India: inflazione e carenza di investimenti in infrastrutture rallentano la crescita
I dati sull’inflazione indiana evidenziano un comune problema delle economie emergenti, con la domanda spinta dalla crescita economica a premere sui prezzi, in un contesto internazionale da caro-greggio, e all’interno carenze infrastrutturali che limitano la produzione in settori chiave quali l’agricoltura e l’industria. Il rischio di elezioni anticipate non favorirà l’adozione di misure decise per sciogliere i nodi delle riforme, ma solo una cauta gestione delle emergenze.
Davide Cazzoni
Equilibri.net (22 luglio 2008)
L’inflazione minaccia la crescita
L’UPA, guidata dal Congress Party (CP), già sotto pressione per questa situazione, ha visto anche venire meno l'appoggio esternodelle forze di sinistra, dopo 10 mesi di braccio di ferro sulla questione dell’approvazione dell’accordo sul nucleare con gli Stati Uniti. Il Partito Comunista Indiano (Marxista) ha richiesto per la fine del mese un voto di fiducia in Parlamento, che potrebbe portare ad elezioni anticipate rispetto alla scadenza naturale del mandato nel maggio 2009.
Con i prezzi all’ingrosso proiettati all’11,89% in giugno, dal 4% di febbraio, e il relativo scontento popolare per l’aumento dei costi dei trasporti (+16,4% in giugno) e dei generi alimentari, è comprensibile che l’UPA voglia scongiurare in qualunque modo l’eventualità di un voto, specie dopo le recenti sconfitte in elezioni amministrative in Stati-chiave del paese. 240 milioni di indiani che vivono sotto la soglia di povertà rappresentano una massa elettorale critica e i partiti di opposizione, con il Bharatiya Janata Party in testa, ed ora gli stessi ex-alleati di sinistra stanno abilmente accusando il governo di incapacità nell’affrontare l’attuale momento di difficoltà. Per comprendere la sensibilità dell’argomento, basti ricordare che nel 1980 Indira Ghandi divenne Primo Ministro sulla base di una campagna populista che si opponeva ai rincari dei prezzi dei generi alimentari (sopratutto delle cipolle). La storia si è poi ripetuta in successive consultazioni elettorali.
La Reserve Bank of India, la Banca Centrale, di fronte a tassi di inflazione superiori più del doppio al livello di guardia prestabilito, è intervenuta nelle precedenti settimane rialzando il tasso di interesse sui prestiti di 0,75 punti, portandoli allo 8,5%, generando molto malcontento e perplessità in settori cardine dell’economia, come quello industriale, per la stretta sulla liquidità.Oltre alle misure monetarie per rafforzare la rupia, il governo ha adottato provvedimenti restrittivi di natura commerciale, come il divieto di esportazione su riso non basmati, grano, olio da cucina e legumi, l’imposizione di dazi sull’esportazione di prodotti in acciaio e la riduzione di quelli esistenti sulle importazioni.
Il Ministero delle Finanze ha cercato di rispondere alle critiche annunciando che i prezzi di 30 generi alimentari di prima necessità stanno andando incontro ad aumenti contenuti mentre alcuni, tra cui fagioli, cipolle e patate, stanno addirittura diminuendo. Le proiezioni sulla produzione fanno inoltre ben sperare, grazie alle piogge monsoniche che si stanno dimostrando abbondanti.
Quel che è certo è che le misure adottate dal governo, avversate comprensibilmente dal mondo economico, rispondono solo in parte alle cause che generano la rapida crescita dei prezzi nel paese. Il prezzo internazionale del greggio e i ritocchi ai prezzi finali dei carburanti recentemente approvati, incidendo sui trasporti, giocano indubbiamente un ruolo anche in un settore agricolo che, per quanto al di sotto della proprie potenzialità produttive per l’atavica dipendenza dalle condizioni climatiche, sta conoscendo sempre più spesso la meccanizzazione. Le cause che incidono in misura maggiore sull’impennata dell’inflazione sono, invece, di natura domestica e sono imputabili all’assenza di scorte sufficienti di cibo. In una situazione in cui la domanda è rimasta invariata, ma è spesso soggetta a improvvisi sbalzi, i prezzi dei generi alimentari salgono sommandosi agli altri rincari. Anche la produzione industriale sta soffrendo gli elevati prezzi delle materie prime importate, in particolare energia e metalli, e gli effetti si sono già avvertiti in tutta la catena produttiva, per esempio, con gli aumenti delle parti per automobili. Il consumatore medio sarà tra i più colpiti da questo insieme di fattori.
Nei paesi a forte espansione economica, crescita e prezzi tendono ad andare di pari passo, ma questo è particolarmente vero in India. L’obiettivo del governo è naturalmente quello di garantire uno sviluppo sostenibile basato su prezzi moderati, ma le continue interruzioni nella catena di approvvigionamento imputabili a una molteplicità di deficienze infrastrutturali rappresentano un ostacolo che richiede urgenti riforme economiche e ingenti investimenti.
Prioritario attirare investimenti
Il massiccio afflusso di valuta estera richiedeun attento monitoraggio e misure di sterilizzazione della liquidità attualmente in eccesso da parte della Banca Centrale per le ricadute sull’inflazione, in concomitanza con una forte spesa pubblica (deficit fiscale) e unelevato costo dei carburanti. Ciò nonostante il paese non può farne a meno, non avendo da solo le forze per rimuovere gli ostacoli che ne stanno attualmente minando la crescita, con pesanti ricadute occupazionali e sulla capacità di contrasto alla povertà di larghe fasce della popolazione. Del resto, l’apprezzamento della rupia sul dollaro, generata dall’afflusso di investimenti diretti esteri, rimesse e capitali degli investitori finanziari internazionali, valutabile in circa il 12% nel 2007, è servito ad alleggerire i costi delle importazioni, ma non ha saputo frenare la corsa dei prezzi.
Se, dunque, in India vi è largo consenso in merito a questo tipo di priorità, cosa sta rallentando lo sviluppo delle infrastrutture? Storicamente, la spesa pubblica in questo settore è stata piuttosto bassa, il 3-5% del PIL, con buoni risultati nelle telecomunicazioni, nell’aviazione civile e in certa misura nel comparto autostradale, puntando sull’apporto del privato o su partnership pubblico-private. Ora è stato fissato l’obiettivo del 9% da raggiungere entro il 2011-2012, ma rimangono da superare le difficoltà di finanziamento di progetti dagli enormi costi iniziali e di lunga durata, con le banche incapaci di rispondere alla domanda o, tutt’al più, interessate a finanziare il settore energetico. Inoltre, i forti rischi legati alla realizzazione delle infrastrutture sono concentrati in poche mani, in genere banche commerciali, aumentando in tal modo il “rischio sistemico”. Non meno importante per l’esito finale dei progetti, le commissioni statali che forniscono servizi come l’acqua potabile o gestiscono le acque reflue (anche nelle Zone Economiche Speciali), oppure gli enti che devono garantire l’irrigazione o l’energia per l’agricoltura, tendono a praticare tariffe basse per ragioni di opportunità politica, che si riflettono in una scarsa qualità nell’erogazione del servizio stesso. Incidono poi tra i fattori negativi le lungaggini burocratiche, a cominciare dall’allocazione dei terreni su cui edificare le strutture, e un quadro normativo che non responsabilizza chi avvia i lavori al rispetto delle condizioni contrattuali.
Per il momento, il governo indiano sembra essere più preoccupato di trovare quei 500 miliardi di dollari che la Commissione Pianificazione ritiene siano necessari per sostenere una crescita più inclusiva dell’economia e che consentiranno di raggiungere il sopraccitato obiettivo del 9% di investimenti sul PIL. I settori più “affamati” di capitali sono: elettricità (130 miliardi di dollari), ferrovie (66 miliardi), autostrade (49 miliardi), porti (11 miliardi) e aviazione civile (9 miliardi).
Dal settore ubblico, per le ragioni suddette, è impensabile che si possano recuperare tali risorse, a meno di sostanziali riforme della raccolta fiscale; il privato potrà contribuire in qualche misura grazie ai capitali depositati dalle famiglie indiane, cresciuti fino al 24% del PIL, mentre quelli riconducibili alle società sono arrivati all’8%. D’altra parte, pesano su quest’ultime la crescita dei salari, il rallentamento dell’economia e la crisi finanziaria internazionale. Diviene quindi indispensabile l’apporto di risorse straniere, che potranno trovare più facilmente la via dell’India se verranno introdotte opportune misure e riforme: finanziamento dei progetti tramite lo sviluppo di un mercato per le obbligazioni societarie o “corporate bonds” aperto ad attori esteri; aumento della quota di capitali che possono rientrare nei paesi di origine; riduzione degli sprechi pubblici; realizzazione di un quadro legale che garantisca pari trattamento alle società pubbliche o para-statali e al privato; maggiore elasticità nel mercato del lavoro.In generale, le aspettative delle autorità indiane sono di coprire il 30% della domanda complessiva con investimenti privati o in partnership con il pubblico.
Le recenti mosse di Nuova Delhi sembrano anche rivelare un forte interesse del governo Singh per una collaborazione economica sempre più intensa con i paesi dell’area mediorientale, ricchi di petrodollari da investire. Durante una visita in aprile in Arabia Saudita promossa dal Forum Economico Indo-Arabo e dalla Federazione delle Camere di Commercio Indiane, cui hanno partecipato dirigenti di oltre un centinaio di società di 13 paesi arabi, il Ministro degli Esteri indiano Mukherjee ha messo in evidenza le reciproche opportunità di investimento al di là degli scambi commerciali, con particolare riguardo al settore petrolifero: ne è emersa l’interessante proposta di joint-ventures indo-saudite per l’esplorazione di giacimenti in India. In totale i progetti individuati sono una settantina, per un valore di 150 miliardi di dollari, e riguardano anche le attività immobiliari, turistiche, educative e ospedaliere. Sarebbe tuttavia ingenuo pensare che queste iniziative, ancorché valide, possano soddisfare la fame di risorse dell’India.



