apparati dello Stato, in specie esercito e autorità periferiche, e il business del narcotraffico. Il neoeletto presidente ha promesso di sopprimere la rete criminale che ruota intorno allo smercio di stupefacenti. Questa operazione necessita di un ampio rimpasto nei quadri dell’esercito in modo da spezzare i legami tra militari e narcotrafficanti. E’ altrettanto necessario abbattere le organizzazioni criminali locali che sono cresciute all’ombra del narcotraffico e che sono diventate i diretti referenti dei carteles sudamericani. L’appoggio internazionale sarà infine determinante per supportare sul terreno le operazioni militari e per agevolare così la politica anticrimine di Sanha. L’implementazione di queste iniziative potrebbero tuttavia provocare un nuovo duro scontro istituzionale e rieditare un golpe militare sulla traccia di quello che ha eliminato l’ex presidente in carica Vieira.

Le istituzioni bissau-guineane guidate da Sanha e i settori dello Stato vicini alla presidenza possono ricevere un aiuto importante in termini di stabilità da parte della comunità internazionale e riabilitare l’immagine di narco-Stato accostata alla Guinea Bissau. Gli accordi di cooperazione militare contro il narcotraffico darebbero forza alla presidenza e permetterebbero a Sanha di controbilanciare le forze ostili a rompere i legami tra Stato e crimine organizzato.

Alessio Fabbiano

Honduras: il ruolo da protagonista del Brasile nella crisi interna

Lunedì 21 settembre Manuel Zelaya, presidente dell’Honduras deposto il 28 giugno da un intervento delle Forze Armate ed espulso dal Paese, ha fatto segretamente ritorno a Tegucigalpa chiedendo asilo all’ambasciata del Brasile. La notizia del ritorno di Zelaya, avvenuto del tutto a sorpresa, ha fatto nuovamente innalzare la tensione diplomatica in America Latina.

Il presidente ad interim Roberto Micheletti, che aveva preso le funzioni di Zelaya dopo il golpe di giugno, ha condannato il ritorno in patria di quest’ultimo accusando il Brasile di una grave intromissione negli affari interni dell’Honduras. Micheletti ha ribadito la legittimità della destituzione di Zelaya, che a suo avviso sarebbe stata giustificata dalle ripetute violazioni costituzionali del presidente, e ha indetto elezioni per la fine di novembre per le quali sono già presenti quattro candidati; come aveva promesso, Micheletti non si presenterà direttamente alla consultazione. Il Brasile ha risposto alle accuse del Capo di Stato honduregno attraverso Dilma Rousseff, ministro della Casa Civil, la quale ha sostenuto che Zelaya si sarebbe presentato all’ambasciata senza alcun preavviso e che accoglierlo è stata un’azione in linea con il rispetto dei diritti umani. Inoltre, Brasilia si è attivata a livello internazionale effettuando pressioni sulle organizzazioni universali e regionali affinchè si possa giungere ad una soluzione della crisi: oltre ad aver chiesto la mediazione di José Miguel Insulza, segretario dell’OSA (Organizzazione degli Stati Americani), ha richiesto la convocazione d’urgenza del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite in modo che vengano intraprese sanzioni contro il governo di Micheletti, ritenuto illegittimo. La tensione si è alzata negli ultimi giorni dal momento che le forze dell’ordine dell’Honduras hanno circondato l’ambasciata e ci sono stati parecchi scontri che hanno portato all’arresto di centinaia di cittadini.

È improbabile che il Brasile sia del tutto estraneo al ritorno di Zelaya in Honduras. Il presidente Lula può uscire vincitore da questa crisi, dimostrando la forza politica di Brasilia a livello regionale e incrementando la propria presenza in America Centrale. La pressione esercitata sulle organizzazioni internazionali potrebbe aumentare ulteriormente l’isolamento del governo di Micheletti, alla guida di una nazione già fragile e ulteriormente indebolita da sanzioni economiche e ostilità politica diffusa nella regione. Il Brasile ha inoltre alle proprie spalle il favore degli USA, poco propensi ad impegnarsi direttamente nella soluzione della crisi ma disposti a delegare all’alleato sudamericano la soluzione di tali questioni, a testimonianza della partnership sempre più solida tra i due Stati. Infine, in questo modo Lula può togliere visibilità e influenza a Chávez: anche il Venezuela sostiene il reintegro di Zelaya nelle sue funzioni, ma il Brasile si sta rivelando un interlocutore più forte ed autorevole a livello internazionale.

Davide Tentori

India e Pakistan: nuovo incontro terminato con un nulla di fatto

I ministro degli esteri indiano SM Krishna e la sua controparte pakistana Shah Mehmood Qureshi si sono incontrati domenica 27 settembre alla fine di una riunione dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite per discutere sull'avanzamento del processo di pace e sul miglioramento della cooperazione tra i due paesi. L'incontro, che era stato deciso nel precedente colloquio di giugno in Egitto, sembrerebbe essersi svolto in maniera pacata, ma non sono mancate tensioni. Qureshi ha presentato una roadmap per i futuri dialoghi con l'India, ma Krishna ha rifiutato di tenere colloqui informali in attesa della ripresa di dialoghi ufficiali. La volontà di rafforzare le relazioni è stata comunque manifestata da entrambi i rappresentanti, sebbene fortemente criticata dall'opinione pubblica indiana. I colloqui furono avviati nel 2004 per cercare di migliorare i rapporti tra i due paesi puntando anche sulla cooperazione nel settore dei trasporti e del commercio, ma gli attentati terroristici compiuti lo sorso novembre a Mumbai da una cellula del gruppo terroristico Lashkar-e-Taiba (LeT) che si era preparata in territorio pakistano avevano spinto l'india a interromperli.

Le divergenze sorte durante l'ultimo incontro riguardano proprio l'episodio di Mumbai: l'India sostiene che il Pakistan non si impegni abbastanza per perseguire i responsabili e i mandanti degli attentati (in particolare il leader del LeT, Hafiz Mohamed Saeed) nonostante sia previsto l'inizio di un processo contro gli individui arrestanti, accusati di aver pianificato l'attacco; il Pakistan sostiene, invece, che l'India dia troppa attenzione alla cosa, mettendo in secondo piano la necessità di una maggiore cooperazione.L'ultimo colloquio non ha, dunque, portato alla definizione di nuovi appuntamenti e sembra che solo una concreta azione dello stato pakistano contro i membri del LeT possa convincere Nuova Delhi a riprendere il processo di distensione. Questa ulteriore battuta d'arresto nelle trattative per il processo di pace potrebbe aumentare le tensioni esistenti tra i due paesi, che si sono già scontrati militarmente tre volte a causa delle pretese che entrambi avanzano nella regione del Kashmir. Forse non è un caso che nella notte seguente agli incontri ci sia stato uno scambio di colpi tra le forze di confine dei due paesi. Episodio che, sebbene definito da entrambe le parti come un incidente, pare indicativo di un innalzamento della tensione.

Cristina Passeri

Germania: coalizione nero-gialla e vittoria dei piccoli partiti

Il risultato delle elezioni del Bundestag conferma il Cancelliere Merkel in una coalizione di governo che cambia colore. CDU/CSU e FDP possono contare su una maggioranza stabile di 332 mandati contro i 290 dell’opposizione rosso-rosso-verde. Per la CDU/CSU la vittoria è a metà. Sebbene sia stato raggiunto lo scopo di una coalizione stabile, l’Unione registra con il suo 33,9 % il secondo risultato peggiore della storia della Repubblica Federale Tedesca. I 24 seggi in eccedenza conquistati tramite il voto diretto – Überhangsmandate – corroborano la maggioranza.

Il partito liberale FDP è il vero vincitore della competizione elettorale. Il principale candidato e leader del partito Guido Westerwelle conduce la FDP alla vetta del 14,6%, un più 4,8% rispetto alle elezioni del 2005. A sinistra, la SPD raccoglie il suo peggiore risultato: il 23,1% con un calo dell’11,1% rispetto le scorse elezioni. Die Linke e Die Grüne ottengono rispettivamente il l´11,9% (+2,6%) ed il 10,7% (+3,2%).

In linea generale, le elezioni del Bundestag 2009 segnano la vittoria dei piccoli partiti – non più così piccoli – a discapito dei partiti popolari. Se per la CDU/CSU tale risultato e la diminuzione della partecipazione al voto equivalgono ai costi dei compromessi della grande coalizione, per la SPD è il momento di avvio di una più profonda discussione all’interno del partito. L’ex ministro degli Esteri Steinmeier ha annunciato ieri alla Willy Brand Hause di voler diventare il leader di una forte e costruttiva opposizione e Müntefering di volersi candidare per la conferma della leadership del partito. Tuttavia, è probabile che alla pesante sconfitta conseguirà un cambio al vertice della SPD ed un avvicinamento alle istanze della sinistra e dei verdi.

Unione ed FDP hanno affermato di voler costituire un’alleanza di governo nel minor tempo possibile. La vittoria della FDP avrà sicuramente un peso rilevante nelle consultazioni per la formazione del nuovo Governo. Oltre al posto di ministro per gli Affari Esteri e probabilmente di vice-cancelliere per Westerwelle, la FDP punta ad altri quattro ministeri: economia (Rainer Brüderle), finanze (Hermann Otto Solms), giustizia (Sabine Leutheusser-Schnarrenberger) ed istruzione (Cornelia Pieper). E’ probabile che un punto principale sul quale discutere per il programma di governo riguarderà la riforma del sistema fiscale, sul quale delle discordanze sono attualmente presenti.

Vera Ragone

Iran: il regime tra fughe in avanti e ambiguità prende tempo e va avanti con il nucleare

Il regime degli ayatollah, dopo un’estate trascorsa a smaltire i veleni del dopo voto, torna prepotentemente alla ribalta dei media internazionali ed in testa alle preoccupazioni delle cancellerie internazionali, rilanciando la sua corsa agli armamenti e al nucleare. Tra domenica 27 e lunedì 28 settembre Teheran ha infatti programmato una due gironi di test missilistici per verificare il corretto funzionamento di tutto il suo arsenale balistico (Zelzal, Tondar et Fateh 110 a corto raggio, Shahab 1 e 2 a medio raggio ed, infine, i temutissimi Shahab a lunga gettata, missile quest’ultimo forse in grado di percorrere 2000 chilometri). Dal momento che la distanza fra Teheran e Tel Aviv è pari a poco meno di 1.600 chilometri, la notizia, evidentemente, desta preoccupazione, soprattutto in Israele. Tra l’altro, è bene rimarcarlo, ad aver dato il via alla due gironi di esercitazioni non è l’esercito iraniano, bensì le Guardie della Rivoluzione, dotate di comandi autonomi ed indipendenti dall’esercito regolare.

Come se non bastasse il regime ha dovuto confermare l’esistenza di un nuovo impianto per l’arricchimento dell’uranio situato nel cuore pulsante della teocrazia sciita, cioè nella città santa di Qom, sede del clero militante e della più grande università teologica del paese con circa 50.000 studiosi. La notizia del nuovo impianto è stata data al mondo direttamente da Barak Obama durante l’ultimo G20. Alla notizia Teheran ha risposto dicendo di non avere nulla da nascondere, anche perché l’impianto è destinato ad uso civile, e si è detta pronta a fissare una data per l'ispezione dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica (Aiea), così come dichiarato dal capo dell'organizzazione iraniana per l'energia atomica, Ali Akbar Salehi, il tutto mentre Ahmadinejad, in un’intervista Washington Post e Newsweek, proponeva una riunione internazionale fra scienziati ed esperti nucleari iraniani e di altri paesi, americani inclusi, ed addirittura prospettava l’ipotesi che l'Iran potrebbe chiedere agli Usa uranio arricchito per uso sanitario.

In questa situazione gli Usa sono chiamati a decidere una linea precisa al fine di fermare, prima che sia troppo tardi, la corsa al nucleare iraniano e le parole di Obama, pronunciate al termine del vertice di Pittsburgh: la comunità internazionale non è stata mai così unita nella condanna, e gli Stati Uniti si difenderanno non escludendo alcuna opzione, inclusa, sembra di capire, quella militare, vanno in quella direzione. Si va verso l’azione militare quindi? Non è detto, tuttavia l’ipotesi assume di settimana in settimana maggiore credito, anche perché il regime iraniano sembra aver imboccato in maniera irreversibile una deriva militarista, di cui forse lo stesso Ahmadinejad sembra esserne condizionato, schiacciato com’è tra l’ayatollah Ali Khamenei e i Pasdaran. Il tema vero è se Israele accetterà di restare alla finestra.

Massimiliano Frenza Maxia
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