Weekly Analyses - 37/2008
Stati Uniti: cancellata la Corea del Nord dalla lista nera dei paesi sostenitori del terrorismo - Sudafrica: verso una spaccatura dell’ANC - Filippine: nuova richiesta di impeachment per Arroyo - Unione Europea: il summit del 15-16 ottobre deve produrre risultati concreti - Palestina: l’unità nazionale passa per il Cairo
Equilibri.net (13 ottobre 2008)
Stati Uniti: cancellata la Corea del Nord dalla lista nera dei paesi sostenitori del terrorismo
L’accordo raggiunto dai negoziatori statunitensi con il Governo di Pyongyang sarà da ritenersi valido per tutti i paesi facenti parte del Gruppo dei Sei (Stati Uniti, Russia, Cina, Giappone e le due Coree) nonostante le perplessità del Governo di Tokyo. Il presidente statunitense George W. Bush ha comunque assicurato al premier giapponese Taro Aso che Washington sosterrà le richieste giapponesi in merito alla questione dei cittadini giapponesi rapiti dalla Corea del Nord, questione non inclusa nell’accordo sul nucleare come richiesto dal Governo giapponese. Critiche sono giunte dal candidato Repubblicano John McCain, secondo cui la negoziazione bilaterale dell’accordo e il successivo allargamento alla totalità del Gruppo dei Sei potrebbe essere considerato un atto di arroganza nei confronti dei paesi alleati agli Stati Uniti per la risoluzione della questione.
Come previsto (Cfr. Stati Uniti: verso la risoluzione della questione del nucleare nordcoreano) il raggiungimento dell’accordo potrebbe spingere ora il Dipartimento di Stato ad esercitare nuove pressioni sui tavoli negoziali che vedono impegnati i rappresentanti statunitensi e quelli iraniani affinché venga accettata da Teheran una formula simile a quella proposta al Governo di Pyonyang. La cancellazione della Corea del Nord dalla lista dei “paesi-canaglia” sarà utilizzata da Washington come esempio da utilizzare per altri paesi, come la Siria, considerati sponsor del terrorismo. Non è da escludersi la possibilità che la decisione di pervenire ad un accordo bilaterale con il Governo di Pyongyang e l’allargamento al Gruppo dei Sei di quanto concordato senza una preventiva consultazione crei qualche difficoltà ai diplomatici statunitensi impegnati su altri tavoli negoziali.
Simone Comi
Sudafrica: verso una spaccatura dell’ANC
L’ex ministro della difesa Lekota, tra i fedelissimi di Mbeki, ha accusato il candidato alla presidenza Zuma di aver alimentato le tensioni politiche per conquistare la guida del partito, ventilando la possibilità di una scissione all’interno dell’ANC e tra le righe la creazione di una nuova formazione politica in vista delle elezioni presidenziali. Nonostante non sia emerso il suo nome, è verosimile che Mbeki assumerà la guida di questo nuovo partito. In settimana dovrebbe essere formalizzato l’annuncio e convocata l’assemblea generale dell’ANC. Per la prima volta dal 1994 il partito di Mandela si trova quindi ad affrontare discrasie interne tali da portare alla ridefinizione dei confini politici che hanno caratterizzato la politica sudafricana di questi ultimi anni.
La spaccatura dell’ANC non fa che esasperare le incertezze politiche caratterizzate da una frammentazione in itinere, le crisi economica e finanziaria acuite dall’instabilità politica, le questioni sociali irrisolte (povertà dilagante) e quelle di nuova affermazione (xenofobia). Sembra tuttavia difficile che un nuovo partito, seppur nato dall’ANC, riesca a radicarsi in questi sei mesi e reperire consensi sufficienti a intralciare l’ormai scontata vittoria di Zuma alle presidenziali, considerando in particolare il forte appoggio che quest’ultimo può contare sulla popolazione rurale e sulla confederazione dei sindacati.
Massimo Corsini
Filippine: nuova richiesta di impeachment per Arroyo
Eletta con le presidenziali del 2004 per un mandato di sei anni, Arroyo è già riuscita a respingere tre tentativi di impeachment, per lo più ricorrendo a cavilli. Gli stessi gruppi di opposizione sembrano ben coscienti delle scarsissime probabilità di accoglimento della loro richiesta, ma ritengono le pesanti accuse rivolte alla Presidente un atto politico importante e dovuto. Il mandato presidenziale termina nel 2010 e, per legge, Gloria Arroyo non potrà ripresentarsi alle prossime elezioni. In ogni caso il gradimento popolare nei confronti della Presidente rimane il più basso dal tempo del dittatore Ferdinand Marcos e, poiché Arroyo gode di un forte supporto da parte delle Forze Armate nonché della Chiesa Cattolica, è probabile che la stessa opposizione si sia ormai rassegnata ad attendere la fine del mandato per tentare di salire al governo. Anche questa richiesta d'impeachment, dunque, sarebbe volta a mantenere l'attenzione pubblica sull'attività dell'opposizione, piuttosto che un vero e proprio tentativo di far cadere il governo.
Desk Asia e Pacifico
Unione Europea: il summit del 15-16 ottobre deve produrre risultati concreti
Paradossalmente, la gravità del contesto offre agli stati continentali un'occasione per rinsaldare l'unità politica all'Europa, alle prese ormai da anni con il problema della scarsa coesione in frangenti di particolare delicatezza (si pensi alla guerra irachena, a quella russo-georgiana o alla Costituzione europea). Ma non sarà facile. L'impressione è che una nuova delusione delle aspettative di maggiore unità d'azione potrebbe portare conseguenze gravi, nel senso di uno sfaldamento politico dell'Unione.
E' probabile quindi che un accordo, seppur forse meno ambizioso di quanto pensato in origine, possa essere trovato, aprendo la strada a una nuova governance economico-finanziaria nel Vecchio Continente. Dopo, tuttavia, la cooperazione in materia avrà bisogno di un sostegno robusto e continuo, possibile solo con forte slancio politico.
Desk Europa
Palestina: l’unità nazionale passa per il Cairo
I lavori si annunciano complessi e non scevri di difficoltà ma sembra che i due partiti politici siano realmente intenzionati a porre fine ad una faida assai dannosa per la causa palestinese. Le richieste più esigenti giungono da Hamas che non intende vedere delegittimato il suo potere nella striscia. Il movimento islamico chiederà certamente la formazione di un governo di unità nazionale che traghetti il popolo palestinese verso le elezioni presidenziali del prossimo gennaio ma si dice contrario a convocare contemporaneamente alle presidenziali anche le elezioni legislative che hanno invece scadenza nel 2010. Altro tema caldo saranno la riorganizzazione delle forze di sicurezza palestinesi e la ristrutturazione dell’OLP, ma sembra che su tali tematiche sia stato già raggiunto un accordo di massima fra le parti. La diplomazia egiziana ha formulato un documento in 14 punti che contiene in sé tutte le suddette tematiche e che sarà la base di partenza. Superata questa prima fase, l’Egitto darà il via ad una seconda serie di incontri separati con ambo le fazioni per testare reazioni ed appianare eventuali discordanze. In ultima analisi si procederà alla formazione del nuovo esecutivo e si preparerà il paese per nuove elezioni. Il tutto dovrebbe concludersi nel giro di 6 mesi. Non è da escludere che al Cairo si discuterà anche della liberazione del caporale Shalit.
La buona riuscita degli incontri è stata garantita dall’Egitto che vuole rilanciare la propria immagine di paese mediatore nell’area. Fanno ben sperare anche le dichiarazioni dei leaders di Hamas, in particolare di Khaled Mesha’al, i quali hanno rassicurato circa la loro volontà di giungere ad un accordo. Hamas e Fatah sanno bene che fallire nuovamente getterebbe la Palestina nel caos ed aprirebbe inevitabilmente alla guerra civile, ipotesi già del resto pericolosamente sfiorata solo pochi mesi fa.
Marco Di Donato



