Pakistan: Interessi e obiettivi geopolitici nei rapporti con Kabul in vista delle elezioni
Recuperare il ruolo di potenza egemone in Afghanistan. Questo è l’obiettivo primario del Pakistan nei confronti del vicino. Alla luce di questo vanno valutati i rapporti con la leadership afghana, chiunque essa sia all’indomani delle elezioni presidenziali del 20 agosto.
Andrea Carbonari
Equilibri.net (17 agosto 2009)
Per comprendere la prospettiva con cui in Pakistan si osserva lo svolgersi della campagna elettorale per le elezioni presidenziali in Afghanistan è utile partire dagli interessi di Islamabad. Queste priorità condizioneranno i rapporti con la futura dirigenza afghana, qualunque essa sia.
Pashtunistan
Nell’analizzare le relazioni di Islamabad con Kabul bisogna tener presente la questione del confine fra i due paesi, segnato da quella che è chiamata la “Linea Durand”. Tale frontiera è stata tracciata durante l'epoca coloniale dai dominatori britannici. Essa è rimasta sostanzialmente inalterata nel corso del XX secolo, nonostante, da parte afghana, si richiedesse la sua messa in discussione.La Linea Durand divide in due un territorio abitato da popolazioni di etnia pashtun, che risulta essere maggioritaria sia in Afghanistan (lo stesso Presidente della Repubblica uscente Hamid Karzai ne è un esponente) che in quella vasta fascia di territorio pakistano sotto la giurisdizione della Provincia di Frontiera del Nord Ovest (PFNO) e delle Federally Administred Tribal Areas (Aree Tribali Amministrate dal governo Federale - FATA). Ma tribù appartenenti a questo gruppo si sono stanziate anche in altre aree del paese, come la provincia del Belucistan e la zona di Karachi. Secondo dati recenti, in totale i Pashtun sarebbero 42 milioni di persone (il 42% della popolazione dell'Afghanistan e il 15% di quella del Pakistan). Il movimento estremista dei taliban ha avuto origine proprio tra i pashtun afghani, in particolare tra quelli che vivevano nella zona di Kandahar.Tra i pashtun esiste l'aspirazione a vivere all'interno di un'unica entità statuale che abbracci i diversi territori dove essi abitano. Tale stato dovrebbe prendere il nome di “Pashtunistan” e comprendere al suo interno, grosso modo, il territorio dell'attuale Afghanistan e parte di quello del Pakistan. Naturalmente tale aspirazione è radicalmente contestata dai pakistani.Va detto che la questione del Pashtunistan, in realtà, costituisce al momento soprattutto un elemento “ideologico”, più che politico o strategico. Le popolazioni pashtun che vivono in Pakistan nella vita quotidiana dimostrano attaccamento al proprio paese. Prova di ciò è il fatto che alcuni loro membri sono entrati nei ranghi delle Forze Armate di Islamabad e hanno fatto carriera, fino a ricoprire alti incarichi. La porosità del confine e la difficoltà nel controllo rendono nel complesso possibile lo spostamento indisturbato di popolazioni da uno stato all'altro.Questo implica che non esiste un motivo esistenziale che spinga i pashtun che vivono nel Pakistan a ribellarsi contro il potere centrale. Se una ribellione si è verificata negli ultimi anni, essa non è il frutto dell'idea del Pashtunistan, ma di una serie di circostanze e di politiche poste in essere da Islamabad che hanno fatto deteriorare la situazione di sicurezza in tali aree. Senza dubbio, un simile mito contribuisce a rendere più determinata la guerriglia riconducibile ai taliban, ma non costituisce che un aspetto marginale. La ribellione in Pakistan trae origine dal malcontento per le politiche dei vari Governi e dall’obiettivo di dare vita a uno stato governato dalla legge islamica nell’interpretazione che ne danno i taliban locali.Se il Pashtunistan è forse un miraggio, lo scontento per l'attuale tracciato del confine è invece un elemento molto concreto all'interno della società e della classe politica afghane. Lo stesso Presidente Karzai in diverse occasioni ha dichiarato che ritiene necessaria una "Grande Assemblea" per la ridefinizione della frontiera. Tale atteggiamento lo ha spinto a polemizzare contro alcune iniziative che il Pakistan intendeva attuare per rendere più sicuro un confine che, dal canto suo, ritiene definitivamente stabilito. In sostanza, in passato Islamabad ha cercato di controllare i flussi di persone e merci attraverso la frontiera, anche progettando l'istallazione di barriere dotate di sensori elettronici. Ma tali progetti sono stati bocciati da Kabul, che ritiene la Linea Durand un confine “disputato”. Se Karzai dovesse essere rieletto il problema si riproporrebbe. Al momento, bisogna dire, la leadership afghana non è nelle condizioni di imporre le proprie richieste al vicino meridionale. Ma questo non significa che essa non cercherà in tutti i modi (anche con appoggi esterni) di far valere le sue ragioni.Se quello del Pashtunistan è al momento poco più di un mito (che pure non rasserena i rapporti con Islamabad), va detto però che, qualora esistessero le condizioni, esso potrebbe diventare realtà. Un Pakistan sottoposto a forze centrifughe di varia natura potrebbe perdere la capacità di opporsi a esse e quindi non essere più in grado di difendere la propria integrità territoriale. In quest’ottica, tuttavia, i pericoli vengono soprattutto dall’interno della nazione asiatica. In altri termini, l’Afghanistan non costituisce in sé una minaccia per la sopravvivenza del Pakistan.
Il problema dei profughi
Un secondo problema che Islamabad e Kabul si trovano a dover affrontare per cercare di risolverlo in maniera congiunta è quello dei profughi afghani. Costoro, per sfuggire ai conflitti che si sono succeduti nel loro paese nel corso degli ultimi decenni, si sono rifugiati in Pakistan. Tali popolazioni rappresentano un problema per Islamabad, viste le difficoltà dal punto di vista sociale, economico e della sicurezza che sorgono all'interno e nei dintorni dei campi profughi. Va detto che da parte pakistana, per una serie di ragioni storiche e politiche, non è stata mai attuata un’efficace politica di integrazione dei rifugiati provenienti dall’estero. Questo ha fatto sì che tale emergenza non venisse risolta ma si aggiungesse a quelle che mano a mano si andavano presentando.L’obiettivo di fondo, per i pakistani, è di rimandare a casa quanto prima i profughi. Negli ultimi anni, approfittando della migliorata situazione di sicurezza afghana, Islamabad li ha spinti in vari modi a fare ritorno in patria, ottenendo, dal suo punto di vista, un certo successo. Dal 2002 circa 3,5 milioni di persone sono tornate in Afghanistan. Per fare ciò il Pakistan ha dovuto vincere la resistenza che i rifugiati opponevano, consapevoli delle difficoltà (economiche, politiche, ecc.) che tuttora esistono nella terra di origine. Ma l’attività sempre più incisiva della guerriglia taliban in un numero crescente di zone dell'Afghanistan e il generale aumento dell’insicurezza, sul versante afghano ma anche su quello pakistano, ha spinto i profughi (che raggiungevano nel gennaio 2009 gli 1,8 milioni di persone, divisi in vari gruppi) a opporsi in maniera sempre più decisa al rimpatrio. Tale rimpatrio, che riguarda innanzitutto coloro che sono stati registrati (anche con la collaborazione dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati - ACNUR), è regolato da un accordo tripartito che doveva avere termine entro il 31 dicembre del 2009. A fine luglio i due governi e l’ACNUR hanno raggiunto un’intesa per prolungare di tre anni (quindi fino al 2012) la durata dell’accordo che regola il rientro.Per il Pakistan alla questione dei rifugiati afghani si è aggiunta negli ultimi mesi quella dei profughi interni, che sfuggono agli scontri scoppiati tra guerriglia di ispirazione islamica e Forze di Sicurezza di Islamabad in aree fino a poco tempo fa considerate tranquille, come la valle di Swat. Si calcola che alla metà di giugno del 2009 nelle aree vicino a Peshawar, capoluogo della PFNO, vivessero due milioni di rifugiati interni (che si aggiungono agli afghani lì presenti), in una situazione di emergenza umanitaria.L’interesse di Islamabad è quindi avere una controparte autorevole a Kabul che accetti, anche con la collaborazione della comunità internazionale, di farsi carico di queste persone e acceleri quanto più possibile il rimpatrio. Il problema non è solo umanitario. In passato i campi profughi che accoglievano gli afghani sono stati usati come centri di reclutamento per guerriglieri mandati a combattere oltreconfine, sulla base degli interessi di Islamabad. Ora questi combattenti operano in Afghanistan e dimostrano una notevole autonomia rispetto a chi li ha reclutati. I campi che accolgono i rifugiati interni potrebbero diventare i centri di addestramento della futura guerriglia antigovernativa.
Obiettivi geopolitici
Le questioni analizzate in precedenza, anche se molto concrete, sono considerate però secondarie rispetto agli obiettivi geopolitici che Islamabad si pone nei rapporti col vicino. Innanzitutto il Pakistan mira a conservare e, se possibile, ad aumentare la propria influenza sull’Afghanistan. Per far questo si serve di strumenti che considera collaudati, come il sostegno a movimenti insurrezionali non ostili. In secondo luogo, cerca di contrastare l’ingerenza di soggetti esterni (soprattutto dell’India e degli USA) in Afghanistan e ogni alleanza fra questi soggetti e la leadership di Kabul.L’attuale gruppo dirigente afghano e il Presidente Karzai sono saliti al potere con l’appoggio degli Stati Uniti e di altri stati dopo la sconfitta dei taliban nel 2001. Taliban che, guidati dal mullah Omar, avevano preso il controllo di quasi tutto il paese col sostegno di Pakistan e (in misura minore) di nazioni come l’Arabia Saudita. All’interno della dirigenza afghana vi sono figure che rappresentano etnie e gruppi religiosi minoritari, come i tagiki e gli hazara (che facevano parte dell’Alleanza del Nord), che i taliban hanno cercato di debellare durante il loro regime. Da una parte, quindi, l’appoggio dato in passato (e, secondo alcuni, tuttora) ai taliban ha reso il Pakistan un partner quantomeno non affidabile per Karzai e i suoi. Dall’altra il fatto che ha sconfitto i suoi “protetti” ed è arrivato al vertice dello stato anche con l’appoggio di USA e India ha reso Karzai una controparte non gradita per Islamabad. Questa ostilità non ha mai raggiunto il punto di rottura, anche perché i pakistani erano consapevoli che gli USA appoggiavano Karzai e si opponevano a ogni tentativo di supporto pakistano alla guerriglia. Ma il progressivo deterioramento della situazione in Afghanistan e la prospettiva di un possibile ritiro degli occidentali potrebbero far pendere la bilancia nuovamente in favore di Islamabad. In quest’ottica i pakistani continuerebbero a intrattenere rapporti coi taliban afghani, considerati un possibile alleato nella riconquista del ruolo di potenza egemone. Nei circoli dell’intelligence occidentale da tempo si pensa che il mullah Omar e il vertice del suo movimento (posto che esista un vertice) si siano rifugiati in Pakistan, e per la precisione a Quetta (capoluogo del Belucistan), dove si troverebbero con la complicità dei pakistani.In linea generale, i Pakistani sono favorevoli al dialogo con i taliban afghani (o almeno che alcuni settori, definiti “moderati”) portato avanti anche da Karzai, interessato a una pacificazione nazionale fra i pashtun. L’ingresso nella vita pubblica di un suo alleato di fatto sarebbe un evento positivo per Islamabad. Dall’altro lato, l’ipotesi di una riconciliazione coi taliban e di un loro ingresso nella dialettica politica è avversato dalle minoranze etniche, dai difensori dei diritti umani (in particolare di quelli delle donne) ma anche dall’Iran e dall’India. Resta da vedere se questo dialogo produrrà dei frutti. Il mullah Omar ha rifiutato qualsiasi ipotesi di dialogo e ha esortato ad accelerare le operazioni militare per cacciare un nemico.
Conclusioni
Alcune dichiarazioni di Karzai e il suo atteggiamento proattivo nei suoi confronti, lo hanno reso un vicino scomodo per Islamabad. Facendo venire meno il loro supporto all’attuale Presidente gli USA stanno facendo quindi anche il gioco dei pakistani che avrebbero tutto da guadagnare da una fase di instabilità politica, magari in seguito a elezioni contestate o alla nomina di un Presidente non autorevole. D’altro canto, un leader forte in Afghanistan potrebbe essere utile ai pakistani. Il problema è nel grado di autonomia e di indipendenza che costui rivendicherà nei confronti del vicino meridionale.
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