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Weekly Analyses - 34/2008

Sudafrica: le dimissioni di Mbeki - Bolivia: l'evoluzione della crisi istituzionale - Corea del Nord: i timori per la salute del “caro leader” - Ucraina: rottura definitiva tra i due protagonisti della rivoluzione arancione? - Iran: i 5+1 divisi di fronte la prospettiva di nuove sanzioni, Russia e Cina frenano

Equilibri.net (22 settembre 2008)

Sudafrica: le dimissioni di Mbeki

A seguito della decisione dell’African National Congress (ANC) di rimuovere Thabo Mbeki prima della scadenza del suo mandato (aprile 2009), il Presidente sudafricano ha annunciato le sue dimissioni dalla guida del Paese. Il ritiro dalla scena politica seguirà tuttavia l’espletamento degli adempimenti costituzionali previsti, essendo necessaria per la nomina del Presidente la procedura parlamentare. La decisione dell’ANC, che segue il dibattito di venerdì del Comitato esecutivo nazionale e il non luogo a procedere per irregolarità nella procedura a favore dell’ex vicepresidente Zuma, trova il suo fondamento nelle accuse dell’Alta Corte del Sudafrica di abuso del sistema giudiziario e strumentalizzazione delle accuse di corruzione a carico di Zuma.

Si tratta di una fondamentale svolta nell’impasse che dal 2006 caratterizza la scena politica sudafricana e che vede al suo centro l’ex vicepresidente Zuma, in ragione degli scandali di corruzione (ottobre 2005, in relazione alla vicenda del 1999 sul gruppo di armamenti francese Thales e al suo consigliere finanziario Shaik) e stupro (febbraio 2006) che lo avevano portato alle dimissioni dalla sua carica. Con la sua recente nomina a leader dell’ANC e il non luogo a procedere per le accuse di corruzione Zuma, forte dell’appoggio del partito comunista (SACP) e dell’alleanza dei sindacati (COSATU), appare il naturale e ormai unico candidato alla Presidenza. Le dimissioni di Mbeki porteranno verosimilmente alla caduta del governo e ad elezioni anticipate nonostante sia auspicabile, come richiesto dallo stesso ANC, che gli attuali ministri rimangano in carica per evitare rotture nell’attuazione dei programmi politici e conseguente instabilità economica.

Le dimissioni di Mbeki, delfino di Mandela, segnano un importante spartiacque nella storia politica sudafricana. Nonostante le numerose critiche mosse al mediatore della crisi Mugabe, legate in particolare alle questioni economiche e politiche ancora irrisolte, una eventuale caduta dell’esecutivo non potrà non avere ripercussioni anche rilevanti tanto sull’economia sudafricana e regionale (ad esempio in tema di Accordi di partenariato economico negoziati con l’UE) quanto sul piano propriamente politico (ad esempio nei rapporti con il nuovo governo del vicino Zimbabwe).

Massimo Corsini

Bolivia: l'evoluzione della crisi istituzionale

A seguito degli scontri nella regione di Pando, che hanno causato la morte di 20 campesinos politicamente affini al Presidente Evo Morales e la scomparsa di altre 106 persone, il Capo di Stato ha ordinato l'arresto del Governatore Leopoldo Fernandez, incarcerato poi con l'accusa di genocidio. Parallelamente, Morales ha proceduto con i colloqui con gli altri rappresentanti delle regioni autonomiste, arrivando a stilare un documento base per il dialogo che dovrebbe fungere da piattaforma per gli accordi futuri. Il Presidente boliviano, che si è impegnato a non sottoporre, almeno per un mese, la nuova Costituzione al previsto referendum popolare per la ratifica, ha dichiarato di sperare in una soluzione entro martedì, quando lascerà il Paese per assistere ad una riunione dell'ONU.

Nonostante questi lievi progressi, favoriti anche dall'appoggio compatto dell'UNASUR al Governo di La Paz, la situazione resta ancora estremamente delicata. Migliaia di “officialisti”, sostenitori del Mandatario in carica, continuano a manifestare per le strade, ed il rischio di scontri con gli oppositori resta alto. A livello internazionale, la decisione della Russia di spalleggiare l'Esecutivo rischia di incrinare ulteriormente i rapporti già tesi con gli Stati Uniti.

La strada dei negoziati, sebbene le dichiarazioni programmatiche di tutti i partecipanti siano orientate al dialogo, è ancora in salita: le posizioni del Presidente e dei Prefetti sono estremamente distanti, coinvolgendo non solo l'assetto costituzionale dello Stato ma anche la ripartizione delle risorse economiche. Il clima generale della Nazione è di estrema polarizzazione, e, anche se l'arresto di Fernandez era un atto dovuto e incontrovertibile, ha di certo acuito l'ostilità degli autonomisti di Pando. L'evoluzione futura dipenderà dal margine di negoziazione che Morales riuscirà a ritagliarsi senza abdicare alla sua linea politica, conditio sine qua non per mantenere l'appoggio delle comunità di contadini e delle classi sociali tradizionalmente svantaggiate che l'hanno eletto e tuttora lo sostengono.

Lucia Conti

Corea del Nord: i timori per la salute del “caro leader”

La notizia del disinteresse mostrato dal governo di Pyongyang per la rimozione dalla lista americana dei paesi sponsor del terrorismo è giunta la settimana scorsa a segnalare un peggioramento della situazione dei colloqui sul programma nucleare nordcoreano, proprio in concomitanza con le indiscrezioni lanciate dai media di Seul relative a una presunta malattia del Caro Leader, Kim Jong-il, corroborate successivamente da fonti diplomatiche cinesi.

Lo stato di salute del leader nordcoreano è uno dei segreti meglio custoditi del paese e la notizia è stata smentita a più riprese dai funzionari di Pyongyang di stanza alle Nazioni Unite e dalla seconda carica del paese, il segretario dell’Assemblea Suprema del Popolo, Kim Jong-nam. Le illazioni avevano preso piede in seguito all’assenza di Kim Jong-il dalla vita pubblica da oltre un mese e, in particolare, alla parata per il sessantesimo anniversario della fondazione della Repubblica Democratica del Popolo di Corea. In realtà, nessuno sembra sapere esattamente quanto sia grave la situazione, qualcuno avrebbe parlato di un attacco cardiaco o di una emorragia cerebrale, mentre da una fonte attendibile, un funzionario cinese di collegamento, si è avuta la conferma relativa alla convalescenza del leader coreano e al fatto che non sarebbe in pericolo di vita.

Tali voci hanno scatenato nuovamente una ridda di ipotesi e speculazioni sugli scenari possibili nel caso della sua scomparsa. Sebbene gli appellativi contro di lui e il suo spietato regime si sprechino, è certo che i suoi nemici si augurino tutto, in questo momento, fuorché una sua improvvisa uscita di scena che avrebbe conseguenze imprevedibili per tutta la regione. A Seul e a Washington temono un vuoto di potere o il passaggio delle redini ad un fantoccio dietro il quale continuerebbe a manovrare l’establishment militare più oltranzista: i tre figli, chi prima, chi poi, sono stati tutti associati all’idea di prendere il posto del padre, ma nessuno di loro ha maturato l’esperienza necessaria al compito, a differenza di Kim Jong-il, che nel 1994 saliva al potere dopo 20 anni di “apprendistato” paterno e avere raggiunto la posizione di comandante in capo delle forze armate. Il più affidabile sarebbe il secondogenito Kim Jong-chol, attualmente responsabile del Dipartimento della Propaganda del Partito dei Lavoratori, ma nessun nome è stato ufficializzato finora.

Dietro il recente irrigidimento nei confronti delle richieste dell’amministrazione americana c’è chi ha visto già la mano dei militari, che avrebbero preso il controllo delle trattative in vece del leader e che sarebbero contrari alla dismissione del programma nucleare. Il Ministro degli Esteri coreano ha confermato i lavori per la riattivazione dell’installazione nucleare di Yongbyon, dopo averne interrotto lo smantellamento a metà agosto, respingendo la richiesta americana di ispezioni approfondite come inaccettabile. Se si tratti davvero di una decisione presa da altri o meno è del resto poco importante, in quanto si è di fronte alla consueta tattica spregiudicata di negoziazione coreana. Il fatto che la situazione non sia così drammatica è confermato dalla dichiarazione di Kim Jong-nam, che ha comunque auspicato una intesa per il superamento delle differenze sul protocollo uscito dai Colloqui a Sei, trovando reazioni favorevoli a Washington. Nel frattempo, a Seul il Presidente Lee Myung-bak ha convocato delle sedute di discussione straordinarie per valutare il da farsi nel caso precipitino gli eventi, in un momento in cui i rapporti tra le due Coree sono in grave affanno, nonostante il filo sottile della cooperazione economica non sia stato ancora tagliato.

Davide Cazzoni

Ucraina: rottura definitiva tra i due protagonisti della rivoluzione arancione?

La rottura consumatasi la scorsa settimana tra il partito del presidente Yuschenko, nostra Ucraina, e quello guidato dalla “pasionaria” della “Rivoluzione arancione” Yulia Tymoschenko, pone serie ipoteche sul futuro politico delle forze filo-occidetali in Ucraina. L’attuale crisi di governo, se entro trenta giorni non si troverà l’accordo per la formazione di una nuova coalizione si dovrà andare alle urne, rischia infatti di rinforzare le forze filo-russe ed in particolare il Partito delle Regioni guidato dall’ex primo ministro Yanukovich tra i possibili membri del futuro governo. Il rapporto tra i due, oramai ex – alleati, Tymoschenko e Yuschenko è andato infatti sempre più deteriorandosi negli ultimi mesi anche a fronte di un riavvicinamento della Tymoschenko a posizione maggiormente filo-russe. Per Mosca il Primo ministro ha riacquistato il ruolo di interlocutore credibile ed è considerata, a differenza di Yuschenko, un possibile alleato. Mentre il presidente ucraino ha fortemente stigmatizzato il ruolo della Russia nella crisi georgiana il primo ministro ha usato toni più concilianti, e nelle ultime settimane ha addirittura messo in dubbio la veridicità di uno degli episodi mediaticamente più significativi della “Rivoluzione arancione”, il presunto avvelenamento di Yuschenko da parte di emissari russi.

Viste le premesse non è, quindi, da escludere che invece di ricorrere alle elezioni anticipate il partito della Tymoschenko si allei con quello di Yanukovich. È stata, infatti, la stessa Primo ministro a sottolineare più volte che vista l’attuale crisi finanziaria mondiale uno stallo politico nel Paese arrecherebbe danni enormi all’economia. Un’altra ragione che potrebbe ulteriormente far propendere verso la formazione di una nuova coalizione è dato dalle elezioni presidenziali dell’anno prossimo. Votare in contemporanea per il parlamento e per la presidenza consentirebbe da un lato di evitare i contrasti tra l’esecutivo e il presidente, che hanno caratterizzato gli ultimi anni, e dall’altro rappresenterebbero per la Tymoschenko la possibilità di proporsi come l’alternativa principale ad Yuschenko. Il presidente non gode in effetti di molta popolarità e un sondaggio ha rilevato che un’eventuale elezione parlamentare relegherebbe la sua formazione Nostra Ucraina al terzo posto, sensibilmente staccata dal Partito delle Regioni e da quello della Tymoschenko.

Felice Di Leo

Iran: i 5+1 divisi di fronte la prospettiva di nuove sanzioni, Russia e Cina frenano

L'agenzia internazionale dell'energia atomica (Aiea) nel suo ultimo rapporto ha affermato di non essere in grado di stabilire la vera natura del programma nucleare iraniano. Nel rapporto dell’agenzia Onu, si legge che Teheran ha installato ulteriori 2.000 centrifughe per l'arricchimento dell'uranio, che si vanno ad aggiungere alle oltre 1.200 già in funzione. Secondo l’Aiea da parte di Teheran non vi è stata una reale collaborazione nell’attività degli ispettori, se non addirittura dell’ostruzionismo, che ha finito per condurre la missione ad un’impasse.

La reazione di Washington non si è fatta attendere, la Casa Bianca ha ammonito nuovamente l'Iran a sospendere il suo programma di arricchimento dell’uranio, minacciando il rafforzamento delle attuali sanzioni nonché la disposizione di nuove. La posizione americana è stata prontamente avallata dalla Francia che, in ottemperanza al nuovo corso delle relazioni con gli Usa inaugurato con la presidenza Sarkozy, si è detta favorevole a nuove sanzioni Onu. All’asse Washington - Parigi si è subito contrapposta la visone di Pechino e Mosca. Il ministero degli Esteri cinese Jiang Yu ha affermato che le sanzioni non rappresentano una soluzione del problema e che semmai bisogna intensificare i negoziati. Tale approccio è condiviso anche dalla Russia che, per il tramite il vice ambasciatore alle Nazioni Unite Konstantin Dolgov, ha affermato che un’efficiente risoluzione del problema nucleare iraniano va ricercata esclusivamente mediante strumenti politici e diplomatici.

Appare evidente che di fronte ai veti di Russia e Cina, anche la dichiarazione della Francia, che si è detta favorevole a nuove sanzioni Onu, tende ad assomigliare più che altro ad una presa di posizione strettamente politica, che difficilmente si spingerà oltre sulla strada di prese di posizione unilaterali e fuori contesto Onu. Perfino il governo di Saint Vincent e Grenadine, piccole isole caraibiche dell’arcipelago delle Antille, ha rigettato il diktat dell’ambasciatore Usa a sospendere le relazioni commerciali con l’Iran.

Massimiliano Frena Maxia
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