Armi biologiche: rischi, nuove minacce e strumenti di prevenzione
Dove sono le armi biologiche del XXI secolo, chi potrebbe usarle e quali pericoli pongono? Le norme internazionali di arms control e gli altri strumenti multilaterali; i programmi militari nazionali e il bioterrorismo; valutazione dei rischi tra antiche paure e nuove minacce; gli strumenti integrati di prevenzione e gli approcci necessari.
Giulio Mancini e Lucilla Tempesti
Equilibri.net (24 luglio 2008)
Norme internazionali, programmi nazionali e bioterrorismo
L’altro pericolo su cui si è concentrata l’attenzione della Comunità Internazionale è l’uso terroristico di armi biologiche; il “bioterrorismo” presenta infatti fattori di rischio allarmanti, come dimostrano diversi episodi occorsi nelle ultime decadi. Si pensi alla contaminazione da salmonella nei ristoranti dell’Oregon ad opera della setta Bhagwan Shree Rajneesh nel 1984; ai tentativi della setta Aum Shinrikyo di rilasciare antrace, botulino ed ebola in Giappone nella prima metà degli anni Novanta; al caso riguardante campioni di peste ordinati via posta da un estremista di destra negli Stati Uniti nel 1995; alle lettere all’antrace negli Stati Uniti nel 2001. A fronte di tali accadimenti, la Comunità Internazionale ha adottato negli ultimi anni diverse iniziative direttamente connesse al bioterrorismo e alle relative misure di prevenzione e gestione dell’emergenza, come la Risoluzione 1540 del 2004 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, che obbliga gli Stati a prevenire l’acquisizione di armi biologiche da parte di attori non statali; le linee guida e le attività di coordinamento su prevenzione e risposta dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, le attività di training, intelligence e coordinamento dell’Interpol.
Valutazione dei rischi e scenari di attacco
Le possibili fonti di pericolo sono di due ordini: da una parte i programmi nazionali, sia per lo smantellamento e la messa in sicurezza dei laboratori di ricerca militare, sia per il possibile sviluppo di nuovi programmi di armi biologiche, sia per l’esistenza di laboratori militari di biodefence; dall’altra le ricerche civili caratterizzate da un potenziale doppio uso. Entrambe le fonti, pur se in modo diverso, sono connesse al pericolo bioterrorismo. Per quanto riguarda gli antichi programmi militari di Stati aderenti alla BTWC, i Paesi dell’ex Unione Sovietica sono ancora quelli che contengono il maggior numero di laboratori e di magazzini con agenti patogeni pericolosi ereditati dal Biopreparat (l’istituzione che si occupava della ricerca biologica militare nell’URSS) o dal Ministero della Difesa. Dall’inizio degli anni Novanta, programmi internazionali come la G8 Global Partnership (GP) sono stati rivolti allo smantellamento e alla messa in sicurezza delle armi di distruzione di massa dell’ex URSS, ma hanno dedicato relativamente scarsa attenzione agli arsenali biologici. Nonostante vi sia stato un incremento della sicurezza nei laboratori e alcuni siano stati convertiti con successo alla ricerca pacifica, ci sono ancora potenziali pericoli.
D’altra parte non si può escludere il caso in cui uno Stato sviluppi un programma militare; non prevedendo la Convenzione strumenti di verifica e non essendoci organizzazioni internazionali dedicate al biologico (come invece la IAEA per il nucleare o la OPWC per le armi chimiche), il controllo si basa sulla reciproca supervisione tra Stati e su Confidence Building Measures. Infine, ci sono i laboratori militari di biodefence preposti allo studio di vaccini e alla preparazione per eventuali epidemie. Le tecnologie a disposizione di tali laboratori consentirebbero di produrre armi altamente sofisticate, e mentre fino a pochi anni fa si riteneva che questo rischio sussistesse solo per alcuni Stati dotati di tecnologie più avanzate (e con una pregressa esperienza sulla ricerca biologica militare), ora il discorso vale per quasi tutti i Paesi.
L’altro ordine di fattori di rischio è rappresentato dalle ricerche civili con possibile doppio uso. I ricercatori e gli scienziati hanno una scarsa percezione dei possibili usi delle loro ricerche a scopi bioterroristici. Dall’inizio del secolo si sono verificati casi di ricerche – spesso pubblicate su riviste specializzate ma liberamente accessibili – pericolose per i loro possibili utilizzi non pacifici. Un esempio interessante è la ricerca apparsa su Nature nel 2004 in cui un team di ricercatori descriveva procedimento e risultati conseguiti utilizzando tecniche di reverse engeneering; questo team aveva creato un virus simile a quello dell’influenza Spagnola del 1918 (responsabile della più grave epidemia documentata nella storia), e individuato le caratteristiche determinanti la sua eccezionale virulenza. Nonostante sia stata contestata l’opportunità di svolgere esperimenti su agenti altamente patogeni per l’uomo, la questione è piuttosto sull’assenza di precauzioni nella diffusione degli studi. In altri episodi, pubblicazioni sono state rifiutate da riviste che seguono codici di condotta includenti la biosecurity, dei cui principi i ricercatori non erano a conoscenza.
Per quanto riguarda il bioterrorismo, si deve far notare come l’uso di agenti biologici abbia forti attrattive per potenziali terroristi: in primo luogo offre un eccellente rapporto tra costi, danni e facilità di reperimento (si pensi, per confronto, alla difficoltà di procurarsi uranio altamente arricchito o plutonio per un’arma nucleare). Inoltre, le caratteristiche di azione invisibile, indiscriminata ed incontrollabile dell’arma biologica ne fanno un eccellente mezzo per provocare un forte effetto destabilizzante. Le difficoltà nel prevenire azioni da parte di attori non statali sono amplificate dal difficile controllo dei siti di produzione e deposito di agenti biologici pericolosi. Nel valutare rischio e impatto di un attacco bioterroristico diversi aspetti devono quindi essere considerati: la volontà dell’attore è fondamentale; le vulnerabilità sono altissime, per l’elevato numero dei siti di materiale pericoloso e la relativa facilità a reperire o “fabbricare” gli agenti. Le conseguenze poi dipendono dall’obiettivo (sia esso il bestiame, una coltivazione, un individuo o un gruppo ristretto di persone, o il numero più alto possibile di vittime,) e dal tipo di attacco (mirato o indistinto su larga scala, studiato per massimizzarne gli effetti o poco organizzato), ma possono causare ingenti danni economici, destabilizzare la società, e provocare un numero di vittime paragonabili a quello di un attacco nucleare, per di più con una spesa notevolmente inferiore. Queste caratteristiche fanno dell’attacco terroristico con armi biologiche un rischio ad alta probabilità e dalle gravissime conseguenze.
Nuove prospettive di prevenzione
La “web of prevention”. L’impossibilità di individuare con precisione dei target per la prevenzione richiede che si crei una stretta integrazione fra diversi strumenti quali intelligence, controlli sulle esportazioni e le importazioni, strumenti internazionali di arms control, programmi nazionali di biodefence, linee guida di biosafety. Approccio bottom-up ed educazione. All’approccio up-bottom portato avanti dagli organi istituzionali e governativi, è importante che si aggiunga un approccio dal basso. La collaborazione della comunità scientifica è fondamentale; il personale con accesso a materiale biologico a doppio uso deve essere a conoscenza del possibile uso ostile di agenti e ricerche, delle regolamentazioni nazionali e, più in generale, dei principi di biosecurity. Infatti nella comunità scientifica sono generalmente diffusi i principi di biosafety (sicurezza “passiva” includente le best practices nei laboratori), ma non quelli di biosecurity (concetto più ampio riguardante la prevenzione dei danni causati da agenti biologici, che comprende una sorta di “responsabilità collettiva”).
Il training, l’adozione di codici di condotta e di giuramenti deontologici sono alcuni degli strumenti possibili. Uno strumento altamente efficace sarebbe l’introduzione dei principi di biosecurity in curricula accademici come biologia o biotecnologie.



