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Weekly Analyses- 27/2008

Sudan: la Lega Araba propone un piano per la risoluzione della crisi - Cuba: La riforma del settore agricolo - Cambogia-Thailandia: cresce la tensione al confine - Francia-Germania: visita di Barack Obama - Iraq: i Sunniti rientrano nel Governo

Equilibri.net (21 luglio 2008)

Sudan: la Lega Araba propone un piano per la risoluzione della crisi

A seguito della richiesta della Corte Penale Internazionale di arrestare il Presidente sudanese Omar al-Bashir per crimini contro l’umanità, il Presidente della Lega Araba Amr Moussa ha incontrato Bsashir a Khartoum. L’incontro è avvenuto sabato, in seguito ad una riunione dei Ministri degli Esteri arabi al Cairo, convocata per discutere una possibile risoluzione della crisi politico-diplomatica scaturita dalla decisione della Corte dell’Aja. Il Presidente del Sudan è accusato da Luis Moreno-Ocampo, procuratore capo della Corte Penale Internazionale, di genocidio nei confronti della popolazione del Darfur, tramite azioni militari e l’appoggio ai Janjaweed, i guerriglieri cammellati in lotta con gli abitanti del Darfur.

Sebbene i dettagli del piano non siano ancora stati resi noti, la Lega Araba ha annunciato di voler risolvere la controversia tramite la ricerca di una soluzione alternativa, che potrebbe essere quella di sospendere il giudizio della Corte Internazionale per 12 mesi. Tale richiesta andrebbe fatta al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, l’organo che ha incaricato la Corte di giudicare sulle violenze in corso da più di cinque anni in Darfur. Secondo la Lega Araba, infatti, la decisione di Moreno-Ocampo rischia di compromettere ulteriormente il processo di pace auspicato per il Sudan, portando il Paese ad una destabilizzazione definitiva, preludio per una conseguente diffusione su scala nazionale delle violenze in corso. Inoltre i Ministri presenti nell’incontro del Cairo hanno criticato la richiesta dell’Aja anche sulla base del fatto che, a parte Giordania, Gibuti e le Isole Comore, nessun paese arabo ha ratificato l’instaurazione della Corte Penale Internazionale, peraltro non riconosciuta neanche da Khartoum stessa.

Gli sforzi intentati dalla Lega Araba vanno di pari passo con quelli dell’Unione Africana e del Presidente senegalese Abdoulaye Wade, che, in conformità con la Lega Araba, ha chiesto di sospendere il giudizio per un anno. L’Arabia Saudita, conscia del fatto di non poter porsi completamente al di fuori della Comunità Internazionale, né di poter creare una crisi diplomatico-giuridica a livello globale, ha reso noto che, in ogni caso, i crimini di cui è accusato Bashir dovranno essere comunque giudicati. Questa sarebbe la condizione per far sì che il Consiglio di Sicurezza ritiri il mandato di giudizio alla Corte Penale Internazionale. In ogni caso, Bashir sa che qualsiasi decisione venga presa contro di lui, potrebbe essere verosimilmente bloccata dal veto della Cina (e probabilmente della Russia) in sede ONU. Se, dunque, la Lega Araba mostra di voler essere attiva a livello diplomatico e vuole porsi come risolutore delle controversie internazionali (così come già successo di recente per il Libano), vi è il rischio che queste azioni possano portare ad un mantenimento dello status quo, facendo perdere peso ed immagine alla Corte Penale Internazionale ed all’efficienza delle organizzazioni internazionali.

Stefano Torelli

Cuba: La riforma del settore agricolo

Il governo cubano guidato da Raul Castro ha annunciato una riforma agraria che consentirà ai privati di ampliare le concessioni statali portandole al massimo a 40 ettari. Questa segue altre riforme lanciate da quando Raul ha ottenuto l'incarico, come l'eliminazione di restrizioni sulla vendita di beni come telefoni cellulari e computer o l'introduzione di bonus salariali legati alla produttività.

Queste riforme segnano un forte cambio di rotta e mostrano la volontà della nuova amministrazione cubana di andare oltre i principi che hanno regolato l'economia dopo la rivoluzione. L'importanza della riforma agraria è tale da poter cambiare l'intero settore primario: ciò si può osservare dal fatto che fino ad ora era consentita l'esistenza solo di piccole aziende agricole private ed esse, pur rappresentando solo un quinto della superficie coltivata, forniscono la metà della produzione cubana. L'intervento dell'amministrazione risulta essere mirato a voler favorire un incremento di produttività con cui migliorare la quantità di alimenti prodotta internamente (Cuba importa circa metà del proprio fabbisogno) e rispondere quindi agli aumenti di prezzo che tali beni hanno subito. Al di là tale motivazione, quello che più si può dimostrare portatore di future conseguenze è il segnale simbolico che viene lanciato: infatti, dopo la caduta di un altro importante tabù (l'uguaglianza salariale), viene ad essere ridimensionato anche il ruolo dello stato nella produzione.

Tra le conseguenze più immediate della riforma si può prevedere un aumento del settore privato nella quota di prodotti agricoli prodotti. Sebbene un meccanismo che impedisce il trasferimento della proprietà delle quote dovrebbe evitare che il cambiamento diventi fonte di accentramento delle terre in mano a pochi produttori, si può ritenere che sarà favorita solo la parte dei proprietari più orientata al mercato e che quindi abbia a disposizione risorse per investire in nuove terre e affrontare le maggiori tasse. Da questa come dalle precedenti riforme ci si può quindi aspettare, più che una maggiore ricchezza per tutta la popolazione, il rafforzamento del ruolo di una nuova classe media-alta che se da una parte dovrebbe trainare l'economia per portare benessere diffuso, rischia in realtà di rafforzare le differenze interne al paese e indebolire ulteriormente il regime cubano.

Stefano Tettamanti

Cambogia - Thailandia: cresce la tensione al confine

Domenica 20 luglio il governo della Cambogia ha denunciato al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite l'incursione di truppe thailandesi all'interno del territorio cambogiano, nei pressi del tempio Preah Vihear, non lontano dal confine. Nella nota presentata da XXX non viene richiesto nessun tipo di intervento da parte dell'ONU, ma nell'area si assiste ad un progressivo incremento di truppe da entrambe le parti. Circa 500 soldati thailandesi e un migliaio di militari cambogiani si fronteggiano nella zona contesa, e altri 2.700 thailandesi e 1.000 cambogiani sarebbero già presenti lungo il confine e pronti a intervenire.

Le truppe thailandesi si sono spostate nell'area contesa di Preah Vihear martedì 15 luglio e si sono posizionate nei pressi di un'antica pagoda sulla strada che porta al tempio di Preah Vihear. La causa scatenante della crisi sarebbe proprio la recente decisione dell'UNESCO di accogliere la richiesta da parte di Phnom Phen e dichiarare l'area del tempio "world heritage site". I nazionalisti thailandesi temono, infatti, che l'accoglimento della richiesta cambogiana possa minare le chances di Bangkok di veder riconosciuta come territorio thailandese la zona di circa 4,6 km quadrati ai piedi della montagna sulla quale sorge il tempio.

Il primo ministro cambogiano Hun Sen ha inviato una lettera alla sua controparte thailandese, Samak Sundaravej, chiedendo il ritiro delle truppe che hanno "invaso" il territorio cambogiano. Samak ha risposto affermando che l'area in oggetto "rientra nel territorio thailandese". Per il momento i punti di accesso al confine tra i due paesi rimangono aperti. Per oggi è previsto un incontro tra delegati delle due parti per tentare di risolvere la crisi diplomaticamente.

Desk Asia e Pacifico

Francia - Germania: visita di Barack Obama

Il candidato democratico alle presidenziali statunitensi del prossimo novembre, Barack Obama, è atteso in Germania (24 luglio) e in Francia (25) per colloqui con Angela Merkel e Nicolas Sarkozy.La visita è importante per diverse ragioni. Non è un segreto che l’opinione pubblica in Francia e in Germania, nonostante le vittorie dei candidati di centro-destra (Sarkozy e Merkel) negli ultimi anni, abbia sviluppato una considerevole ostilità per la politica estera dell’Amministrazione di George W. Bush. Le élites politiche francesi e tedesche, dal canto loro, hanno assistito con costernazione allo smantellamento del “multilateralismo” e della “moderazione strategica” dell’epoca di Clinton. Tutto ciò è stato in gran parte male interpretato ed etichettato come “anti-americanismo”, mentre si è trattato in realtà dell’opposizione a una politica – quella di Bush, Cheney & Co. – che ha rimesso in questione gli equilibri di potere nell’area euro-atlantica.

Francia e Germania hanno visto diminuire la propria influenza a Washington dopo il 2001 e hanno anche osservato con preoccupazione il deterioramento delle relazioni russo-americane in seguito alle più importanti decisioni di politica estera degli USA: la guerra in Iraq, la riluttanza di Bush a conformarsi alle decisioni collettive in materia di ecologia, le rivoluzioni colorate e la questione dell’integrazione della Georgia nella NATO, il ruolo da assegnare a ONU e organizzazioni internazionali.

Se Barack Obama dovesse risultare vincitore a novembre, è prevedibile che gli europei, e soprattutto francesi e tedeschi, cercheranno di rilanciare un più forte ruolo dell’UE nell’alleanza transatlantico. E sia Parigi, sia Berlino ritengono il Partito Democratico americano il più propenso a riprendere alcuni assi della politica clintoniana. Tutto ciò però appare complicato dai contesti strategici mediorientale ed eurasiatico, sicuramente molto diversi che nel 2000, e nei quali anche il prossimo presidente USA dovrà agire con un margine di manovra non molto ampio. Ciò nonostante, c’è da aspettarsi che un intenso dialogo fra Obama, Sarkozy e Merkel prenda corpo in previsione di una possibile vittoria del candidato democratico. Gli altri attori internazionali dovranno seguirlo con attenzione sia per quanto riguarda i suoi aspetti geostrategici, sia per quelli economico-internazionali, soprattutto in un’epoca di forti tensioni finanziarie.

Desk Europa

Iraq: i Sunniti rientrano nel Governo

Il Primo Ministro al-Maliki ha approvato il rientro nell’Esecutivo della principale formazione politica sunnita del Paese, il Fronte dell’Accordo, dopo quasi un anno di assenza. I Sunniti si erano ritirati l’agosto scorso, come segno di protesta nei confronti delle scelte del Governo, accusato di condurre una politica settaria rivolta esclusivamente al perseguimento degli interessi sciiti e alla vendetta nei confronti della minoranza sunnita. Il portavoce del movimento sunnita, Salim al-Joubouri, ha annunciato che sei ministri del blocco entreranno da subito a far parte del Gabinetto, partecipando già alla prossima seduta del Consiglio dei Ministri.

Questa svolta potrebbe aiutare il Paese a ritrovare l’unità nazionale, dopo le tensioni degli ultimi mesi e gli scontri tra l’Esercito e le milizie sciite di Muqtada al-Sadr. La decisione era già stata anticipata, all’inizio dell’anno, dal reintegro nella vita pubblica degli ex appartenenti al Ba’ath, il partito di Saddam Hussein, cui aveva seguito anche un’amnistia nei confronti di molti sunniti detenuti nelle carceri irachene.

I nodi da sciogliere nell’intricato panorama iracheno restano soprattutto due: l’assegnazione dei giacimenti petroliferi e la redistribuzione delle rendite provenienti dalle vendite di idrocarburi da un lato e, strettamente collegata, la questione del futuro assetto statale dall’altro. Tra marzo e febbraio, infatti, a fare da preludio agli scontri nel Sud del Paese erano state proprio le proposte di legge in senso federalista, che vedono gli uomini di al-Sadr fermamente contrari, e quelle sulla decisione di quali compagnie petrolifere sarebbero entrate in Iraq. Per attendere nuovi sviluppi politici si aspetta ora il momento delle elezioni amministrative locali, in cui si capirà meglio la reale influenza delle forze politiche in campo e, soprattutto, la loro radicazione e diffusione sul territorio. A breve, inoltre, sarà da definire anche la posizione di Kirkuk, che i Curdi vorrebbero sotto la propria diretta responsabilità. Verosimilmente, qualsiasi decisione venga presa in merito rischia di essere destabilizzante per gli equilibri del Paese, considerazione che rende il governo di unità nazionale ancora più indispensabile per la risoluzione delle controversie.

Stefano Torelli
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